Quando ho letto per la prima volta il titolo della Zinester’s Guide to New York City (ZG2NYC, per i fan degli acronimi) ero convinta che ‘zinester’ fosse il termine slang per dire ‘sinister’: lo confesso con uguale dose di vergogna e onestà. Ho pensato: ‘bella questa cosa, una guida ai luoghi più sinistri di New York’. Poi, come chiunque avrebbe fatto, ho googlato ‘zinester’ e scoperto che:

  • UrbanDictionary: ‘zinester’ è un nome che denota un individuo che crea e, solitamente, distribuisce, la sua zine o che gestisce un distro.

Scusa, come hai detto?

  • Wikipedia: ‘zine’ – abbreviativo di fanzine – è una pubblicazione a bassa tiratura di contenuti e/o immagini originali. Molto spesso il termine comprende opere di nicchia autoprodotte e distribuite tramite fotocopie. ‘Distro’ è il luogo o il modo in cui le zine vengono distribuite (distro’ed). Wikipedia ha una lista dei principali zine distros in Australia, Nuova Zelanda, UK e, ovviamente, Stati Uniti.

Cos’è quindi la ZG2NYC? In primis, è “l’ultima guida di New York interamente analogica”, come recita il sottotitolo bianco candido al centro della copertina. Ciò significa niente app, niente tecnologie, niente interazione 2.0 (anche se la ZG2NYC ha un account twitter). «Capisco la comodità di essere sempre online», mi spiega Ayun – l’autrice – quando le chiedo il perché del sottotitolo, «ma personalmente sono sconvolta dalle orde semi-lobotomizzate di fanatici di iPhone, Blackberry e Smartphone che girano per la città. Se avessi uno di quegli aggeggi, anche io cadrei nella tentazione di controllare la mail o Facebook ogni 5 secondi, diventando cieca di fronte a tutto ciò che mi circonda. Rimuovere la tentazione ci apre alla serendipità, alla possibilità di improvvisare il ritratto di un pendolare della metro sul nostro quaderno, conversare con qualcuno a cui abbiamo chiesto indicazioni, guardare in sù, in giù o perderci dentro un’opera di street art per un po’,  invece di avere accesso immediato a tutte le risposte del mondo su internet».

«Viaggiare senza app ci concede il lusso di rimuginare. In più, adoro gli scarabocchi che facciamo su una guida turistica ben consumata: diventano ottimi souvenir di viaggio». E gli ‘scarabocchi’ non mancano, nella Zinester’s: Ayun ha chiamato a raccolta amici disegnatori per illustrare non solo i luoghi più famosi della città, ma anche i suoi ‘personaggi’ e le peculiarità: il disegno che abbiamo usato in alto e in home page, per esempio, illustra l’Housing Works Used Book Cafe al 126 di Crosby Street e, a guardarlo da vicino, ci si leggono le indicazioni su quali muffin ordinare al bancone del bar (ai mirtilli), su dove si trovano i fumetti (dietro le scale a chiocciola) e sull’area della libreria in cui si tengono i reading (nell’angolo a destra).

L’unicità della guida sta nel fatto che si concentra su luoghi che vanno oltre i classici itinerari Lonely Planet: a pagina 26 i negozi in cui riparare dalle scarpe alla macchina fotografica, a pagina 114 le istruzioni per  mettere in mostra le proprie opere d’arte sui pali che puntellano la città. E ancora, a pagina 117 e 118 una sezione dedicata al mondo delle zine, della stampa alternativa e delle biblioteche di quartiere (la più bella sembra essere la Jefferson Market Branch al 425 di Ave of the Americas), a pagina 134 le stazioni della metro con le migliori jam session, a pagina 144 tutte le cose che si possono fare gratis d’estate (incluso il Rooftop Film Festival, cineforum organizzato sui tetti di Brooklyn, Manhattan e Queens). Cimiteri? A pagina 209. Cimiteri navali? A pagina 210 (lo Staten Island Ship Graveyard). Dulcis in fundo: uno studio della fauna che abita la città (non solo ratti…), consigli per ciclisti, i safari della Grande Mela, dove rimorchiare, sposarsi, fare foto nelle vecchie cabine automatiche per fototessere e dove trascorrere le giornate più calde e le più fredde.

E i ristoranti? La ZG2NYC ne elenca una quantità incredibile – tutti suddivisi per quartieri e ‘specialità’, ma quando chiedo ad Ayun di elencarmi i suoi preferiti lei risponde:

«I primi che mi vengono in mente: il Congee Village, la Vegetarian Dim Sum House  e una combinazione di Crif Dogs, i venditori Pupusa ai Red Hook Ball Fields (che si trovano anche al Brooklyn Flea) e l’Hotel Tortuga, che ha appena aperto.

Non fraintendetemi: le principali attrattive di NY ci sono tutte, nella Zinester’s. Solamente, Ayun non ha problemi a bocciarle come sprechi di tempo e/o denaro, se necessario: «Avete la mia benedizione se decidete di non vedere Times Square: andateci solo se dovete passarci per altri motivi», mi risponde quando le chiedo cosa vedere e cosa evitare. «Non nego che sia importante storicamente parlando, ma la storia di Times Square oggi come oggi sta più nelle sue foto d’epoca che nel tripudio delle catene di negozi che la infestano».

«Da non perdere, invece, è il City Reliquary, un museo che è un vero e proprio frutto dell’amore dei newyorkesi per la città: è gestito da volontari e ogni terzo giovedì del mese si organizza un party aperto a tutti. Sapendo che usano bene i soldi che gli vengono donati, ho organizzato nel loro giardino sul retro il compleanno di mia figlia. In più, è vicino al leggendario locale per concerti Knitting Factory e altrettanto vicino al minuscolo negozio di fumetti Desert Island Comics e al negozio di panini Salty».

Tutti questi consigli – e sono veramente tanti – non avranno forse la portata del Verbo Lonely Planet ma, come mi dice Ayun: «vengono da persone la cui credibilità deriva dal fatto che viviamo tutti – io e i ragazzi che mi hanno aiutato a scrivere la guida – nei quartieri di cui scriviamo». Ecco perché non ci sono solo i posti da turisti (anzi), ma anche copisterie, videoteche, mercati di quartiere, consigli sui bagni pubblici in cui fare pipì e su dove (e come) si possono mangiare i glicini a New York.

Una guida per chi preferisce ai tour la possibilità di diventare, almeno per qualche giorno, un newyorkese part-time. «Se mi chiedi quanto tempo rimanere per ‘sentirsi parte della città’ ti direi una o due settimane. Molti newyorkesi vivono in appartamenti minuscoli e così ci riversiamo letteralmente nelle strade appena il tempo lo permette. Il mio consiglio è niente hotel, meglio cercare un appartamento o un monolocale in affitto (su craigslist, per esempio, hanno una sezione dedicata ai subaffitti, ndr) nell’East Village o nel West Village e giocare a fingersi parte della fauna locale».

La Zinester’s Guide to NYC è pubblicata dalla Microcosm Publishing di Portland. Questa minuscola casa editrice indipendente pubblica anche la Zinester’s Guide to Portland. Entrambe sono in vendita nei canali principali (Amazon & co.), ma se volete comprarle, vi consiglio di dare qualche soldo alla Microcosm, che in cambio vi spedirà un pacchetto con il libro e una serie adorabile di stickers e segnalibri. E Ayun, invece?

Ayun ama alla follia New York, ma non solo. Tra le sue  destinazioni preferite ci sono: Varanasi per la città vecchia, per la sua importanza nella cultura hindu e per la guerriglia visiva che la contraddistingue; Dubrovnik, in Croazia, per la sua coesione visiva, per i gelati e le piccole pescherie; Austin, in Texas, per l’Austin Motel, le fantastiche colazioni, gli eccellenti margaritas, la musica e per il modo in cui la gente appende luci a forma di peperoncini ai portici delle case; Tokyo, perché è la metropoli più moderna in assoluto nonostante le tradizioni giapponesi siano così antiche; Città del Messico, anche se non c’è mai stata, perché sa che l’amerà appena ci metterà piede. E Chicago, Illinois, perché è casa.

Oltre alla ZG2NY, Ayun pubblica una zine chiamata The East Village Inky, in cui racconta le rocambolesche avventure di una madre a New York e ha all’attivo altri sei libri, tra cui le ‘lezioni di viaggio’ No Touch Monkey!. La sua prima graphic novel, Peanut, uscirà a luglio 2011. Ayun vive a Brooklyn con i suoi due figli e suo marito. Questo è il suo sito internet.