Nell’ultima parte dell’articolo di Matt Gross pubblicato sul New York Times e tradotto da rachele si fanno i nomi e si tirano le fila della ricerca del ramen perfetto. Qui la prima e qui la seconda parte del post.

_

Il Ramen Museum di Tokyo

Dopo qualche giorno a Tokyo, avevo raccolto diverse teorie sulla ragione della popolarità del ramen. Al Shinyokohama Raumen Museum – un seminterrato cavernoso restaurato come un’area urbana del 1958, con succursali dei ristoranti ramen più famosi – una mostra spiegava che negli anni ’60, mentre la cucina giapponese si industrializzava e la cucina straniera otteneva lo status di ‘gourmet cuisine’, il ramen divenne un modo per tornare ai bei tempi andati. E all’inizio degli anni ’80 era arrivato a trasformarsi in un modo, per le nuove generazioni, di ritrovare le proprie radici.

Naoko Yokoi, l’assistente di Meter Chen, mi mostrò un altro punto di vista: per i giovani il ramen è una tendenza: «È uno status per loro: conoscere e frequentare un ristorante ramen famoso è cool».

Bob, invece, fu più succinto: «Sul pianeta Terra esiste qualcuno a cui non piacciono i noodle?».

Per altri maniaci del ramen – me incluso – il gusto stava soprattutto nella caccia al ramen perfetto. Che stessero scandagliando i media giapponesi a caccia di una buona pista o che stessero vagabondando col naso all’insù e gli occhi pronti a individuare file sospette, trovare gemme nascoste tra i 4.137 ristoranti ramen di Tokyo (una stima per difetto, tra l’altro) era un processo laborioso che rendeva l’ultimo slurp ancora più sublime.

Avrei amato il ramen bruciacchiato e nero pece di Gogyo tanto quanto ho fatto se non mi fossi perso nel cercare quella caverna trasformata in locale? Lo shoyu ramen da manuale servito da uomini anziani al baracchino di Chuka Soba Inoue mi sarebbe sembrato così fresco se non avessi saputo che, a un isolato di distanza, turisti stranieri si stavano facendo spennare al mercato del pesce di Tsukiji? Mi sarei innamorato così follemente dallo tsukemen saltato in padella del Keisuke No. 4 se io e il signor MacDuckston non avessimo camminato per più di due miglia sotto la pioggia dopo che tutti gli altri ristoranti avevano ormai chiuso?

Brittany Murphy, ci piace ricordarla cosìOgni passo nel processo portava anche altre ricompense. Ho imparato a muovermi meglio tra le vie proverbialmente ostiche di Tokyo. Ho migliorato (almeno un pochino) il mio giapponese. E ho iniziato a intravedere come la ramen-mania – qualsiasi siano le sue origini – permetta a gente che non si conosce di entrare in contatto in una città dove stabilire legami può essere difficile. Tutto quello che dovevo fare era citare la mia caccia al ramen perfetto e mi ritrovavo sommerso dai consigli, dai ricordi e dalle richieste di unirmi a una compagnia per la cena. Proprio in questo modo, una sera, mi ritrovai a mangiare ramen ricoperto di formaggio grattugiato assieme a Sohee Park, il protagonista di The Ramen Girl, un film del 2008 con Brittany Murphy nei panni di un’aspirante noodle chef. Il suo verdetto e il mio: simpatico da provare.

“Simpatico da provare” non sembra un granché ma, a Tokyo – una città che, a volte, è aperta a ogni genere di esperienza eppure può essere altrettanto spesso chiusa a chi non conosce i suoi codici sociali – “simpatico da provare” è già tantissimo. Smussa gli angoli di quest’ossessione spigolosa per il ramen e ti permette di ridere dei 45 minuti di vagabondaggio erroneo e di fallimenti causa chiusure-settimanali-di-martedì.

La sera in cui MacDuckston e io cenammo da Nagi, per esempio, ci stavamo dirigendo attraverso un’area affollata del quartiere Shibuya quando lui notò una fila di giovani che si prolungava fino ad arrivare in strada. Alla fine avvicinò una ragazza – i suoi occhi illuminati da ramen-lussuria – e le chiese, in giapponese, perché fosse in fila.

L’ascensore, rispose lei.

E così proseguimmo nella nostra caccia, affamati e imperturbabili. Là fuori c’era la nostra prossima grande ciotola di ramen ad aspettarci e noi l’avremmo trovata. A costo di impiegarci tutta la notte.

_

I ristoranti ramen citati nell’articolo:

  • Ganko, 3-15-7 Nishiwaseda, Shinjuku Ward, no phone; ramen from 550 yen.
  • Gogyo, 1-4-36 Nishi-Azabu, Minato-ku; (81-3) 5775-5566; da 850 yen.
  • Ivan Ramen, 3-24-7 Minamikarasuyama, Setagaya-ku; (81-3) 6750-5540; da 800 yen.
  • Ikaruga, 1-9-12 Kudankita, Chiyoda-ku; (81-3) 3239-2622; da 650 yen.
  • Basanova (o Bassanova), 1-4-18 Hanegi, Setagaya-ku; (81-3) 3327-4649; da 700 yen.
  • Chuka Soba Inoue, 4-9-16 Tsukiji, Chuo-ku; (81-3) 3542-0620; da 600 yen.
  • Nagi, 1-3-1 Higashi, Shibuya-ku; (81-3) 3499-0390; da 780 yen.
  • Keisuke No. 4, 1-1-14 Hon-Komagome, Bunkyo-ku; (81-3) 5814-5131; da 1,000 yen.
  • Mutekiya, 1-17-1 Minami-Ikebukuro, Toshima-ku; (81-3) 3982-7656; da 680 yen.
  • Jiro, presente in diverse zone della città, vedi il sito internet.

_

La foto in alto e in homepage è stata scattata a Tokyo, di fronte all’Ippudo Ramen, da Agustin Rafael Reyes