«Christopher Johnson McCandless morì da solo in una zona remota dell’Alaska il 18 agosto 1992. Aveva 24 anni. Quando il suo corpo fu finalmente ritrovato e rimosso dall’autobus in cui giaceva, la polizia recuperò cinque rullini di pellicola esposta e 113 annotazioni criptiche scritte sul retro di un libro sulle piante selvatiche commestibili. Ma la polizia dimenticò involontariamente sul bus uno zaino in cui era nascosto il portafoglio di Chris con la sua patente: fu così che la sua identità rimase inizialmente un mistero. Anche dopo che il mistero fu risolto, comunque, rimase da risolvere un mistero più grande: dove era stato Chris e cosa aveva fatto dopo aver fatto perdere le sue tracce nell’estate del 1990? Chi aveva incontrato? Cosa pensava e cosa provava? Non conosceremo mai molti dei dettagli delle sue peregrinazioni, ma Chris aveva nascosto un album di foto in South Dakota prima di dirigersi a nord per la sua ultima avventura e, dopo uno studio accurato, le immagini si sono rivelate fondamentali per ricavare nuove informazioni sui suoi due anni in viaggio». [Jon Krakauer, dall’introduzione a Back To The Wild]

Le foto a cui accenna Jon Krakauer, assieme al diario scritto da Chris in Alaska e a una raccolta di lettere, sono il contenuto di Back To The Wild, un nuovo libro che sarà pubblicato il 15 giugno negli States dai genitori di Chris McCandless, Walt e Billie McCandless, con la collaborazione di amici e conoscenti della famiglia, tra cui lo stesso Jon KrakauerWayne WesterbergJan Burres, compagni di viaggio di Chris e i cui proventi andranno alla Christopher Johnson McCandless Memorial Foundation che fornisce assistenza e sostegno a madri bisognose d’aiuto.

Per chi non lo conoscesse ancora, Chris McCandless divenne ‘famoso’ negli Stati Uniti dopo la pubblicazione nel 1996 di Into The Wild di Jon Krakauer, il resoconto dei viaggi intrapresi da Chris dal 1990, anno in cui lasciò la famiglia, abbandonò la carriera universitaria, bruciò i suoi documenti e donò tutti i suoi risparmi come segno di ribellione alla società materialista che lo circondava. I due anni di viaggio che seguirono lo portarono fino in Alaska sotto il nome inventato di Alex Supertramp, e in Alaska, a pochi chilometri dallo Stampede Trail, morì di fame (e non avvelenato come sostiene Krakauer nel suo resoconto, ndr) vicino al Denali National Park and Reserve nel 1992. Il libro, tradotto in Italia da Corbaccio e diventato nel 2007 un film diretto da Sean Penn con colonna sonora composta da Eddie Vedder, ha raccolto premi e nomination e si è trasformato da un lato in un manifesto per viaggiatori in cerca di evasione e del significato della (propria) vita, dall’altro in una fonte di polemiche per l’elevazione a mito di un ragazzo che aveva affrontato la natura dell’Alaska senza una preparazione adeguata.

Fin dal 2002, sul terreno che ospita il Magic Bus dove Chris è morto si sono susseguiti veri e propri pellegrinaggi di curiosi in cerca di una migliore comprensione di McCandless, della natura selvaggia o della propria, di natura. Arrivare all’area inospitale che ospitò Chris nel 1992 non è un’impresa tra le più facili e solo l’anno scorso una donna svizzera è affogata mentre tentava di raggiungerla. Una volta arrivati, gli aspiranti Alex Supertramp dormono dove ha dormito Chris per l’ultimo periodo della sua vita, staccano frammenti di carrozzeria, lasciano incisioni e, molto spesso, assumendo la stessa posizione di Chris nel suo ultimo ritratto (qui sopra), si fanno scattare una foto ricordo.

Cos’abbia trasformato l’esperienza di Alex Supertramp in un mito da emulare o addirittura replicare, come mostrano le foto qui sopra, è difficile da spiegare.

Il blogger americano Brandon Edward sul suo blog FreeWheelings definisce così la sua attrazione per la storia di Chris: «Christopher McCandless ha pagato un prezzo altissimo per il suo sogno, ma non senza averci riflettuto. Nell’ultima lettera spedita a Wayne scrive ‘Se questa avventura si rivelerà fatale’. Ecco il nocciolo della questione. Il desiderio di morire per qualcosa, per il tuo sogno personale, è ciò che rende Chris grande. Credere abbastanza nei tuoi sogni per provare a realizzarli con tutto te stesso e a tutti i costi è ciò che distingue i Grandi dal resto degli esseri umani» (il blog contiene anche un resoconto dettagliatissimo della sua escursione sullo Stampede Trail che porta al Magic Bus, con tanto di consigli e coordinate GPS).

Dopo aver scambiato quattro chiacchiere via mail con lui, Brandon aggiunge che: «L’esperienza di Chris è importante perché spinge le persone oltre i confini familiari di ciò che conoscono, invitandole a trovare il coraggio per realizzare i propri sogni». Per lui visitare il luogo dove Chris è morto è stato: «un modo per rendergli omaggio. Una volta arrivato lì, le domande svaniscono: sei alla fine della storia, non ci sono altri capitoli. Vedere quel posto ha completato l’idea che avevo di Chris e mi ha permesso di accettare la realtà dei fatti, senza farmi altre domande per cercare di capire».

E quella foto che anche Brandon si è fatto scattare prima di ripartire? «Forse inconsciamente era un tentativo di empatizzare con Chris, ma la spiegazione è anche molto più semplice: hai presente quando arrivi in un ristorante e quasi  sempre scegli di sederti nella sedia che dà le spalle al muro? Ecco, la scelta di quella posizione è qualcosa di simile. Scattare una foto dall’altro lato del bus sarebbe quasi impossibile, perchè c’è un versante ripido e se hai anche un minimo di occhio fotografico è quasi automatico essere attratti al testo dipinto sul lato del bus. Vorrei avere una spiegazione filosofica per quelle foto, ma è semplicemente l’angolo migliore da cui scattare. Poi certo, una volta seduto ti senti come se fossi in compagnia di un caro amico che, però, non hai mai incontrato».

Il pragmatismo di molti abitanti dell’Alaska, invece, assume altri toni. Secondo loro Chris è morto: «perché aveva fatto scelte stupide, perché era schizofrenico, perché era arrogante e orgoglioso e non aveva rispettato la potenza della Natura, perché non aveva avuto abbastanza umiltà per informarsi » [I Want To Ride in The Bus Chris Died In, Sherry Simpson]. In altre parti degli Stati Uniti e del mondo, viene ricordato per il coraggio con cui abbandonò una famiglia benestante  e una vita agiata per dare un significato più profondo alla sua esistenza. È quella particolare scelta di vita che viene mitizzata, o il coraggio insito nel saper fare scelte autonome, seppure controcorrente?

Back To The Wild si presenta come un nuovo tentativo di risposta a questa domanda e arriva a 4 anni di distanza dall’uscita del film e a 15 dalla pubblicazione del libro. Con le sue pagine di diario, le oltre 270 foto scattate dal 1990 al 1992, i filmati, le testimonianze e le cartoline di Chris, aggiunge un tassello importante al racconto corale fatto da Jon Krakauer, Sean Penn ed Eddie Vedder.

Diviso in 12 capitoli (Treks), ripercorre il viaggio di Chris a partire dall’Arizona, dove abbandona la sua Datsun gialla, passando dal South Dakota, dove incontra Wayne Westerberg che gli offre un lavoro, dalla California, dove vive per un periodo a Slab City con Jan Burres e il suo compagno Bob, fino ad arrivare in Alaska. Il dodicesimo e ultimo capitolo, (Trek 12) è dedicato agli ultimi giorni di Chris/Alex, trascorsi a scrivere e a fare foto nel bus 142.

È interessante infine notare come, proprio ora che la storia di Chris è diventata patrimonio della collettività e il suo protagonista una figura semi-mitologica i cui errori vengono surclassati dai suoi traguardi e dalla sua filosofia di vita (Per non essere mai più avvelenato dalla civiltà, egli fugge, e solo cammina sulla terra per smarrirsi nella foresta. Alexander Supertramp – Maggio 1992), Back To The Wild riporti l’attenzione sulla ‘vera’ persona di Chris, lasciando alle pagine del suo diario e alle sue foto il compito di raccontare una nuova versione della sua storia. Più autentica? Forse.

Ma è l’autenticità ciò che cercano i fan di Chris McCandless? O siamo ormai così abituati al mito di Alex Supertramp da non riuscire a vedere oltre l’idea che ci siamo fatti di lui? Probabilmente, nel ripercorrere la sua storia dovremmo tenere a mente le sue parole: «Parafrasando quello che dice Thoreau: non l’amore, non i soldi, non la fede, non la fama, non la giustizia, datemi la verità».