05 Aug 2010, Posted by rachele in Libri, No Comments. Tagged eddie vedder, elizabeth gilbert, mangia prega ama
Mangia, prega, ama di Elizabeth Gilbert
C’è una sola ragione per cui ho deciso di leggere Mangia, prega, ama: qualche mese fa ho cominciato a credere nel destino. Non nel senso più tradizionale del termine ma con l’obiettivo di scoprire se esistono connessioni tra ciò che mi succede. Qual è stato quindi il motivo che mi ha spinta a ordinare su play.com la mia copia del libro? Eddie Vedder.
Per chi non lo sapesse, Eddie Vedder – leader dei Pearl Jam – ha composto una nuova canzone, Better Days, per il film tratto da Mangia, prega, ama e interpretato da Julia Roberts, James Franco e Javier Bardem. Esatto: è tutta colpa di Eddie Vedder, e della mia cieca fiducia nella sua musica. Dove va Eddie, vado io: è lui, devo confessarlo, il motivo per cui ho letto, nel 2007, Nelle terre estreme, prima che diventasse l’ottimo film di Sean Penn. E sempre lui (e con lo zampino della mia amica Irene) mi sta accompagnando nella lettura di Preghiera per un amico di John Irving.
Eddie Vedder a parte, Mangia, prega, ama ha lati positivi. E lati negativi. Ma per cominciare, ecco un breve riassunto della storia: Liz, in crisi a causa di un divorzio burrascoso e di una relazione riparatrice altrettanto dolorosa, abbandona New York e il suo lavoro per trascorrere un anno in Italia, India e Indonesia (Bali). L’obiettivo? Ritrovare sé stessa attraverso ciò che la rende felice, ovvero: il cibo italiano, la meditazione indiana e l’amore, che trova casualmente a Bali, isola in cui ritorna solo perché così le era stato “suggerito” da un santone del posto qualche anno prima.
È proprio il lato più mistico del romanzo che non convince e, anzi, irrita: non il periodo di meditazione in un ashram indiano – per carità – ma il fatto, per esempio, che Liz colleghi India, Italia e Indonesia alla I di “io”: una forzatura utile alla storia, ma non alle lettrici. Mangia, prega, ama non è letteratura di viaggio nel senso più tradizionale del termine: qui il viaggio interiore prevale sul viaggio vero e proprio e l’equilibrio tanto ricercato dall’autrice, in questo caso, si spezza.
Lo stesso paesaggio esterno si annulla: l’Italia? Un paese da cartolina (escluso il premier, che Liz chiama l’idiota…), rappresentato solo da Roma, Napoli e Bologna. La povertà dell’India viene spazzata via dalla purezza e dal giardino rigoglioso dell’ashram e Bali, beh Bali è l’amore. E prima dell’amore, è il santone saggio e bonaccione che fa compagnia a Liz, o l’amica a cui può donare i soldi per una casa. Il tutto a favore dell’Io di Liz, che in certi punti sembra davvero sconfinato. Il paesaggio interiore vince, e alla grande.
Ma, certo, ci sono anche dei lati positivi, a cercarli: la rinascita interiore di Liz scopriamo che ha molto più a che vedere con l’amore per sé stessa che con l’amore di Dio, e questa è una grande verità che tutti dovrebbero interiorizzare il prima possibile. Il suo viaggio interiore,poi, è quello che molte donne ferite hanno intrapreso nella loro vita. Certo, senza il bisogno di arrivare fino a Bali o di concedersi il lusso di un soggiorno in un esclusivo ashram. Eppure anche questo aspetto, il più singolare della storia, si trasforma in un ottimo spunto di viaggio: perché Liz non viaggia freneticamente come Seth Stevenson in Grounded. Sceglie 3 paesi e ci si trasferisce per 4 mesi ciascuno, vivendoli nella loro quotidianità. Mica male come idea…
Elizabeth Gilbert
Mangia, prega, ama
Rizzoli (2007)
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