Perdersi a Istanbul? Niente panico: se vi succede, godetevela. Riuscire a orientarsi con mappa alla mano sarebbe comunque difficile. Le soluzioni sono due: perdere ore incaponendosi sui nomi delle vie (spesso assenti), oppure perdere il senso dell’orientamento, lasciandosi guidare dalla curiosità di scoprire colori, odori, vetrine, rumori e persone… Per un viaggiatore il bello di Istanbul è riuscire a farsi guidare dai suoi stimoli, senza troppi ripensamenti. Diventerà, così, quasi naturale arrivare davanti al Kapali Carsi, il Gran Bazar – una sorta di città dentro la città – enorme mercato al coperto nella sua confusione estremamente ordinato e organizzato, che funge un po’ da centro nevralgico di Istanbul.

A due passi dal Gran Bazar, la chiesa di Aya Sofya e la famosa Moschea Blu. Questa è la cosiddetta “città vecchia”, la più turistica e affollata da sciami di giapponesi, tedeschi e italiani, mentre dall’altra parte del Bosforo si snoda la parte chiamata “orientale” che, in realtà, di orientale ha poco.

Qui, infatti, i cliché dell’oriente esotico vengono ribaltati da quartieri popolari al centro di una riqualificazione urbana ma, soprattutto, artistico-culturale. Performance di artisti di strada, collettivi di giovani attori e video-installazioni animano questa zona, che coincide con il quartiere di Beyoglu. Per arrivarci bisogna attraversare il Ponte di Galata, che vale la pena di essere percorso a piedi. Lungo il ponte, infatti, si trovano ristorantini, baracchini e bar che vendono tutti lo spuntino preferito degli abitanti di Istanbul: il panino con il pesce del Bosforo. L’aspetto più curioso, poi, è il numero spropositato di pescatori, più o meno organizzati e improvvisati, che affollano il ponte a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Istanbul

Non si può poi parlare di Istanbul senza un accenno ai dolci turchi. Per i golosi, la città diventa giorno dopo giorno un paradiso in terra. I baklava mielosi e il budino di riso dal profumo speziato sono, appunto, paradisiaci. Il ruolo da protagonista, però, è affidato al cai, il tè turco: servito caldissimo, rigorosamente in piccoli bicchieri di vetro e a qualsiasi ora del giorno, è praticamente onnipresente.

Ma la cosa che salta più all’occhio, passeggiando lungo le strade di Istanbul, è la varietà della sua popolazione. È sufficiente sedersi su una panchina per rendersene conto in dieci minuti. Donne velate integralmente accanto a ragazze con capelli ossigenati, rossetto rosso vermiglio e gonne corte. Uomini delle madrase, le scuole coraniche, che si alternano a giovani art-performer con costumi grotteschi e bizzarri.

È riduttivo pensare Istanbul come un ponte tra due culture, occidentale e orientale. Se si considerano le culture come insiemi di significati, simboli, concetti e idee in perenne cambiamento, allora Istanbul può elevarsi a emblema di una società “fluida”, al centro di flussi e correnti che si spostano da Oriente a Occidente, e viceversa.
Che si fermano, tornano indietro ma, soprattutto, vanno avanti.

Giuditta ha 25 anni e spera, nella vita, di diventare antropologa. Nel frattempo viaggia, studia e impara i rudimenti della cucina giapponese.

Le illustrazioni dell’articolo sono di Simonetta Capecchi, urban sketcher di Napoli che viaggia con la matita sempre in mano. Questo è il suo flickr, questo – invece – è il suo blog.