Sono andato a piedi da Terni a Cambridge. Ogni tanto mi tocca ripeterlo, altrimenti me lo scordo. A Terni abitavo io, a Cambridge la mia ragazza. In mezzo, pressappoco, l’antica Via Francigena. 97 giorni, 2036 kilometri, 4 paesi e un traghetto. Perché l’ho fatto devo ancora capirlo bene, il perché è sempre la parte più difficile. Del come invece possiamo parlarne, cercando di non ripetere quanto già raccontato nel blog (qui il primo articolo).

Andare a piedi dall’Italia all’Inghilterra è stato per me un processo di tre fasi, ognuna della durata di circa tre mesi: tre mesi per prepararsi, tre per camminare, tre per riprendersi (va qui specificato che per tutte e tre le fasi aiuta molto essere disoccupati; amici precari, let’s look at the bright side). Ma prima di queste c’è stato, ci deve essere stato, un glorioso, inafferrabile e irreversibile istante in cui hai deciso che lo farai davvero. Tutto il resto è un tentativo di estendere la potenza di quell’istante. Tutto il resto è quasi noia.

Prepararsi.

Prima mossa. Per quanto astruso possa sembrare, comincia a dirlo in giro. Prima ai genitori, poi agli amici, poi agli amici dei genitori e degli amici che verranno a chiederti se è vero. Se di una cosa ne parli con un altro, quella esce per forza dalla tua testa e diventa già più concreta. L’altro prima ti insulterà, poi comincerà a farti domande. Dovrai trovare delle risposte. Ecco che del viaggio si comincia in qualche modo a discutere, fosse anche solo della sua assurdità. La nostra testa è piena di melassa, le cose van staccate fuori. Chissà quanti progetti si sarebbero concretizzati se solo chi li aveva in mente ne avesse parlato con qualcuno invece di serbarli nel sovrastimato e silenzioso regno della vergogna.

Seconda mossa. Cosa fa un nerd ventisettenne che vuole fare un viaggio invernale a piedi attraverso l’Europa nel 2010? Semplice, apre un blog. Qui comincia a raccontare quello che gli passa per la testa e le prime timide reazioni del mondo esterno. Può capitare allora che dal mondo esterno qualcuno si faccia avanti, reputi la tua idea degna d’attenzione e si offra di aiutare. Sia un corso gratuito di GPS, un pasto a Fidenza o un divano a Reims. Poi, se hai voglia e te ne intendi, allargati anche a Twitter, CouchSurfing, Flickr, Youtube e tutta l’abbondanza che mamma internet ci offre. La faccenda si ingrossa e tu ne potrai trarre vantaggio per la prossima mossa.

Terza mossa. I viaggi costano; meno di quanto si creda, ma costano. Tu allora combinala grossa. Le cose grosse si vedono bene. Qualcuno potrebbe essere interessato ad appiccicarci un marchio sopra. Bussi e chiedi, chiedi e bussi, e prima di quanto non si creda trovi uno sponsor che ti riveste dalla testa ai piedi. Non ti dà una lira, capirai, con la crisi che c’è signora mia. Però darti una giacca a lui non costa molto, sempre meno che comprarsi un trafiletto pubblicitario su tutte le testate locali dei luoghi che attraverserai. Alla fin fine il suo marchio se ne andrà ciondolante per mezza Europa e tu avrai risparmiato un bel po’.

Quarta mossa. Sarai un uomo lumaca per tre mesi. Non solo andrai lento, ma ti dovrai anche portare la casetta sulle spalle. Quindi progetta bene lo zaino. Crealo sulla carta, fai una lista degli oggetti, pesali uno a uno, prova diverse combinazioni, stabilisci un limite massimo e quando sarà il momento di riempire realmente la borsa attieniti alla lista, non aggiungere neanche una penna (che, by the way, dovrebbe essere comunque in ogni lista che si rispetti). Qualche consiglio: oggetti pesanti in fondo e distribuiti il più verticalmente possibile, sacche interne impermeabili (poche, pochissime) divise per contenuto (abiti, cibo, oggetti), e infine le tre regole d’oro: porta poca roba, porta poca roba e porta poca roba. Tanto anche se porti poca roba, ci sarà almeno un oggetto che non userai mai. Il mio zaino pesava circa 10 kg, Ann è riuscita a fare anche di meglio (e non solo nel creare lo zaino!).

Quinta mossa. No, non serve a molto allenarsi. L’allenamento saranno le prime tappe. Tendini infiammati e vesciche arriveranno comunque. Camminare è l’attività più semplice per l’uomo, tutti ci riusciamo entro il secondo anno di vita e non dimentichiamo più come si fa. Siamo animali fatti per camminare, tutta la nostra struttura corporea si è evoluta a partire da quel gesto, basta confrontare la dimensione delle gambe con quella delle braccia. Dicono che nell’arco di una vita media si percorre quattro volte la lunghezza dell’Equatore facendo la spesa, andando al bagno o rincorrendo un aquilone: perché mai non dovremmo spezzare il circolo quotidiano e allineare quei metri per farci un viaggio memorabile?

Camminare.

Svegliati presto e fai colazione (in realtà non riuscirai a ingollare nemmeno mezzo biscotto). Controlla per l’ultima volta lo zaino. Vestiti con cura. Saluta i tuoi cari (magari non ridurti all’ultimo minuto, dedica tempo agli abbracci più importanti, dopo tutto stai partendo per l’ignoto, come sempre). Esci di casa: farai il primo passo senza alcuna possibilità di accorgertene. Per i primi cinquecento metri tutti i pensieri che hai cominceranno a urlare insieme. Tu, anche volendo, non potrai dargli retta, tanto la respirazione prenderà presto il ritmo, le gambe si scioglieranno, le spalle assesteranno il peso, gli ostacoli all’orizzonte si avvicineranno talmente piano da non riuscire più a sembrar minacciosi e non ci sarà più modo né motivo di fermarsi fino a destinazione. Tutto qui. Davvero. Ci tengo a ripeterlo: è tutto qui.

Riprendersi.

Avvertenza: è altamente probabile che non starai mai più così bene come mentre cammini. Il tempo si dilata. Mi sembra una sensazione comune a tutti i viaggi, ma nel camminare raggiunge il suo massimo grado. Tutto è più lento, non solo tu, e una cosa che si muove lentamente la possiamo guardare, ascoltare e annusare molto profondamente. Ogni sera mangi con gusto qualunque cosa ti ritrovi nel piatto e la notte dormi appagato anche su una tavola di legno. Ecco, tornare ad una vita normale potrebbe risultare difficile, proprio a causa del tempo e della sua percezione. Potrebbe sopraggiungere un velo di tristezza, confusione, dubbio: un vero e proprio jet lag (e io ho persino paura di prendere l’aereo, pensa te). Ci sono due rimedi. Il primo, una volta arrivati a Cambridge, è nascondersi nella camera della fidanzata, spacciarsi per uno studente e fare giri in barca sul fiume, pic-nic e feste per tre mesi approfittando della primavera più mite del secolo britannico. Capisco tuttavia che non sia alla portata di tutti. Il secondo, ça va sans dire, è cominciare a preparare il prossimo viaggio.

Appendice.

Questo è un sito di viaggi che diamine, vogliamo lasciare una specie di guida turistica o no? Ecco quindi un piccolo elenco non esaustivo dei “luoghi” più belli che ho attraversato (banale premessa: camminando si trovano meraviglie anche dietro l’angolo di casa, un raggio di sole ben piantato o un ospite caloroso rendono sublime il più insulso dei luoghi mentre cattivo umore o pioggia imbruttirebbero le sette meraviglie. In città forse stupende sono arrivato troppo stanco o troppo solo anche soltanto per alzare gli occhi o scattare una foto).

●     Le gole del fiume Nera tra Narni e Nera Montoro, lungo il tracciato della vecchia ferrovia: un sentiero in mezzo al fitto bosco tra il fiume e le gallerie disabitate con splendida vista sull’antico porto fluviale romano di Stifone.

●     Le terme pubbliche dietro il cimitero di Viterbo, una delle tante polle del territorio della Tuscia, dove i viterbesi vanno abitualmente e gratuitamente a rilassarsi.

●     Le pietre originali dell’antica Francigena nella salita per Montefiascone, sotto un portico di lecci tra i vigneti, sfido chiunque a non emozionarsi immaginando i passi che le hanno calpestate.

●     La vista sull’Amiata da Radicofani all’alba, quel ventoso cucuzzolo dove porta la vecchia Cassia.

●     I giardini rinascimentali di San Quirico d’Orcia e tutta Bagno Vignoni, oh Bagno Vignoni! Un minuscolo paesino la cui piazza centrale è una enorme e fumante vasca termale circondata da giardinetti e taverne.

●     La vista su San Gimignano dalla terrazza di Gambassi, again, all’alba: ché San Gimignano è eternamente invasa da flotte turistiche, quindi è meglio godersene il fiabesco skyline da lontano, dalle terrazze dei bellissimi giardini di Gambassi.

●     Il centro di Pietrasanta e le sue sculture, gli atelier degli artisti, gli ulivi fino al mare.

●     Cassio, le chiastre e i salti del diavolo: eruzioni pietrose dal sottosuolo, dita geologiche protese a prender fiato dal magma nel bel mezzo del sorprendente appennino parmense.

●     La torta paradiso di Pavia, nome azzeccato, andate da Vigoni a gustarne una fetta se fuori fa freddo e sale nebbia dal Ticino.

●     Le risaie ghiacciate, un congelatore di balle di fieno, canali e cascine sfumate, paesaggio pasoliniano.

●     Vercelli, chi se l’aspettava? Francesissima, elegante senza sfarzo, un piacere da passeggiare su Corso Libertà

●     Il foro sotterraneo di Aosta e l’aperitivo da Papà Marcel: forse la raffinata grandezza dei romani si comprende meglio in questa valle alpina che nella capitale, e dopo la meraviglia è consigliato andare a sorbire una grolla dell’amicizia nel vecchio bar di Via Croce di Città dove aggiungere una scritta sui muri pieni di aforismi militari e studenteschi.

●     Il lungolago da Villeneuve a Losanna, castelli, giardini, palazzi e installazioni d’artista lungo tutto il viale pedonale; e appena usciti da Vevey, perdersi tra gli incantevoli vigneti terrazzati, patrimonio Unesco non a caso. Lo chiamano il vino dei tre soli: quello diretto, quello riflesso dal lago e quello incamerato dalle pietre di sostegno. Un gioiello di manutenzioni elvetica. Come disse un compagno di viaggio: “è incredibile cosa arriva a fare l’uomo per sbronzarsi”.

●     Sainte-Croix, il villaggio dello Jura con gli abitanti più simpatici d’Europa: un paesino al confine francese dove negli anni sono andati a finire, col benestare del governo dopo la crisi dell’industria locale, artisti, disoccupati o “alternativi” che l’han popolato di bambini e benessere.

●     Le gole della Loue, all’improvviso un piccolo canyon francese sul cui fondo scorre un pescosissimo fiume e si incastonano villaggi incantevoli come Mouthier, Lods e Ornans, pieni di botteghe e svaghi fluviali.

●     Besançon, città stendhaliana fitta di mistero con angoli più parigini di Parigi.

●     Il ponte di Chaumont, perché stava per tornare il sole

●     La collina di Reims coperta dai bassi vigneti di Champagne, io ci son passato in tempo di potatura ma a settembre deve essere mozzafiato e dicono che la vendemmia sia un ebbro spasso.

●     La cattedrale di Laon, visibile da decine di kilometri prima e indimenticabile per decine di kilometri dopo, quando il gotico lo sanno fare…

●     La Grande Place e Place des Heros di Arras, andando poi a giocare a carambola all’Equinoxe; davvero, sembra uno sfondo teatrale per una pièce secentesca, una fila ininterrotta di case con facciata a pignone che culmina nello sfarzosissimo Beffroi, la torre civica campanaria che da quelle parti fanno a gara a chi ce l’ha più bello e grosso.

●     Le scogliere tra Escalles e Calais, dei verdissimi strapiombi sulle spiagge che quasi ti fan venir voglia di restar sul continente invece di buttarti nella Manica (che da lì ti sembra di poter fare a nuoto).

●     La chiesetta di Barham e il Duke Of Cumberland, un paesino di legno e mattoni tra Dover e Canterbury dove la via principale si chiama, britanicissimamente, The Street e i cavalli pascolano indisturbati.

●     La messa cantata nella cattedrale di Canterbury, voci d’angelo e cerimonia d’altri tempi sotto fasci di navate talmente verticali da far trasecolare il più convinto degli atei.

●     I prati di Grantchester, avete presente l’immagine icastica del pic-nic? Cesto di vimini, anatre e libellule tra le ninfe, ponticelli di legno, mucche che brucano e campi di grano dietro la siepe? Ecco, l’hanno scattata lì.

Non so voi, ma tutto questo elencare mi ha stuzzicato l’appetito di ripartire. Magari stavolta più veloce, poco, ma per coprire distanze maggiori, molto.

Paolo ha quasi 28 anni, una inutile laurea in lettere e una fastidiosa ipocondria. Vive tra Terni e internet. Ha una gran paura dell’aereo, fobia che non riesce tuttavia a chetare la sua dromomania. Il suo sogno è sondare il globo per trovare il posto perfetto dove stabilirsi e prendere finalmente un cane, al quale tra l’altro è allergico.