Quello che segue è un estratto di Grounded: a Down to Earth Journey Around the  World, il primo romanzo di Seth Stevenson, tradotto da rachele.

C’è un certo romanticismo inerente all’idea del fare il giro del mondo. È il tipo di impresa su cui gli avventurieri fantasticavano, prima che la globalizzazione ci desse l’illusione di avere l’altro lato del mondo in fondo all’isolato o dietro l’angolo. E, anche adesso, fare il giro intero, pur non essendo più la sfida di una volta, conserva un piacevole e concreto senso di completezza.

Ovvio, io e Rebecca non saremmo i primi a circumnavigare il globo. Quel primato va a Magellano, più o meno. Lui lasciò la Spagna nel 1519, salpando verso ovest, arrivò fino alle Filippine e lì fu ucciso nel 1521, mentre tentava di convertire un capo indigeno al Cristianesimo. (Ogni viaggiatore esperto sa che non si discute mai di religione con la gente del posto. È terribilmente sgarbato! Caro Magellano: chi è causa del suo mal, pianga se stesso). Nel 1522 una delle cinque navi originarie di Magellano riuscì a stento a rientrare in terra spagnola, trasformando i rimanenti 18 membri dell’equipaggio nei primi uomini a circumnavigare con successo il globo.

Da allora, sono stati innumerevoli i viaggiatori che sono riusciti a vincere la sfida. E quando un semplice giro del mondo non era abbastanza audace, si finiva con l’inventare modi per rendere l’impresa ancora più ambiziosa: navigazioni in solitaria, voli non stop senza scali di rifornimento, mongolfiere, spedizioni alimentate dalla sola forza umana, con rollerblade o pedalò.

Nellie BlyNaturalmente, le circumnavigazioni più celebri non sono mai avvenute. Pubblicato inizialmente nel 1872 in Francia come una serie di articoli di giornale, Il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne racconta le rocambolesche avventure del gentiluomo inglese Phileas Fogg. L’ingegnosa trama vede Fogg scommettere con i suoi amici 20mila sterline sul fatto che riuscirà a circumnavigare la Terra e tornare a Londra entro il numero di giorni che danno il titolo al romanzo. Sulla scia della popolarità del libro, la giornalista Nellie Bly provò a replicare il viaggio fittizio di Fogg. Partendo da New York nel 1889, riuscì a ritornarci in soli 72 giorni. Un tempo del tutto rispettabile – anche se non tanto quanto quello impiegato da un marinaio in catamarano nel 2005 (50 giorni). E il suo viaggio non fu veloce come il viaggio supersonico attorno al mondo del Concorde nel 1995 (31 ore, inclusi diversi scali). Il viaggio di Nellie, poi, è pari alla velocità di una lumaca, se paragonato al tempo impiegato da Yuri Gagarin nel 1961 per circumnavigare in astronave la Terra, prima di atterrare nuovamente sul suolo sovietico (circa 108 minuti).

Io e Rebecca stiamo programmando di circumnavigare la Terra più piano di Gagarin (e senza entrare in orbita) ma più veloci di Magellano (e, si spera, senza essere uccisi da un capo indigeno). Non cercheremo di stabilire nessun record. Vogliamo solo fare qualcosa da ricordare con orgoglio in futuro. Un traguardo che non sia legato alle nostre carriere o alla creazione di una famiglia. Qualcosa di diverso, e solo nostro.

Abbiamo stabilito due regole:

  1. Affinché la circumnavigazione sia valida, dovremo attraversare tutti i meridiani più l’equatore, e
  2. Non useremo l’aereo. Mai. Non c’è un granché di sfida nel comperare un biglietto aereo per fare il giro del mondo e nell’usarlo. Ancora più importante: disprezziamo gli aeroplani e tutto ciò che rappresentano.

Prendere un aereo sarebbe come premere il pulsante di fast forward. È un’ottima possibilità, certo. Ci permette di fare un viaggio di lavoro a Chicago nel giro di un giorno e di trascorrere una settimana di vacanza in Nuova Zelanda. Ma il progresso porta con sé anche degli svantaggi.
Qualcosa si è perso, lungo la strada.

Quando Jules Verne scrisse Il giro del mondo in 80 giorni, molto prima dell’invenzione degli aeroplani, la sua era un’ode alle eccitanti nuove possibilità del viaggiare. Per la prima volta nella storia – notava Verne – si poteva fare il giro del mondo utilizzando quasi esclusivamente trasporti commerciali. La modernità aveva conquistato la superficie della Terra.

Ma se le navi a vapore e le ferrovie resero il mondo più piccolo, gli aeroplani lo rimpicciolirono rendendolo irriconoscibile. Nel 1988, poco più di 100 anni dopo la galoppata di Fogg attorno al mondo, Michael Kinsley (che diventò poi il mio capo a Slate) scrisse un pezzo per Condé Nast Traveler intitolato Around the World in 80 Hours, che esplorava le possibilità del turismo via Jumbo Jet. Mike volò in India, scese dall’aereo per un’ora, volò a Kathmandu, scese dall’aereo per un’ora, e avanti così. Il genere, qui, più che diario di viaggio si avvicinava alla farsa: chi sarebbe capace di godersi un viaggio del genere? Assomiglia più a 3 giorni di pura tortura. Tutte le seccature di un viaggio, senza quasi nessuna ricompensa.

Paul Theroux«Non mi piacciono gli aerei», scriveva Paul Theroux, spiegando perché aveva sperato, ne L’ultimo treno per la Patagonia, di usare solo treni dal Massachusetts alla punta più a sud del Sud America. (Fu costretto a volare in due diverse occasioni durante il suo viaggio, e ne conserva ancora il rimpianto). «E ogni volta che ne prendo uno – soffrendo il rumore assordante e la gelida mancanza d’aria peculiare degli aerei – covo sempre il sospetto che la terra che stiamo sorvolando sia ricca e meravigliosa e che io me la stia lasciando scappare».

Ricordo ancora le fitte acute che, sorvolando l’Artico diretto in Giappone, avevo sentito vedendo – a 35mila miglia di distanza – una distesa di ghiaccio bianco accecante. Avevo immaginato l’ululare del vento laggiù, i fiocchi di neve svolazzanti e lo scricchiolio della lastra di ghiaccio sotto i miei piedi. E poi mi ero guardato attorno: avevo visto la tappezzeria floreale sbiadita dell’aereo e avevo ascoltato il fruscio dei filtri per l’aria.

Ci sono infinite buone ragioni per odiare gli aerei. Personalmente, io mi allontano sempre dalla pista di atterraggio rintronato e stordito, come se la parte anteriore del mio cervello fosse stata completamente prosciugata. C’è il jet lag, anche: il nostro corpo sembra aver deciso da tempo che non è stato progettato per andare così lontano, così velocemente. Come se non bastasse, quando Theroux scrisse il suo saggio non sarebbe mai stato in grado di prevedere tutti i fastidi e le umiliazioni dei controlli di sicurezza post 11 settembre. Le perquisizioni, le domande invasive, i barattoli di liquidi in sacchettini di plastica trasparente, lo sfilarsi scarpe e cinture. Gli uomini e le donne d’affari ora stanno tutti in fila con la stessa rassegnazione nervosa di un gruppo di criminali in attesa di entrare in prigione. Una volta a bordo, si sommano ulteriori indegnità. Sedili stretti. Film anonimi. Le compagnie aeree hanno cominciato a far pagare ogni amenità, quindi ci si trova a sborsare soldi per cuffie scadenti o insipidi panini al tacchino.

E per quanto riguarda il volo di per sé, il romanticismo rimasto è ben poco: solo claustrofobia, bambini urlanti e l’inevitabile prossimità dei vostri vicini di sedile. La pensionata ficcanaso. L’ubriaco rumoroso. Il tizio sovrappeso che si scusa di continuo e le cui anche si infilano sotto il bracciolo che condividiamo.
Per alcuni di noi, poi, volare è puro terrore. Quando Rebecca è in un aereo in volo, si trasforma in un rottame tremante. Una volta abbiamo preso un volo da Delhi all’Himalaya. La pista d’atterraggio della montagna era immersa nella nebbia. Pezzi di rocce scoscese spuntavano dal nulla e sembravano essere a pochi centimetri dalle ali del nostro aereo. Rebecca mi aveva afferrato la mano stringendola con la pressione di una morsa pneumatica mentre si scolava una pinta di scotch e una tripla dose di sedativi. Per il bene del suo fegato, preferisco non provare mai più un’esperienza del genere.

E non dimentichiamo l’impatto ambientale degli aerei. Consumano un sacco di risorse non rinnovabili ed emettono cherosene e anidride carbonica direttamente nell’atmosfera. Prendere anche solo qualche volo all’anno può vanificare ogni sforzo fatto per vivere nel rispetto dell’ambiente. In più, gli aeroporti contribuiscono all’espansione urbana incontrollata, all’inquinamento acustico e, probabilmente, alla contaminazione delle falde acquifere.

seth stevensonMa tolte tutte queste ragioni, ce n’è una ancora più profonda. Volare su un volo di linea non è viaggiare, per come la vedo io. È teletrasportarsi da un punto A a un punto B. Trascorriamo l’intero tempo del volo aspettando di atterrare e, una volta atterrati, parliamo del volo solo per lamentarci delle turbolenze o del tizio che russava di fianco a noi. Il viaggio in sé non è niente. Un vuoto. Un salto invece di una traversata. Ed è proprio mentre siamo intenti ad attraversare che spesso ci imbattiamo nelle gioie, nei momenti difficili, nella serendipità e nei disastri di una vera avventura.

Seth Stevenson è uno scrittore americano che collabora con Slate. Vive a New York e ha ricevuto diversi Lowell Thomas Awards, i premi della Society of American Travel Writers.
Grounded è il suo primo libro, ed è ancora inedito in Italia.