Norwegian Landscape

01 Mar 2011, Posted by in Fotografia,Interviste,Viaggi, No Comments. Tagged , ,

Norwegian Landscape


Simona Paleari © 2009

 

Come descriveresti il rapporto dei norvegesi con lo spazio urbano?

S.: La Norvegia si estende su una superficie molto vasta in gran parte naturale, si sviluppa tra montagne, fiordi, cascate, isole, mare, prati e in tutta la sua lunghezza il paesaggio cambia molto e si differenzia di luogo in luogo. Lo spazio urbano ritaglia una porzione molto piccola in proporzione alla natura. Ogni città è caratterizzata da un piccolo centro, vie che si snodano per la città con le abitazioni tipicamente norvegesi, in legno colorato e ogni città ha le sue caratterizzazioni: Bergen è ricca di colori, Trondheim è bellissima per le sue tipiche costruzioni in legno sulle palafitte, Alesund in stile Liberty e i colori della città sono il bianco e il grigio. I norvegesi vivono la città in modo non invasivo, sono abituati ad essere in contatto con la natura, le città sono a misura d’uomo, non c’è la freneticità delle grandi città europee. L’impressione che ho avuto visitandola è che l’uomo è presente, non invade il territorio ma ci convive in modo adeguato, ovvero sembra che la natura sia anche in città. Ci sono grandi parchi e molto verde, l’uomo non invade il territorio ma coabita con la natura, con la sua bellezza e anche con la sua durezza.

Il posto più bello che non hai fotografato? E quello da cui ti aspettavi poco e invece ti ha stupito? Perché?

S.: Posso dire che i posti più belli che ho visto in Norvegia non li ho fotografati, perché credo che i luoghi belli bisogna guardarli e tenerli a mente, le foto cartolina non mi piacciono, le immagini troppo descrittive perdono di bellezza. Così spesso fotografo i luoghi che nessuno fotograferebbe proprio perché non sono belli, sono le periferie urbane, i luoghi dove emergono le caratteristiche nascoste della città, quella città che si può vedere solo se la si gira a caso per le vie. Perdendomi a caso per le vie della Norvegia ho visto case bianche, macchine parcheggiate semi abbandonate, camion merci, steccati, pali della luce, palazzi geometrici e tutto aveva un filo conduttore, la luce che illumina, i colori chiari delle abitazioni e delle città. Non c’è un posto più bello o meno bello in Norvegia. Forse il posto che più mi ha inibito a scattare delle foto sono state le isole Lofoten. Sembrava di stare in mezzo ad una cartolina, era troppo bella da poter fotografare.

C’è un posto in che ti ha colpito di più? Un posto in cui ci consiglieresti di andare e perché?

S.: L’Opera House di Oslo, architettura bellissima che sembra nascere dall’acqua. Visitandola esternamente si rimane abbacinati dalla luminosità che emana il marmo bianco di cui è interamente fatta. Trondheim è una città molto bella, c’è l’università, quindi è una città giovane, attraversata dalle acque, è divisa in due: la parte antica e la parte contemporanea con un quartiere nelle prossimità del porto molto vivo, anche solo camminare per le vie di questa zona era interessante. Il Geiranger è un fiordo bellissimo dalle acque azzurre e circondato da un ricco paesaggio naturale: montagne rocciose, boschi, si può camminare per vari sentieri incontrando a destra un gregge di pecore e a sinistra un bosco bellissimo di betulle bianche. Le isole Lofoten dove mare, montagna e piccole casette di pescatori hanno dato vita ad un incanto. I vagoni dei treni che attraversano gran parte della Novegia, che permettono di fare lunghe distanze durante le ore notturne. Svegliarsi e guardare fuori dal finestrino e vedere la natura che scorre è già solo di per sé un’esperienza da fare.

Cosa significa per te la fotografia?

S.: Per me la fotografia è un mezzo per raccontare qualcosa di me attraverso quello che mi circonda. La fotografia ha un forte legame con chi la scatta, come il tono di voce o la scrittura anche attraverso la fotografia si può capire qualcosa di più di una persona. E’ un modo di vedere le cose, è rappresentare ciò che colpisce di più il nostro interesse. Come esistono diverse lingue, diversi modi di vestirsi, diversi generi musicali fortunatamente ci sono innumerevoli stili fotografici, che sempre di più vanno contaminandosi e interagendo con i nuovi mezzi, internet, il digitale, la facilità di consultare e condividere. La fotografia per me è una fonte continua di interesse e di sorpresa.

Quali fotografi ti piacciono e ti hanno ispirato di più?

S.: Innumerevoli: Stephen Shore, William Eggleston, Luigi Ghiri, fino ai più contemporanei Friederike Von Rauch, Rob Hornstra, Jeff Wall, Rinko Kawauchi, Sirio Magnabosco, Guido Castagnoli, Nadav Kander, Alessandro Rizzi. Importantissima la ricerca per me di nuove immagini su flickr che mi permette di conoscere giovani fotografi emergenti di tutto il mondo.

Le tue foto della serie “Which Venice”: ci racconti qualcosa su questo progetto e sulle tue fotografie. (qui potete vedere le foto!)

S.: Which Venice è stato un progetto realizzato per la Fondazione Bevilacqua la Masa di Venezia. Eravamo in diciotto fotografi invitati a rappresentare un tema che abbiamo scelto sulla città di Venezia, per arrivare ad una considerazione dei cambiamenti che sta subendo e che subirà la città, sempre più svuotata da chi la abita. Ho preso in considerazione il tema Venezia Scomparsa. Si pensa che entro il 2030 Venezia rimarrà spopolata, svuotata, senza persone, nè turisti nè veneziani. Ho rappresentato i luoghi spersonalizzando il carattere della città, rendendolo privo di connotazione e ho dato una veste fredda alle immagini, per descrivere il possibile futuro della città o quello che già è il presente. Ho fotografato i non luoghi: una lavanderia, una stanza d’albergo, la banchina di un molo, l’aula di una università. Dicono che Venezia è la città più difficile da fotografare perché è fin troppo bella. Come mio solito ho preferito abbandonare le vie del centro per perdermi nelle parti più nascoste di Venezia, quella sconosciuta, quella più banale e normale, ma nel completo abbandono, i luoghi vuoti prendevano forza e un carattere autonomo. Come se la città fosse stata davvero abbandonata e ciò che rimaneva erano i luoghi vuoti, freddi, anonimi.

Le mie fotografie sono quello che mi piace vedere, mi piacciono i dettagli banali e curiosi, le architetture pulite, i tagli netti, le inquadrature sbagliate, dove non per forza quello che si vede è il centro dell’immagine, ma è ciò che cattura il mio sguardo. Ho iniziato da un paio d’anni a fare ritratti che prima non riuscivo a fare, perché per me era più facile lavorare su un soggetto inanimato, un paesaggio, un’ architettura. Lavorare con le persone è completamente diverso e ho iniziato a farlo per superare un mio limite. Ho iniziato a fotografare persone chiedendo loro di scegliere un posto in cui si sentono a loro agio, un posto famigliare. Chiedevo poi loro di mettersi in posizione e pensare come di essere in attesa che qualcosa avvenga, come in uno stato di sospensione, come per cercare di cogliere l’espressione in cui la persona si perde, nei suoi pensiero. Da lì è nato il mio lavoro ‘People who watch things happen’ in cui alterno ritratti a luoghi vuoti e dettagli di situazioni e luoghi comuni. Quello che mi interessa del lavoro è cogliere quella sensazione di sospensione, di attesa, di fragilità della contemporaneità.

Hai lavorato anche per alcuni giornali con servizi commissionati, quali ti è piaciuto di piu poter fare?

S.: Ho lavorato per IL Intelligence in Lifestyle, l’inserto del Sole Ventiquattro ore. Mi occupavo della rubrica ‘Luoghi non paralleli’ in cui venivano messe in parallelo due città, una in Italia e una all’estero. Io seguivo la città all’estero. Il servizio consisteva su una panoramica di vari luoghi della città, dai musei, ai monumenti, ai ristoranti, ai luoghi tipici del posto. Ogni viaggio era una festa per me perché per due giorni vagavo per la città a fotografare tutto ciò che poteva essere più interessante e che descrivesse il posto. Il viaggio più bello è stato quello fatto a Kinsale in Irlanda, per la bellezza del posto, ma anche per la particolarità delle persone incontrate, per esempio Desmond O’Grady, un poeta quasi novantenne che parlava perfettamente italiano e aveva lavorato con Fellini ne la Dolce Vita. La cosa più interessante è stata fotografarlo in casa sua, che trasudava di cultura, aveva fogli sparsi su tutto il letto e in terra, libri antichi e fotografie appese ovunque, una abat-jour fatta da un paralume appoggiato al collo di una bottiglia di cognac. Ogni servizio per IL significava mostrare una città attraverso un viaggio.

 

Simona Paleari, Milano – Nata nel 1981. Vive e lavora a Milano. Ama i film di Aki Kaurismaki, il paesaggio nordico, le scritte luminose al neon e i porti navali. Ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera e fotografia presso l’istituto R. Bauer di Milano. websiteflickr

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