La Cambogia ci entra subito nel cuore, nonostante sia un reticolo di piste, più che strade, che si diramano tra i campi, minati e non, la jungla, le vestigia del passato imperiale.

Siamo in viaggio da mesi, una coppia di quarant’anni in sella a una bicicletta, mezzo che amiamo perché ci permette di vivificare i sensi e stare in contatto con i luoghi che si attraversano e le persone che li abitano.

Da Surin, Thailandia, raggiungiamo il confine cambogiano, sui monti Dangkrek, al posto di frontiera semi deserto di Chong Jom-Osmach. Gli ultimi chilometri in terra thai sono già terra di nessuno, solo qualche pastore, vacche, bufale e alberi enormi, sparsi. I doganieri thai ci riforniscono di acqua, forse preoccupati di vedere due cicloviaggiatori attraversare una frontiera decisamente “non turistica”. Fanno anche pubblicità al sito archeologico dei vicini “scomodi”: il magnifico Angkor Wat. L’ufficio doganale cambogiano, poche centinia di metri dopo, è vuoto; al suo interno solo un fornello poggiato per terra insieme a della carne cruda, pronta per essere cucinata: sono quasi le 12.00. Si materializza un doganiere senza divisa, ma efficiente. Con alcune lentezze burocratiche e un rimbalzo da uno sportello all’altro per timbri e moduli, otteniamo il visto, che si paga in moneta thai, e il via libera. Dalle 4 corsie, perfettamente asfaltate, passiamo a un chilometro di strada in cemento granuloso che termina in una pista che prosegue a perdita d’occhio: è rossa, polverosa, terribilmente bucata.

Sapendo che ci aspettano 40 km di quello sterrato post bellico, che diventeranno 120 (ma questo ancora non lo sappiamo), ci fermiamo qui per la notte, in cima alla collina e in mezzo al nulla, tra le folate di terra e qualche baracca, di cartone più che lamiera, che funge da negozietto o ristoro. La guesthouse dove dormiamo è, però, molto meglio del previsto. Poco distante, solo un campo rifugiati. Pranziamo in uno dei miseri luoghi, dove il pavimento è esattamente come la strada: terra rossa e pietre e buchi. Vendono solo coca-cola, ne prendiamo una in due. Con ghiaccio cambogiano. Entriamo nel locale a fianco per il caffé, zeppo di uomini che guardano un incontro di thai boxe. L’oste è l’unica donna, prima dell’ingresso di Gaia. Gli avventori subito ci fanno spazio e ci trovano due sedie. Beviamo il caffè in un angolo, attaccati al bancone per permettere la visione della TV alla folla, che divide la sua attenzione tra noi e lo schermo. La sera raggiungiamo a piedi, nel buio totale, uno dei due posti dove cucinano, cercando di evitare le buche. In uno fanno zuppa ed è pieno, ancora, di soli uomini. La zuppa è buonissima e del genere fai da te: ti danno verdura cruda, fuoco e quando vuoi aggiungono brodo che poi è la cosa migliore. Un signore, insieme a un altro, ci fa spazio al tavolo e, parlando inglese, anche da cicerone culinario. Mentre lui  parla, un altro traduce a un terzo che si è aggiunto a condividere la cena.

C’è una stellata incredibile e il silenzio della campagna povera, del dopoguerra, della Cambogia. In cima alla collina, brilla la frontiera thai, con le sue luci sfavillanti, ma qui mangiano felici la loro zuppa di orgoglio nazionale. Khmer. Qui c’è una povertà acuita da ciò che è successo alla società cambogiana a partire dall’ascesa al potere degli khmer rossi. Non è bastato un regime totalitario e folle. I “nuovi” governanti hanno pensato di confiscare le terre coltivate ai contadini, o a coloro che lo erano diventati per forza, dando loro in cambio quelle minate. I contadini sono diventati così sminatori de facto: chi ha perso un braccio, chi una gamba, chi entrambe, chi gli occhi, chi la vita. Le terre date come bonificate erano in realtà piene di mine anti-uomo: la Cambogia ha due tristi primati, il più alto numero di invalidi legati alle mine e il campo minato continuo più lungo al mondo. Persino i siti archeologici sono stati minati.

La strada che da Osmach ci porta a Samraong è di terra rossa, più che buchi ci sono fossi, probabilmente a causa dell’appena trascorsa stagione delle piogge; ora è come il greto di un fiume,  le cui acque prosciugate lasciano cicatrici profonde con le quali chi passa deve fare i conti. Acqua e cicatrici d’acqua, questa è la pista di oggi. Il vento per fortuna sgombra velocemente la molta polvere sollevata dalle auto che ci superano a folle velocità,  nonostante siano malmesse come la strada, dirette verso chissà cosa. In bici come noi vediamo solo bimbi e ragazzi, gli adulti in bilico sui tipici motorini asiatici.  Del resto, chi sopravvive qui, chi sopravvive a Pol Pot, non può temere le voragini e la sabbia dei greti in secca. Durante il suo regime, l’intera popolazione di Phnom Penh è stata forzata ad andare nelle campagne, la proprietà privata e la moneta soppresse, la gente obbligata al baratto; medici, insegnanti, artisti, monaci rinchiusi in campi e spesso torturati e uccisi: un sesto della popolazione del tempo è stata massacrata in un modo o nell’altro, la cultura annientata.

Non vediamo un paesaggio, oggi, ma solo il rosso della strada, i campi minati e qualche albero gigantesco, bellissimo, sopravvissuto alla devastazione della guerra. La gente ha visi stupendi, i più belli visti fin’ora qui in Asia. I volti di alcuni bambini fanno venire le lacrime, la loro bellezza, mista allo stupore e al moccio dei nasi. Cerchiamo di salutarli tutti, anche se sono davvero tanti, per mostrare, anche ai più stupiti che, nonostante il travestimento, la razza è la stessa: quella umana. I saluti dei bambini, quando li contraccambi, diventano sorrisi senza confini che ti penetrano nel cuore. I ciclisti sono decisamente la categoria di barang, “stranieri occidentali”, più prendibile, in tutti i sensi: alcuni ragazzini superano Gaia, agili sulla sabbia. I più piccoli restano comunque a bocca aperta al nostro passaggio. Alessandro è un mostro i primi 20 km, si agita e sbraita più che incitare Gaia, che continua ad andare come può, anche spingendo. Viaggiare con lui in bici è un po’ come fare l’addestramento col monaco taoista di Kill Bill: è dura, ma se lo completi, poi magari riesci a liberarti da una tomba se ti ci rinchiudono viva!

Samraong è una cittadina con qualche pezzo di strada asfaltata e un bacino idrico curato attorno al quale fervono lavori di edilizia civile e la costruzioni di case e servizi pubblici. Qui dormiamo in una stanzetta, circondati dal silenzio quasi assoluto della natura, ospiti di una famiglia completamente assorbita dalla cura di una neonata. Quando ci arriviamo siamo completamente ricoperti di terra rossa, noi, le borse e le bici. Tra Samroang a Kralanh ci sono altri 80 km di sterrato, ma in condizioni migliori; qui compaiono, oltre alle moto, strani furgoni “aperti”, senza parabrezza, il cui conducente viaggia col casco integrale da moto, adibiti al trasporto pubblico. Vediamo anche un venditore porta a porta di ogni tipo di recipiente, comprese le padelle, in terracotta: per preservarli, è carico di paglia, una millefoglie a strati alternati fieno/coccio. A poco più di metà percorso, veniamo salutati da un gruppo di studenti adolescenti tra i quali ne spicca uno, elegantissimo, fascinoso e dall’aplomb molto British. Ci fermiamo a scambiare quattro chiacchiere, piacevolmente colpiti dal suo inglese fluente, dal suo portamento da divo hollywoodiano e dall’eleganza fuori luogo, superiore alla polvere che travolge tutto e tutti. Ci resta impressa la sua frase, fuori posto come lui: ‹I know European people love activity, ma se me lo chiedeste, io a Siem Reap ci andrei in macchina! E’ così distante e fa così caldo!››.

Notiamo subito che, anche in queste zone quasi irraggiungibili e poverissime, le case nuove sono di una qualità e fattura rimarchevoli, con un’attenzione al dettaglio impensabile. Molti dei campi sono recintati perché la zona ancora non è stata tutta messa in sicurezza. Per fare i nostri bisogni, perciò, dobbiamo restare sulla strada, facendo solo attenzione che non arrivi nessuno. La luce in cui pedaliamo ricorda certe giornate mediterranee, limpide, al mare, a giugno; siamo invece tra il verde surreale di risaie recuperate alle mine. Poco prima di raggiungere l’agognato asfalto di Kralanh, incontriamo Hirsch, un americano ciclonauta in giro da 5 anni. Ci abbracciamo con la naturalezza data dalla fratellanza che spesso unisce i ciclisti, poi, ci scambiamo informazioni sulla strada e i rispettivi indirizzi mail, dandoci appuntamento a Bangkok. Dormiamo nell’unica pensione che questa cittadina offre per ripartire poi alla volta dei templi di Siem Reap. Ci lavorano due piccole “serve” che puliscono i bagni. I bambini che lavorano sono tanti, in un Paese senza alcun tipo di welfare: bimbe troppo piccole per aprire la porta di una stanza, la devono pulire; bimbi che non hanno un letto, lo devono rifare; bimbi sfruttati sessualmente (la Cambogia sembra essere la nuova Mecca dei pedofili). Bimbi che non hanno da mangiare, mentre i nostri ne hanno così tanto da diventare adulti obesi e malati; bimbi che non vanno a scuola o che ci vanno solo part-time, quando si può; bimbi che però ti salutano sempre.

Ancora oggi, l’antica rivalità è inscritta nei toponimi khmer: Siem Reap significa infatti “Il Siam è sconfitto. Questa città, come ci aveva anticipato il nostro cicerone culinario, è molto diversa dal resto del Paese: arrivi e, a parte il delirio del traffico sregolato che ricorda quello indiano, dove tutti fanno quello che vogliono, sembra di essere in una cittadina europea, zeppa com’è di ristoranti inappuntabili, hotel anche di super lusso, boutiques con l’artigianato più pregiato esposto in negozi da duty-free aeroportuale. Se il delirante regime comunista aveva eliminato persino la moneta, qui è un tripudio di dollari. Moltissimi bambini e uomini che hanno perso i loro arti sulle mine per guadagnarsi un pezzo di pane vendono i libri che raccontano della terribile storia della Cambogia. E’ gente orgogliosa che spesso è in grado di parlare correntemente più lingue straniere. Poi ci sono anche i poverissimi, fuori persino dai circuiti dell’aiuto, che chiedono le elemosina, quasi sempre mamme con neonati che ti si strappa il cuore quando, mentre passeggi o mangi ai tavoli, ti si avvicinano e sussurrano: “Gnam gnam” indicando il loro piccolo e mostrando un biberon vuoto. Scene purtroppo già viste.

A Phnom Penh girano, secondo le stime dell’UNICEF, tra i 10.000 e i 20.000 bambini di strada, la metà dei quali dipendenti da sostanze, per necessità loro o dei loro sfruttatori. In mezzo a una folla di turisti che non sembrano toccati dalla situazione surreale di Siem Reap, ci solleva il morale solo l’incontro con un anziano cicloturista francese. Trascorriamo tre giorni pieni per ammirare l’impressionante bellezza del sito religioso più grande al mondo, patrimonio UNESCO, con una magnifica commistione di jungla e rovine archeologiche: Angkor. Diciamo solo che vale il viaggio. Ci fermiamo in questa città di contrasti anche per visitare un lago unico al mondo, il Tonlé Sap che, da maggio a ottobre, a causa dell’aumento della portata del Mekong, sale fino a far invertire il corso del fiume dal nome omonimo, facendolo scorrere verso il lago che cresce a tal punto da allagare la piana circostante. Tra ottobre e maggio, il livello del Mekong diminuisce, il fiume Tonlé Sap inverte nuovamente il suo corso e le acque del lago possono defluire. Questo fenomeno straordinario fa del lago uno dei bacini d’acqua dolce più ricchi di pesce al mondo e la principale fonte di cibo della Cambogia, sfamando più del 40 % della popolazione.

Lasciamo Siem Reap per Sisophon, città-crocevia delle due uniche strade maggiori asfaltate. Lungo il percorso, vediamo tante persone pescare nell’acqua marrone-aranciato di pozze e canali a bordo strada. Chi immerso, chi lanciando reti rotonde con ai bordi pesi per imprigionare i pesci in una sorta di sacca, chi a mani nude. Quasi nessuno con la canna. Anche dove c’è l’asfalto, la diversità con i Paesi vicini è palpabile; pochissimi e poverissimi i venditori di cibo di strada, vediamo giusto le venditrici di riso glutinoso cotto nel bambù: prima dell’avvento del regime degli khmer rossi, la Cambogia era tra i maggiori esportatori di riso al mondo. Poi la carestia e la fame, cosa mai sperimentata prima dalla popolazione. Dormiamo in una bella casa di legno e già al tramonto udiamo dei canti che ci sembrano funebri. Gaia va a sbirciare: alcuni stendardi bianchi e la presenza di monaci segnalano che è in corso una veglia. I canti sono tristi, struggenti, ma non disperati; ricordano i blues degli schiavi africani o le canzoni composte da quelli che emigravano; si fermano poco dopo il tramonto e riprendono prima dell’alba. Una voce di donna si alterna a quella di un uomo. La mattina dopo, l’oste ci spiega che sono proprio lamentazioni funebri buddhiste le cui parole ricordano che quando sei vivo non pensi alla morte, ma poi, quando muori, quello che hai fatto conta, perché altre esistenze si dischiudono. La tristezza non è totale, è la tristezza di una partenza; la morte, anche qui in terra cambogiana, è solo un passaggio: altre vite attendono le anime khmer. Lasciamo Sisophon per passare la frontiera, questa volta a Poipet-Aranya Prathet e riapprodare in terra thai insieme ad una miriade di carri e carretti.

Gaia e Alessandro

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Siamo una coppia di oltre quarantanni che ama viaggiare, meglio se con le nostre biciclette, per il mondo (provate a chiedere magari ci siamo stati!). Entrambi lavoriamo nel sociale e questo determina anche il nostro modo di osservare i paesi e di incontrare le persone che li abitano. Gaia è vegetariana mentre Alessandro se ha fame diventa ultra irascibile e mangia qualunque cosa. Nel 2009 abbiamo ciclo-viaggiato per 11 mesi, l’esperienza per chi fosse interessato è tutta raccontata qui: http://gaiale.blogspot.com. (Le foto all’interno dell’articolo sono digitalizzazioni delle loro diapositive)

La foto in copertina è di ©Arjun Purkayastha e questo è il suo sito.

  • Gaia, Alessandro: il vostro racconto è bellissimo. Leggendolo sembra di essere in Cambogia con voi 🙂