FRONTIERE — Come è riuscito Tomas Van Houtryve a oltrepassare la cortina di ferro che dal 1948 separa la Corea del Nord al resto del mondo? Come ha fatto a riprendere la vita quotidiana in un paese dove i pochi turisti ammessi vengono seguiti e sorvegliati da guide locali (i cosiddetti minders) senza la possibilità di esplorare, fotografare o commentare ciò che si vede? Come ha fatto un giornalista, addirittura americano, a ottenere il visto, superare i controlli e prendersi il privilegio di immortalare volti, spazi e abitudini di un popolo che difende il proprio status quo, la propria identità con ermetica determinazione? A raccontarci i dettagli dell’impresa è l’autore in persona, in un articolo pubblicato a tre riprese sul TIME (parte 1, parte 2, parte 3), corredato di galleria fotografica: Rare pictures from inside North Korea.

PROLETARI DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI — Nel 2007 Tomas Van Houtryve compie il suo primo viaggio in Nord Corea sfruttando un’usanza tipica dell’ex-blocco sovietico che ancora vige negli ultimi paesi comunisti rimasti al mondo: lo scambio d’ospitalità tra partiti comunisti amici, al fine di tessere contatti, amicizie e collaborazioni. Fabbricatasi un’identità fittizia con tanto di baffi, accento esotico e passaporto di un Paese inoffensivo, Van Houtryve contatta un’associazione vicina al partito comunista coreano e, fingendosi marxista di vecchia data, ottiene il visto per Pyongyang. L’impatto con il regime coreano è immediato: sui sedili dell’aereo – un velivolo di fabbricazione sovietica – trova l’edizione inglese del Pyongyang Times dove ogni due righe si inneggia al “glorioso” e “superbo” Caro Leader che “con la sua luce” guida “operai, contadini e generali”. Ad accoglierlo a terra guardie barbute che lo scrutano con diffidenza, in un terminal completamente spoglio eccetto per i ritratti di Kim Il Sung che ornano le pareti. Ma spoglie e vuote sono anche le città che, agli occhi di un occidentale, appaiono senza vita. “Pyongyang ha più monumenti di Parigi o Washington, tutti costruiti negli ultimi cinquant’anni – osserva il giornalista – ma degli abitanti, quasi nessuna traccia”. Un “vuoto set cinematografico”, lo definisce.

1984 — La tentazione di scattare fotografie è tanto forte quanto lo è il rischio di farlo: Van Houtryve racconta dell’episodio in cui un minder, tale Mr. Chung, gli sequestra la macchina e lo denuncia alla polizia locale, che lo mette sotto interrogatorio. Viene accusato di aver fotografato “una struttura militare segreta”. Le foto vengono cancellate, ma il giornalista le aveva preventivamente salvate e nascoste in un altro supporto. Rilasciato dalla polizia, la sorveglianza aumenta. Dando la caccia a possibili cimici nell’hotel in cui pernotta – dove l’unica stanza occupata è la sua, al quattordicesimo piano di un titanico blocco di architettura sovietica – le mani gli finiscono su una microspia nascosta dietro uno specchio. “I nordcoreani mi ascoltano nel sonno”, ironizza Tomas. L’atmosfera è orwelliana. Il suo viaggio nel 2008 si conclude con la visita al mausoleo di Kim Il Sung, un’enorme struttura ricoperta di marmo bianco, rifatta sul modello dei mausolei di Mao e Lenin. Sterilizzati con disinfettante spray, è possibile entrare nella stanza che ospita la salma imbalsamata del Grande Leader, al cui cospetto è obbligatorio inchinarsi tre volte. Al termine della visita si può firmare il libro degli ospiti: un gesto “spontaneo”, da svolgersi sotto gli occhi di un minder.

FABBRICA DI CIOCCOLATO — “Stiamo cercando investitori stranieri per le nostre industrie” – gli si avvicinano così, i minder, in aereporto, l’ultimo giorno a Pyongyang, prima di congedarsi. Van Houtryve ha in mano foto di ospedali, scuole e piazze, ma l’idea di essere il primo fotografo occidentale a riprendere le fabbriche nordcoreane lo tenta più d’ogni altra cosa. Sfogliando la lista delle fabbriche in cerca di investimenti, spunta una fabbrica di cioccolato. Ecco che allora s’inventa, assieme ad Antoine Dreyfus, collega della stampa francese, di essere un magnate dell’industria del cioccolato e, passato qualche mese, ottiene un nuovo visto per il 2008. I due si mettono d’impegno a costruire la loro impresa immaginaria con tanto di catalogo, marchio, sito web, biglietti da visita e campioni di cioccolatini di prova. Ed eccoli di nuovo al terminal di Pyongyang, con la macchina fotografica al collo. Durante gli incontri con gli imprenditori dell’industria alimentare locale i due esperti imprenditori propongono modelli di business innovativi, nasce persino l’idea di sponsorizzare il compleanno del Grande Leader, con una pioggia di cioccolato sui 22 milioni di nordcoreani in festa. Ma la pubblicità in Nord Corea è vietata, e le strategie di marketing vengono puntualmente bocciate. A quanto pare non si deve “creare ricchezza”, non servono soldi in un paese dove l’economia gira sotto il controllo totale dello Stato. Tutto ciò che serve – gli fanno educatamente sapere – è una buona immagine agli occhi del nemico. Ci sono zone isolate dove turisti sudcoreani possono accedere per un giorno, per una gita fuori porta. E come apparire emancipati, liberi e felici, agli occhi di un capitalista sudcoreano? Ornando le vetrine di beni di consumo, come souvenir e cioccolato. Lo stesso principio dei Villaggi Potëmkin. A tal fine non servono tonnellate di cioccolato, ma qualche barretta per i Gift Shop del confine.

TRA FUTURO E PASSATO — Laureato in filosofia, Tomas Van Houtryve (twitter, facebook) è documentarista per la VII, fotografo per le più importanti testate internazionali e promotore di emphas.is, social network per il finanziamento collaborativo (crowdfunding) di progetti fotografici freelance, volto soprattutto a dare spazio a giovani emergenti e dove attualmente propone un suo progetto sul Laos. Tra la sua vasta produzione fotografia spiccano i lavori portati avanti negli ultimi stati comunisti rimasti al mondo, col progetto Comrades Revisited che ha ritratto Moldavia, Nepal, Vietnam, Laos, Cina, Cuba e, appunto, Corea del Nord.  Dal progetto sono nate numerose esposizioni in tutto il mondo, da Parigi a New York. Carriera ricca di riconoscimenti e premiazioni: nel 2010 viene nominato Photographer of the Year e i suoi scatti sono finiti sulla copertina del TIME e tra le pagine di LIFE.