C’è un modo e uno soltanto per entrare nell’Isola del Sud: il traghetto Interislander. Non mi interessa se avete pochi giorni di tempo, se siete di fretta, se soffrite il mal di mare o avete punti frequent flyer da sperperare. All’Isola del Sud si arriva in traghetto. Perché?

Perché dopo i primi venti minuti di traversata, dopo aver lasciato il porto di Wellington, dopo la monotonia dell’oceano aperto – sempre così uguale a se stesso – dopo la prima metà del tragitto, insomma, il traghetto inizierà a farsi strada tra i Marlborough Sounds: un’antica catena montuosa ora per gran parte sommersa dal mare e trasformata in fiordi e canali di una bellezza ineguagliabile. Il chiacchiericcio degli altri passeggeri sul ponte del traghetto smetterà, e anche voi non riuscirete a emettere un suono. Il traghetto arriverà così vicino ad alcune montagne da illudervi di poterle toccare. Vi sentirete allo stesso tempo giganti dentro una Nuova Zelanda in miniatura e nani circondati da un paesaggio tanto maestoso da non avere bisogno della vostra presenza.

E i Marlborough Sounds sono solo la porta d’ingresso all’Isola.

Una volta sbarcati dall’Interislander, sarete a Picton: l’unica cittadina al mondo per cui l’aggettivo ‘ridente’ non suona trito e ritrito. Oltre a un ottimo fish&chips d’asporto e a un ostello molto meno ottimo, Picton offre una serie pressoché infinita di sentieri di cui uno, il Victoria Track, con tre ore di scarpinate in salita e in discesa, conduce fino alla punta della Karaka Peninsula. Alla punta ci si arriva all’improvviso, catapultati bruscamente su una spiaggia minuscola dopo una decina di kilometri nei boschi. E la punta è veramente a forma di punta: come un dito teso dritto davanti a voi, vi indica i fiordi e la distesa di acqua che li circonda. In caso non li aveste notati.

Quando sono partita per la Nuova Zelanda della difesa dell’ambiente non mi importava molto: non buttavo cartacce a terra perché me lo aveva insegnato papà e facevo la raccolta differenziata per abitudine. Questo era il mio modo di prendermi cura della (poca) natura che mi circondava.

L’Isola del Sud mi ha convertita in un’ambientalista convinta in meno di un mese: un miracolo della Natura.

Pensate che l’uso del lessico religioso sia fuori luogo? Andate in Nuova Zelanda, poi ne riparliamo.

Una volta abbandonata Picton ai suoi ridenti abitanti, qualsiasi strada e destinazione che sceglierete varrà la pena di essere vista. Lungo la strada non troverete grosse città a parte Christchurch e Queenstown, ma troverete un ambiente naturale incontaminato in cui praticare tutti gli sport: dal trekking allo sci (in Nuova Zelanda hanno le Alpi) passando per la canoa, il surf, lo zydro zorb e il rafting.

Il nostro itinerario è partito da Picton e ci ha portati fino a Queenstown, da dove siamo ripartiti in aereo per tornare ad Auckland. Abbiamo girato sempre in autobus, usando per lo più mezzi della NakedBus, prenotando in largo anticipo e spendendo meno di 5 dollari a tratta. Abbiamo dormito sempre in ostello, scegliendo quasi sempre strutture della Youth Hostel Association: economiche, pulite e piene di gente da conoscere, a esclusione dell’ostello di Picton, dove abbiamo trovato ad accoglierci le pulci, e di quello di Marahau.

Le nostre tappe sono state, nell’ordine: Picton, Nelson, Marahau, Kaikoura, Christchurch, Tekapo, Wanaka e Queenstown. Questo rimane, a oggi, il viaggio più emozionante che io abbia fatto. Davanti al panorama di Queenstown o ai fiordi di Milford Sound mi sono letteralmente commossa e mi sono ritrovata a stabilire un legame quasi umano con l’ambiente dell’Isola del Sud.

I motivi? Eccoli:

I laghi: se Taupo spiazza con la sua maestosità, il lago di Tekapo ipnotizza con il colore turchese della sua acqua. Acqua turchese. In un lago. Un bacino di acqua senza sbocchi sul mare. Da vedere anche il lago Wanaka, meno turchese ma circondato da vigneti che neanche la Toscana.

Le spiagge: le migliori si trovano nell’Abel Tasman National Park, una riserva naturale che abbraccia tutta la costa settentrionale dell’Isola. Se siete diretti qui, potete dormire o in tenda lungo i sentieri del parco o all’unico ostello di Marahau, The Barn, dove quando chiedi se è possibile avere la chiave del dormitorio – come in tutti gli altri ostelli – il proprietario ti guarda e ti dice ‘noi ci fidiamo, e tu?’. Anche noi, anche noi. Oltre all’ostello più hippie in cui abbia mai dormito, Marahau ha poco altro: una fila di casettine che si affacciano sul mare e una piccola capanna dove chi vuole può lasciare frutta, verdura e uova della propria fattoria da donare a chi ne ha bisogno.

Kaikoura: merita un capitolo a parte. La ragione sta essenzialmente in questa foto:

Chiamala, se vuoi, penisola

Vi presento la penisola di Kaikoura, un posto che ha tutto quello che si possa desiderare: avvistamento balene? Celo. Foche? Celo. Spiagge? Celo. Montagne che declinano verso il mare in uno spazio di pochi metri? Anche. Il mio consiglio è di svegliarsi di buon ora e farsi tutta la Kaikoura Coastal Track, spiaggia dopo spiaggia, foca dopo foca, scavalcando staccionate di fattorie private, guardando e facendosi guardare dalle mucche e convincendosi che quel puntino laggiù in mezzo al mare è assolutamente una balena.

Le città: niente di paragonabile ad Auckland o a Wellington, ma Queenstown e Christchurch (prima del terremoto) valgono una sosta di qualche giorno. Da Queenstown si possono raggiungere in gite di un giorno o due tutti i luoghi più importanti a sud della città senza la preoccupazione di trovare da dormire. Christchurch era e immagino tornerà ad essere una delle città più culturalmente vive del paese.

Milford Sound: anche questo fiordo merita un capitolo a parte. Si trova all’interno del Fiordland National Park e ci si arriva con una serie infinita di tornanti e curve che sfociano all’improvviso sul fiordo e sul ghiacciaio che lo circonda. Cercare di descrivere l’imponenza e la placida immobilità di un fiordo è, almeno per me, impossibile. Lasciarmi trasportare dal traghetto fin dentro il fiordo è stata una delle esperienze più intense e commoventi della mia vita.

Se glielo permetterete, l’Isola del Sud – e la Nuova Zelanda con lei – cambieranno per sempre il vostro rapporto con la Natura. Vi sentirete più piccoli, umili e vulnerabili ma, allo stesso tempo, rassicurati dalla presenza così imponente di un mondo più grande, immensamente più grande, di noi.

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La foto in alto e in home page è stata scattata sul Lago Tekapo da Wostlan.

  • E&P

    Concordiamo, uno dei resoconti di viaggio più interessanti mai letti, tra 3 settimane saremo lì per un mese, faremo tesoro del tuo racconto, grazie 😉

  • Grazie Angelo per l’apprezzamento agli articoli 🙂
    In effetti io sull’Interislander c’ero stata in Novembre, alle porte dell’estate. D’inverno il tempo è davvero molto umido e troppo variabile, in Nuova Zelanda, ma l’estate ripaga l’attesa sotto vento e pioggia. Quanto alle città, è ovvio che il paragone con l’Europa non regge, almeno dal punto di vista storico/artistico, ma sia Wellington, sia Christchurch sia Auckland sono centri urbani che mi avevano colpita molto per la loro vivibilità e per la simbiosi con l’ambiente naturale che sono riuscite a instaurare e che noi invece rifiutiamo per il Dio Cemento…

  • Veramente una bella serie di articoli, dal primo all’ultimo. La prossima volta non perderti il Monte Cook, e la west coast, Fox Glacier in particolare. Io purtroppo sono tra quelli che non ha saputo apprezzare Auckland, ma forse il poco che ci ho passato non e` stato abbastanza (anche se, rimango dell’idea che da questa parte del mondo le citta` siano sempre un gradino sotto quelle europee). Con l’arrivo dell’inverno pero` il tempo sta diventando veramente deludente, anche prendere l’interislander adesso non sarebbe come l’hai ben descritto tu purtroppo!

  • il sud,incantevole,spiagge,vigneti,animali in liberta,citta molto belle,cito Christchurch e Dunedine,forse la citta’ piu viva e gioiosa per merito della propria universita’.

    nel sud manca la cucina italiana,direi totalmente,a parte qualche pizzeria gestita da kiwi.
    molto apprezzata la cucina tailandese,d’altronde merita questo apprezzamento.

    Il pesce,le cozze e l agnello meriterebbero un capitolo a parte,come il rugby che trasmette ancora il vero significato dello sport.