La seconda volta di Malcon. Un nuovo capitolo di un lungo racconto antidinamico.

In una piazza in cui si parla e si scrive di viaggi e di luoghi, il non viaggiatore si pone di fronte a un ostacolo difficilmente sormontabile: che cosa dire, senza parlare d’altro, senza tradire il seminato? Dovrebbe giusto evocare il viaggio per negarlo, per umiliarlo, dispregiarlo appetto di un un bisogno intensamente autobiografico? Ma equivarrebbe ad accogliere l’ipotesi di una miserabile strategia retorica, in nulla interessante – senza contare che qualcuno potrebbe aversene a male, non ultimo il carissimo amico che presiede a questa pubblicazione. Allora si potrebbe proporre un’idea nuova di viaggio… col rischio di sorprendersi dozzinalmente preceduti da un’infinità di esperienze già trasmesse e, per dir così, codificate (la grande umiliazione della rete: siamo tutti posti di fronte alla nostra ripetibilità)?

Meglio affidarsi, quindi, al caso. E cioè, scrivere senza sapere bene ciò che le parole vorranno dire – la sintesi seguirà, quasi come una mistica (forse).

A pensarci bene è qui la traccia, la metafora di un istinto pionieristico che avrebbe qualcosa da condividere con l’idea del viaggio, mi pare. Porsi a capo di un itinerario ‘a venire’ non sempre implica la consapevolezza certa della fine di quell’itinerario, e anzi direi che l’avventura di uno spostamento geografico, che porti l’individuo a lasciare il noto per l’ignoto, deve prevedere, non dico un’ignoranza completa, ma almeno una fondata incertezza del futuro a breve termine. Ecco che mi pare di intravedere un fascino che non mi è sconosciuto. A ben guardare il viaggio è come una sorta di vertigine controllata: si accoglie una precarietà finalmente favorevole, propizia. Il viaggio è una volontaria allucinazione, o meglio: un desiderio di concreta e non utopistica visionarietà. Così come non ho che una vaga idea di ciò che le mie dita verranno digitando tra qualche secondo, il viaggiatore si dispone a vivere con uno sguardo nuovo la propria quotidianità proiettata sotto un nuovo cielo, pronto a lasciarsi guidare da ciò che, pur esistendo (pre-esistendo!), è ancora perfettamente ignorato, sconosciuto.

Il viaggio è allora una declinazione della vita, della percezione, un vessillo sotto il quale poter esprimere un bisogno di vitalità, se la vita è soprattutto movimento (intellettuale, emotivo, sentimentale e, in ultimo, ovviamente anche somatologico). L’animo viaggia ogni qual volta si fa sensibile il desiderio non tanto di dimenticare qualcosa, quanto di ricordare ciò che ancora non conosciamo (riscoprire l’ignoto!). Si pensi anche all’uso che ne facevano i fricchettoni, del concetto di ‘viaggio’, ormai decenni fa, quando era in piena promozione la cultura dello sballo. Il viaggio era un’esperienza che portava ‘fuori di sé’ (altro modo di dire, questo, ancora corrente), l’alienazione cercata di uno spirito asservito a una schiavitù culturale, sociale, individuale.

Insomma, vi è sempre un ‘altrove’ quando si pronuncia la parola «viaggio»: una banalità che non mi sembra priva di una qualche rivelazione (lo ammetto, anch’essa banale… una «banale rivelazione»…! ecco un altro ‘viaggio’, attraverso il senso di un ossimoro che dice tutto e nulla, regalando al lettore più distratto o più attento l’ebrezza di un viaggio semantico non proprio scontato!). La rivelazione è nell’attribuire a quell’altrove un potenziale culturale, io credo. Si viaggia attraverso lo sguardo di un amante, allora, nella sua bellezza irripetibile; si viaggia attraverso le parole di un caro amico, di un discreto poeta, di uno storico, di uno scienziato (i più visionari anti-utopistici, direi!)… L’ «altrove» può essere in questa pagina, nella prossima, a Timbuctu, in viale Jenner… è dappertutto, e se è ovunque allora non è da nessuna parte: sarà per questo che non si smette mai di viaggiare… perché il viaggio è una ricerca senza fine, un arricchimento perpetuo…???

Ognuno ha i suoi viaggi, adunque, e anche Malcon ha i suoi (il prossimo sarà un altrove dantesco, magari… forse racconterò di quando varcai per la prima volta le mura dell’alta Dite, lasciandomi alle spalle la Gorgone, e attraversai il cimitero degli eretici… ricordo l’odore nauseabondo: io e i miei compagni di viaggio, due poeti di non scarsa memoria, ci dovemmo acquattare dietro a una lapide per aspettare che il nostro olfatto si abituasse a cotanto lezzo…! Oppure un altrove autobiografico, nei pressi della mia città, quando in autunno io e mio padre andavamo a raccogliere le castagne matte, piccoli oggetti di apotropaica affidabilità: il nonno di Malcon aveva sentenziato, un secolo prima: «scacciano i mali del freddo!… tu porterai una castagna in tasca, e lei porterà te lontano dal raffreddore»: rivedo il viale alberato che non saprei più raggiungere, le aiuole cosparse di foglie secche…! L’ignoto è nello sguardo che accetta l’emozione di una nuova esperienza, una nuova e momentanea identità: l’altrove dove non saremo mai, o dove siamo già stati senza saperlo).

Ma ecco la fine di questo sciocco delirio verbale.

Malcon