La copertina originale di Mangia, prega, amaC’è una sola ragione per cui ho deciso di leggere Mangia, prega, ama: qualche mese fa ho cominciato a credere nel destino. Non nel senso più tradizionale del termine ma con l’obiettivo di scoprire se esistono connessioni tra ciò che mi succede. Qual è stato quindi il motivo che mi ha spinta a ordinare su play.com la mia copia del libro? Eddie Vedder.

Per chi non lo sapesse, Eddie Vedder – leader dei Pearl Jam – ha composto una nuova canzone, Better Days, per il film tratto da Mangia, prega, ama e interpretato da Julia Roberts, James Franco e Javier Bardem. Esatto: è tutta colpa di Eddie Vedder, e della mia cieca fiducia nella sua musica. Dove va Eddie, vado io: è lui, devo confessarlo, il motivo per cui ho letto, nel 2007, Nelle terre estreme, prima che diventasse l’ottimo film di Sean Penn. E sempre lui (e con lo zampino della mia amica Irene) mi sta accompagnando nella lettura di Preghiera per un amico di John Irving.

Eddie Vedder a parte, Mangia, prega, ama ha lati positivi. E lati negativi. Ma per cominciare, ecco un breve riassunto della storia: Liz, in crisi a causa di un divorzio burrascoso e di una relazione riparatrice altrettanto dolorosa, abbandona New York e il suo lavoro per trascorrere un anno in Italia, India e Indonesia (Bali). L’obiettivo? Ritrovare sé stessa attraverso ciò che la rende felice, ovvero: il cibo italiano, la meditazione indiana e l’amore, che trova casualmente a Bali, isola in cui ritorna solo perché così le era stato “suggerito” da un santone del posto qualche anno prima.

È proprio il lato più mistico del romanzo che non convince e, anzi, irrita: non il periodo di meditazione in un ashram indiano – per carità – ma il fatto, per esempio, che Liz colleghi India, Italia e Indonesia alla I di “io”: una forzatura utile alla storia, ma non alle lettrici. Mangia, prega, ama non è letteratura di viaggio nel senso più tradizionale del termine: qui il viaggio interiore prevale sul viaggio vero e proprio e l’equilibrio tanto ricercato dall’autrice, in questo caso, si spezza.

Lo stesso paesaggio esterno si annulla: l’Italia? Un paese da cartolina (escluso il premier, che Liz chiama l’idiota…), rappresentato solo da Roma, Napoli e Bologna. La povertà dell’India viene spazzata via dalla purezza e dal giardino rigoglioso dell’ashram e Bali, beh Bali è l’amore. E prima dell’amore, è il santone saggio e bonaccione che fa compagnia a Liz, o l’amica a cui può donare i soldi per una casa. Il tutto a favore dell’Io di Liz, che in certi punti sembra davvero sconfinato. Il paesaggio interiore vince, e alla grande.

Ma, certo, ci sono anche dei lati positivi, a cercarli: la rinascita interiore di Liz scopriamo che ha molto più a che vedere con l’amore per sé stessa che con l’amore di Dio, e questa è una grande verità che tutti dovrebbero interiorizzare il prima possibile. Il suo viaggio interiore,poi, è quello che molte donne ferite hanno intrapreso nella loro vita. Certo, senza il bisogno di arrivare fino a Bali o di concedersi il lusso di un soggiorno in un esclusivo ashram. Eppure anche questo aspetto, il più singolare della storia, si trasforma in un ottimo spunto di viaggio: perché Liz non viaggia freneticamente come Seth Stevenson in Grounded. Sceglie 3 paesi e ci si trasferisce per 4 mesi ciascuno, vivendoli nella loro quotidianità. Mica male come idea…

Elizabeth Gilbert
Mangia, prega, ama
Rizzoli (2007)
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