Ogni anno, da trent’anni, Christiania rischia di essere rasa al suolo e trasformata in un quartiere residenziale da catalogo Ikea. Più che un rischio, è quasi un rituale: il governo minaccia, il tribunale ascolta, la città trattiene il fiato, gli abitanti di Christiania scrollano le spalle. E tutto rimane uguale a prima. Nel suo essere così prevedibile, il rituale ‘sfratto-non-sfratto’ è straordinario e ha permesso a una comune autogestita che vive al di fuori della legge danese dagli anni ’70, di sopravvivere per un tempo incredibilmente lungo. Rimanendo sempre fedele a se stessa? Non proprio.

anche Christiania ha una bandieraChristiania, nel 1971, era un’area militare abbandonata che alcuni residenti di Christianshavn occuparono per ritagliarsi uno spazio verde all’interno della città. La causa scatenante della sua nascita fu, però, un articolo di Jacob Ludvigsen pubblicato sul giornale Hovedbladet che proclamò – sempre nel 1971 – la libera città di Christiania (Freetown Christiania), lanciando l’idea di occupare l’intera zona per dare una casa a chi non poteva permettersela. L’articolo spinse centinaia di persone a trasferirsi sui terreni occupati per realizzare una comune auto-governata in cui ognuno fosse responsabile per il benessere dell’intera comunità. Cominciarono così a sorgere abitazioni auto-costruite con i materiali abbandonati dall’esercito o ricavate dalle baracche e dagli ex magazzini militari. Seguì a ruota l’invenzione della bandiera (rossa con tre pallini gialli a rappresentare i puntini sulle ‘i’ di Christiania), il conio della moneta (ancora in uso assieme alla corona danese) e l’avvio di ristoranti e attività commerciali. Il tutto in una delle zone più verdi e incolte di Copenhagen, dove la natura era libera – anche lei – di crescere come e dove le sembrava più appropriato.

Nel 2010, Christiania ha circa 1000 abitanti (nessuno sa quanti siano di preciso), un cinema dal look volutamente rétro (il Byens Lyns), un ristorante vegetariano (il Morgenstedet), una TV, una radio, un sito ufficiale, diverse fan page di Facebook e un responsabile stampa. Già: il press office di Christiania si chiama Thomas, ha circa 30 anni e vive da due nella comune più famosa d’Europa.

«Ho avuto fortuna, una mia amica mi ha chiesto di stare a casa sua per due mesi e non è più tornata»: ecco come è riuscito Thomas, dello Jutland, a entrare in una comune che ha una lista d’attesa lunga quanto quella del Noma, il ristorante più famoso di Copenhagen, e del mondo. Pacato, preciso nelle informazioni che dà e con un sorriso ironico stampato in faccia, Thomas è l’uomo delle chiavi, perché ha lui in mano la gestione degli edifici comuni: i bagni, il cinema, le sale concerti e le sale riunioni, dove la comunità si ritrova per prendere le decisioni più importanti.

«Si parlava troppo e male di Christiania, così gli abitanti hanno deciso di nominare una persona per le pubbliche relazioni», mi spiega. Prima erano gli spacciatori di Pusher Street che facevano i PR per Christiania, con risse e sparatorie che sono sfociate, nel 2005, nella morte di un 26enne. Ecco il perché di Thomas che, caso unico nella comunità, viene pagato per mostrare ai giornalisti il lato migliore di una delle realtà più controverse del paese.

E, tutto sommato, Christiania nel 2010 è molto più borghese di quanto ci si aspetta. A distanza di 30 anni dalla sua nascita, ha mantenuto la facciata incolta che deve aver avuto nel ’71, quando le sue mura venivano scavalcate dai primi hippie. L’entrata è ancora segnalata da un totem che annuncia ‘benvenuti a Freetown Christiania’ e le strade, soprattutto d’inverno, sono ancora ricoperte di fango. La gran parte dei turisti si lascia intimorire da Pusher Street, la prima strada che si incontra una volta superata l’entrata, e non prosegue nell’esplorazione della comune. Ed è un peccato, perché le parti migliori (e più benestanti) di Christiania sono – ovviamente – le più nascoste, all’interno di un parco di oltre 34 km².

Delle tante piccole comunità in cui è suddivisa, infatti, molte sono composte da case che sembrano davvero uscite da un catalogo Ikea: costruite interamente in legno e con materiali riciclati, hanno pareti dipinte nei classici colori pastello danesi (con una predominanza di bianco), interni curatissimi e illuminati da piccole abat-jour, che le fanno somigliare a  piccoli villaggi di campagna. E ad osservarla con più attenzione, anche Pusher Street, la strada dello spaccio dove è assolutamente proibito scattare foto, nel suo essere trasgressiva è ordinata: i pusher hanno i loro banchetti, presentano la merce al meglio delle loro possibilità e sembrano disposti a stare alle regole del gioco.

Ma quali sono le regole? Christiania, sulla carta, non ha regole: le decisioni più importanti vengono prese per consenso unanime, le altre sono in mano ai singoli, in uno stato di anarchia tacitamente e collettivamente accettata. Qualcuno litiga, qualcuno viene espulso. Ma non funziona così un po’ ovunque?

Il RELÆ ha il suo stilePer certi aspetti succede così anche a Nørrebro, quartiere a nord del centro che alcuni si spingono a definire la SoHo di Copenhagen. Ex agglomerato di case popolari con mattoni rossi e con tendenze riottose (è qui che si sono svolte le più pesanti sommosse danesi nel 1980, nel 1993, nel 2006 e 2007), si è rinnovato negli ultimi anni trasformandosi in una delle zone più alla moda della città. Nonostante ciò, appena una signora sulla cinquantina sfodera la digitale per fotografare l’insegna del ristorante Relæ in Jægersborggade, i pusher cominciano a sbraitare e le strappano di mano la macchina. Chissà se sarebbe successo lo stesso, a Christiania.

A parte l’egocentrismo permaloso degli spacciatori, Nørrebro è un bel quartiere, da vivere sia di giorno che di sera. Delimitato, da un lato, dai 5 laghi artificiali che dividono in due la città e attorno a cui i danesi amano correre e, dall’altro, dall’Assistens Kirkegård, è un quartiere economico, meno aristocratico degli altri e pieno di negozietti, bar e ottimi ristoranti.

Proprio il cimitero è una delle aree più piacevoli da visitare, sia d’estate che d’inverno. Qui sono stati sepolti, tra gli altri, il filosofo Kirkegaard e Hans Christian Andersen, ma qui è anche dove molti danesi amano fare picnic nelle belle giornate che il meteo raramente concede. La spina dorsale dell’Assistens è un lungo viale alberato che divide il cimitero in due: tutt’attorno le lapidi non incutono né timore né tristezza, ma ricordano, placide, la presenza di una parte inevitabile nella vita di tutti. Attraversando da sud a nord il cimitero si arriva nel cuore di Nørrebro, in Jægersborggade. Qui si trovano il Relæ, aperto da due ex cuochi del Noma e votato interamente alla cucina biologica (il 95% dei loro prodotti sono bio) e The Coffee Collective, micro-torrefazione che produce i migliori caffè di Copenhagen.

Ma Jægersborggade è solo l’inizio. La zona più bella di Nørrebro è quella attorno all’Empire Cinema, un quattro sale dall’anima e dal look d’essai dove, nel 2009, ho avuto la (s)fortuna di vedere Inglorious Basterds in versione originale. Con sottotitoli in danese, si capisce. A due passi dal cinema, sull’angolo di Guldbergsgade, c’è Kiin Kiin, il miglior ristorante thai della città, che combina un’atmosfera sofisticata a un arredamento familiare e con una lista d’attesa pressoché infinita. Ma chi volesse provarlo, può ordinare le versioni take-away dei loro piatti da Aroii, fratellino minore a due porte di distanza da Kiin Kiin.

I brutti anatroccoli contrattaccanoIncamminandosi verso ovest e seguendo il profilo lineare dei 5 laghi, si arriva a uno dei birrifici più di qualità della città. Il Nørrebro Bryghus è stato uno dei primi nati a Copenhagen, una città dove fino a tre o quattro anni fa Tuborg e Carlsberg la facevano da padroni. Poi, nel 2000, hanno cominciato a fiorire birrifici in tutto il paese. Birrifici che, a giudicare dalle birre del Nørrebro Bryghus, battono a tavolino le multinazionali del malto.

A Nørrebro, da maggio a settembre, ogni sabato c’è il mercato di frutta e verdura locale. In estate le feste si riversano in strada ed è possibile vederle fondersi l’una con l’altra, mentre la musica trance si mescola al punk e l’hard-core alla disco, il tutto nello spazio di pochi metri.

I due quartieri più problematici di Copenhagen, quelli che faticano ad adattarsi all’animo un po’ inamidato della città, si sono lentamente trasformati nei cigni di Hans Christian Andersen. Ma, sotto sotto, rimangono dei brutti anatroccoli. Ed è proprio questo che li rende così affascinanti.