Usciamo da Galway presto di mattina.
Il traffico dei pendolari si disperde dopo qualche kilometro: passano i sobborghi, passa la periferia, ritorna il verde misto al marrone della torba: in fondo siamo nel Connemara.
L’odore è pungente, il vento deciso. Abbiamo in mente quella spiaggia di cui ci hanno parlato.
Solitaria e nascosta oltre un gomitolo di stradine, Carraroe Beach è frequentata solo da gente del posto che ci osserva incuriosita mentre camminiamo tra gli scogli. Tiriamo su i cappucci delle felpe e ci accovacciamo: la sabbia è bianca, fatta di minuscoli frammenti di corallo. Di fronte a noi l’oceano, alle nostre spalle uno specchio d’acqua che ruba i colori al cielo e li rende più decisi.
Stiamo in silenzio. Un silenzio nuovo, per me.

Conosco Francesca da pochi mesi. Ci chiamavano le gemelline, ci prendevano per sorelle. Noi, che sorelle non eravamo, non avevamo ancora scoperto tra noi quei silenzi che ci avrebbero legate. Quasi come sorelle.
Parliamo tanto e stiamo tanto in silenzio, durante la nostra settimana irlandese. Non c’è discontinuità tra l’assenza e la presenza di voci, dentro l’auto che guidiamo. In qualche modo comunichiamo sempre.

L’Irlanda, quella di cui tutti parlano con nostalgia o curiosità, l’Isola di Smeraldo insomma, esiste ancora. Non la si trova tra le strade di Dublino (non a luglio, infestate di ragazzi in viaggio studio) nè tra quelle di Cork (rivoltata come un calzino da decine di cantieri). Bisogna avere pazienza.

Noleggiare un’auto all’aeroporto di Cork, per esempio,
evitare le strade principali (indicate con la lettera N) e scegliere le secondarie (R di Regional). Puntare verso ovest, chiacchierare con la cassiera del minimarket di Clonakilty, mangiare due bagel con salmone e cream cheese sul porto di Baltimore e arrivare, su strade che diventano sempre più strette, all’incredibile spiaggia di Barley Cove, dove in assenza di un campo da calcio una schiera di bambini ne disegna uno sulla sabbia.
L’Irlanda di cui tutti parlano con nostalgia è lì.

Ma anche sotto il tendone da circo del Marquee, dove Josh Ritter fa cantare, ridere e ballare tutti.
I concerti irlandesi sono un’esperienza da fare, almeno una volta nella propria vita. Chiassosi? Certo. Alcolici? Ovviamente. Ma l’ubriachezza molesta degli irlandesi si traduce nel desiderio impellente di comunicare: con chi hanno di fianco ma, soprattutto, con chi è sul palco. Così un live diventa una conversazione tra chi dovrebbe cantare (e lo fa) e chi, al posto di ascoltare, partecipa.
Il caso di Josh Ritter, poi, è speciale. Nato a Moscow, Idaho (negli Stati Uniti), ha cominciato a far parlare di sè proprio in Irlanda – che è diventata subito la sua seconda patria – suonando con i Frames e il suo amico Glen Hansard. Così, quando nel 2006 è uscito The Animal Years e io sono andata a vedere il concerto di presentazione del cd alla Christuchurch Cathedral di Dublino, l’intera città era addobbata a festa per lui.
E a ragione: perchè nonostante sia americano, Josh Ritter ha la stessa giovialità di un qualsiasi irlandese. Per scoprirlo basta assistere a un suo live piazzandosi tra le prime file: è lì che si viene investiti dal suo sorriso contagioso, il sorriso di chi è felice come un bambino ogni volta che ha l’opportunità di suonare la sua musica.
Josh Ritter l’ho visto suonare a Londra, a Milano e in Irlanda. Se sono gli italiani a detenere il primato di popolo compagnone, sono gli irlandesi che ballano quando Josh li invita a trovare tra la folla un partner per un lento vecchia maniera. Non gli inglesi – troppo inamidati, non gli italiani – troppo attenti a quello che gli altri potrebbero pensare.
Ecco l’Irlanda, quella vera: sotto un tendone da circo a ballare un lento con Josh Ritter.

L’Irlanda di cui tutti parlano incantati al ritorno dalle vacanze dà il suo meglio, poi, alle otto della domenica mattina in cui guidiamo verso Galway.
Gli irlandesi dormono e le strade sono deserte. Rimangono i verdi, le nuvole basse e le pecore: come nei migliori film on the road ci troviamo davanti a strade larghe, circondate da colline, che si lasciano guidare con la stessa indifferenza dipinta sul muso delle pecore.
I No Banjo non ci sono ancora, nel nostro viaggio, i No Banjo li scopriamo solo a Galway e che peccato, perchè sarebbero stati la colonna sonora perfetta per il nostro viaggio.

L’Irlanda, quella vera, non sta più a Temple Bar. La si può scoprire nei pub di Doolin o delle Aran Islands, dove qualche pescatore canta ancora, e suona la chitarra. Ci si può sbattere contro entrando per caso al Roisin Dubh di Galway, perchè il nome della band sul manifesto appeso all’entrata ci piaceva.

I No Banjo, sul palco, suonano in salopette e sanno di Kentucky, ma sono di Galway. Fanno pestare forte i piedi a terra, alzare le braccia e battere le mani. Chiudono il concerto all’una con una versione tiratissima di Paint It Black e subito dopo vanno a farsi una birra.
L’Irlanda folk non è più folk. Il folk è bluegrass.

Arriviamo il penultimo giorno, nell’Irlanda che appartiene all’immaginario comune.
Non ci sono turisti e le auto che incrociamo sono poche, nel Connemara. E’ marrone, azzurra, blu, grigia, verde e bianca l’Irlanda dell’immaginario comune. Ha ponti in pietra in cui un’auto passa per miracolo;  le nuvole si riflettono nei laghi, gli asini ti guardano perplessi, l’acqua è limpida e il cielo cambia velocemente umore.

Alla fine ritorniamo a Cork consapevoli che avremmo dovuto proseguire verso nord.
Per questa volta ci accontentiamo di aver avuto il coraggio di scoprire, di noi e dell’Irlanda, ciò che non conoscevamo.

Coordinate: nonostante la consideri casa come poche altre città al mondo, Dublino non è l’Irlanda. Se volete scoprire l’Irlanda prendete un volo per Cork, noleggiate un’auto (noi ci siamo trovate benissimo con Dan Dooley, il più economico) e guidate prima verso ovest, poi verso nord.
Che dormiate in ostello o in bed & breakfast non ci sarà (quasi) mai bisogno di prenotare. Portatevi piuttosto della buona musica perchè le radio irlandesi trasmettono successi degli Anni 80 e preghiere a go-go e, credetemi, non volete guidare per più di un’ora con i più grandi successi degli Anni 80 come colonna sonora. Preferite i paesini alle grandi città, la costa all’entroterra. Preferite l’istinto alle guide Lonely Planet.

Link utili:
Josh Ritter Italy, il fan club italiano di Josh, fondato dall’adorabile Diana
Banale, ma non del tutto: il sito del Turismo Irlandese, e anche quello del forum italiano Irlandando che è stato fondamentale per decidere se noleggiare un auto e dove farlo.
Abbiamo dormito (e non ce ne siamo pentite) a: Cork International Hostel, Kinlay House Galway, Killarney International Hostel.
Il premio per miglior pub lo vince: The Quays, a Galway.