«Il mio nome non è Malcon e detesto viaggiare; spesso passeggio per la mia città e mi pare di vivere in un luogo assurdo, in cui mi sorprendo disorientato, confuso: le quattro pareti della mia stanza sono l’orizzonte che non mi opprime, l’unico luogo della mia libertà».

Io non viaggio, non ho mai viaggiato in vita mia. Salvo qualche visita in Provenza durante la tenera età, quando lì viveva una mia carissima e severissima zia, posso dire, senza offendere la verità, di aver trascorso tutti i miei giorni nella città che ospita le quattro mura in cui mi trovo adesso. A chi può far scorrere l’indice a piacimento su un planisfero ed evocare così immagini e ricordi memorabili, io potrei ridicolmente opporre una vaga esperienza di viaggiatore, elencando, con un mezzo sorriso di sfida, tre sole città: Parigi, Firenze, Trieste, tre luoghi che rappresentano l’assenza di una volontà, quella di chi ama esattamente viaggiare. Il ricordo di questi tre ‘spostamenti’ serve soprattutto al vuoto intinerario che li unisce, quell’antidinamismo premeccanico che è appunto la mia blanda esistenza, consumata davanti a una scrivania, a un libro, più recentemente a uno schermo.

Eppure, da adolescente portavo i capelli lunghi (un che di giacobino), e fingevo abbastanza bene uno spirito romantico che amava l’avventura! No, in realtà mi ero innamorato di una ragazza meravigliosa che cercava quell’ideale, e da bravo impenitente avevo deciso di piacerle a tutti i costi, anche a rischio di rinnegare me stesso. Amor omnia vincit: così mi sono ritrovato a Parigi, non ancora diciasettenne, con una grande voglia di essere felice e un bellissimo sogno tra le mani – più di tutto, ricordo il Sacro Cuore, quella splendida gradinata che, con piglio decisamente senile, avrei ricordato mille volte.

Firenze è l’amore per la lingua, la storia di ciò che ha dominato e determinato una parte considerevole della mia persona: quelli che volgarmente potrei millantare come i miei giorni eruditi. Fu la scoperta matura dell’unico aspetto assolutamente ottimo di questo misero paese a spingermi in mezzo a quelle strade così rinascimentali, così comunali e medievali.

Ancora l’amore di un autore (genitivo oggettivo, s’intenda) mi ha imposto di visitare quel terzo luogo, quella città che non a caso era detta mitteleuropea, il fondo di una cultura di frontiera, a tal segno poco provinciale da rendere possibile l’unico genio schiettamente narrativo del nostro primo Novecento, Italo Svevo.

Quindi io so la bellezza dell’‘altro’ e capisco quanti mi dicono dei loro viaggi e lo fanno con lo sguardo luminoso e vivo. Mi riesce facile immedesimarmi nella loro eccitazione e ascolto sempre con grande attenzione i loro racconti. Per me si ripete, tutto sommato, quello che capita a coloro che siedono in poltrona e sfogliano un buon libro. Il mio entusiasmo è esclusivo, e guarda al detto più che al fatto. Le emozioni più forti per me non possono essere quelle vissute, ché sono sempre troppo deludenti, troppo lontane dalla loro immagine. Solo i monumenti, la memoria possono evocare quell’idea di grandezza capace di farmi sentire più vivo e soddisfatto. Il viaggio è anzitutto un’esperienza; ma ciò che può rendere buona quell’eseprienza è l’individuo che la vive. Evidentemente io non so dare valore ai luoghi: forse sarei un geografo passabile, un discreto antropologo; ma mai un pioniere.

I viaggi che hanno condizionato la mia vita sono appunto quelli pubblicati. Ancora una volta è l’amore per la lingua a rendermi care queste esperienze; e allora penso che la mia imprescindibile resistenza nei confronti dell’idioma che oggi tutti devono conoscere copre un ruolo non marginale in questo mio odio per il viaggio. Sentirsi raccontare la storia di un luogo sarebbe per me il momento più delicato e felice, come quello di lasciarmi assorbire dagli usi che altrimenti non potrei mai accogliere. Ma è un discorso riferito, perché mi immagino un modello opposto all’ideale turistico, che mi rende impietoso e sprezzante.

Penso che sia necessario un buon motivo per muoversi – anche nel quotidiano (il bisogno chiede e ottiene quelle risorse che non sapevamo di avere). E io, tutto sommato, mi stupisco nel capire che, al riguardo, per me non ve ne sono.

Malcon