Benvenuti al primo episodio della rubrica Location: Cinema & Viaggi. In questa serie ci occuperemo di film di viaggi che rappresentano luoghi o spazi in senso lato – tutto ciò per non dire “paesaggi concettuali”, che fa un po’ lezione di storia dell’arte del liceo. Selezioneremo quindi non semplicemente film girati o ambientati in città, paesi, o luoghi specifici, ma film che in qualche modo hanno a che fare con l’idea di diversi tipi di paesaggi, mezzi di trasporto, tipologie di esplorazione.

Cominciamo dal deserto. Dalle sabbie del Sahara alle rocce della Valle della Morte, il cinema ha sempre visto il deserto come una location suggestiva e dai significati molteplici. Per esempio, nei Western americani il deserto tende a rappresentare uno spazio da civilizzare e da riempire di costruzioni: ferrovie, saloon, miniere, abitazioni per una nazione in continua espansione, spesso a discapito delle popolazioni native. In gran parte del cinema Europeo il deserto è invece un grande mistero, un luogo di perdizione mistica, una tentazione esotica che promette miraggi di appassionanti storie d’amore, ma anche di perdizione e morte. Il deserto nel cinema è sempre in movimento, suscettibile non solo agli effetti naturali ma anche alla presenza dell’uomo, che può accogliere o rigettare in modi molto estremi. Nonostante queste distinzioni, per il cinema in generale il deserto non è quasi mai una tabula rasa o un non-spazio, ma è come uno schermo sul quale si proiettano fantasie e paure.

Il rapporto tra il cinema e il deserto non potrebbe quindi essere più proficuo, tanto che nell’Algeria sud-occidentale la città di Dakhla ha istituito il FiSahara (Festival Internazionale di Cinema del Sahara). Il festival è una celebrazione delle culture Saharawi, e rappresenta un’importante opportunità per gli abitanti di Dakhla (prevalentemente profughi della guerra che scoppiò tra territori divisi tra Marocco e Mauritania in seguito al crollo della potenza coloniale Spagnola nel 1976) non solo di andare al cinema ma anche di fare cinema. Quest’anno il festival compie otto anni e festeggia con venti proiezioni di film internazionali, laboratori di montaggio, workshop sull’uso della macchina da presa, corsi di recitazione, e incontri con rappresentanti dell’industria del cinema – Pedro Almodovar e Ken Loach sono tra i sostenitori più accorati. Le date di FiSahara sono 2-8 Maggio, il costo di partecipazione è 5€, e la città offre sistemazioni per i visitatori  presso famiglie locali. Il programma include partite di calcio, escursioni notturne nel deserto e concerti. Per ulteriori informazioni potete visitare il sito ufficiale (in inglese e spagnolo).

Lawrence d’Arabia (David Lean, 1962)

E’ quasi inevitabile cominciare una guida minima ai film del deserto con Lawrence d’Arabia, la biografia dello scrittore/esploratore britannico T. E. Lawrence. Archeologo, poeta, filosofo, viaggiatore in motocicletta, a dorso di cammello e a piedi, omosessuale e ufficiale dell’esercito imperiale, biondo con gli occhi azzurri ma Arabo ad honorem (grazie alla sua importanza culturale e politica in sostegno ai movimenti indipendentisti del Medio Oriente), Lawrence è un personaggio versatile quanto il deserto, che incarna un’idea del viaggio verso oriente come scoperta di un’umanità senza confini imposti da nazioni, razza e sesso. Il deserto di Lawrence è il tessuto connettivo tra civilizzazioni antiche e culture immense in cui “niente è scritto” ma sta agli uomini scrivere il futuro del mondo. Il film di David Lean è uno dei più grandi ed emozionanti kolossal del cinema classico. Girato nel 1962 tra Marocco, Giordania, Spagna e Inghilterra, vinse sette meritatissimi Oscar e due nomination per i protagonisti Peter O’Toole e Omar Sharif. L’altro grande interprete del film è Alec Guinness nei panni del Principe Faisal, futuro re dell’Iraq. Le dimensioni e l’impatto di questo film sono indescrivibili: Lean e il direttore della fotografia Freddie Young utilizzarono una speciale pellicola Super Panavision 70mm – un formato più grande e dai colori più brillanti delle normali pellicole Technicolor 35mm – per meglio catturare la vastità del deserto e i dettagli di ombre e luci con più precisione possibile. La musica di Maurice Jarre è indubbiamente uno dei temi musicali più memorabili della storia del cinema.

Il paziente inglese (Anthony Minghella, 1996)

Senza Lawrence d’Arabia probabilmente non avremmo un altro grande capitolo nella storia del cinema del deserto: Il paziente inglese di Anthony Minghella, con Ralph Fiennes, Kristin Scott Thomas, Colin Firth e Juliette Binoche. Curiosità: uno dei primi ruoli di Fiennes al cinema fu proprio T.E. Lawrence, in un film per la televisione inglese intitolato A Dangerous Man: Lawrence After Arabia (che narra le grandi difficoltà personali di Lawrence, ormai diventato Arabo d’adozione, al suo ritorno nella fredda, rigida, perfida Albione). Ne Il paziente inglese Fiennes interpreta László de Almásy, un esploratore ungherese che partecipò alla spedizione internazionale per i rilevamenti e la compilazione di mappe del Nord Africa alla fine degli anni ’30. La spedizione venne interrotta dall’esplosione della seconda guerra mondiale, e molti dei partecipanti vennero accusati di aver favorito, proprio con le carte geografiche che mostravano le vie d’accesso al Sahara, l’invasione Nazista guidata dal Generale Rommel, la “Volpe del Deserto”. Nella storia del film – tratto dall’omonimo, bellissimo romanzo del canadese Michael Ondaatje – il deserto diventa non solo lo spazio di una storica conquista militare devastante, ma anche di una seduzione potente e senza limiti: è proprio una tempesta nel deserto a smuovere profondamente i sentimenti dei due protagonisti e a trascinarli, come Paolo e Francesca, nel vento della passione adultera. Come il deserto, i due amanti oppongono resistenza alle imposizioni di nomenclature e confini: i corpi e il desiderio prendono il posto delle carte geografiche e delle convenzioni sociali, l’ossessione umana di controllare e possedere luoghi e sentimenti misteriosi si rivela essere una distruttiva utopia. Minghella girò le scene desertiche del film tra Tunisia, Libia ed Egitto; nella valle di Wadi Sura si trova l’altopiano di Gilf Kebir (جلف كبير) dove Almásy scoprì la Caverna dei Nuotatori con le sue pitture rupestri. Il film vinse nove premi Oscar, Ralph Fiennes è stupendo (e il libro è anche meglio).

Zabriskie Point (Michelangelo Antonioni, 1970)

Considerato da molti un fallimento, il secondo film in inglese di Michelangelo Antonioni (dopo il gran successo del soggiorno londinese culminato in Blow-Up) prende il nome da uno dei punti più desolati e aspri della terra: Zabriskie Point è uno dei picchi dell’Amargosa Range, le montagne rocciose al confine tra California e Nevada nel deserto del Mojave, Valle della Morte. I due protagonisti del film, Mark e Daria, in fuga da una grottesca Los Angeles, consumano la loro storia d’amore anarchica e disperata tra le rocce del deserto, che improvvisamente prendono vita come in un’allucinazione e copulano insieme a loro. Zabriskie Point è un punto di non ritorno: il deserto rappresenta qui il nichilismo totale degli pseudo-rivoluzionari alienati e annoiati dopo che anche la counter-culture è stata appropriata dal consumismo, tanto che nemmeno l’esperienza del sesso è fine a se stessa ma porta a miraggi allucinati e disturbanti. Il filosofo Michel Foucault rivelò che calarsi un acido a Zabriskie Point fu una delle migliori esperienze delle sua vita; Zabriskie Point è un po’ come quell’acido: non fa per tutti (anzi, per molti è meglio evitarlo), ma per qualcuno è un’esperienza indimenticabile: la fotografia e l’uso innovativo della colonna sonora di Pink Floyd e Grateful Dead fanno da contrappunto psichedelico alla rivoluzione incompiuta della Beat Generation, e lasciano un segno indelebile nella mente quanto l’esplosiva scena finale. Dopo il deserto c’è solo il caos.

Il cane giallo della Mongolia (Byambasuren Davaa, 2005)

La steppa della Mongolia non è un deserto nel senso stretto della parola, ma qui si pensa per concetti ampi più che per definizioni strette, e ci piace includere questo piccolo film nella categoria. Il cane giallo della Mongolia è la tenerissima storia di Nansal, primogenita della famiglia di pastori nomadi Barchuuluun, che un giorno trova un cane in una caverna e decide di adottarlo. Il padre, preoccupato dal pericolo che le tracce del cane attraggano predatori indesiderati, fa di tutto per separare Nansal dal suo amico peloso, ma l’intervento di un’antica fiaba mongola e il coraggio del piccolo quadrupede gli fanno cambiare idea. Il film iniziò come progetto di documentario per la televisione tedesca sugli usi e costumi delle popolazioni nomadi dell’ex Unione Sovietica, ma la storia di Nansal presentò all’autrice un’occasione troppo bella da sprecare. A differenza dei deserti rocciosi e sabbiosi dei film di cui sopra, la steppa è fertile e il “deserto” è parte di una natura in fondo benevola anche se non priva di pericoli; nell’isolamento del deserto i rapporti tra gruppi familiari e animali diventano necessari alla sopravvivenza. Byambasuren Davaa ha diretto anche La storia del cammello che piange insieme all’italo-tedesco Luigi Falorni, un’altra storia di vite nomadiche nel deserto (questa volta è il deserto del Gobi), nominato all’Oscar per miglior documentario nel 2004.

La Proposta (John Hillcoat, 2005)

Il deserto de La Proposta è l’outback australiano alla fine del diciannovesimo secolo, nel quale si svolge una storia dai temi biblici e toni senza compromessi. La gang di fuorilegge dei fratelli Burns è accusata di violenze ripetute contro i civili insediati nel nord del Queensland. Due dei tre fratelli vengono catturati dal capitano inglese (un crudelissimo e ripugnante Ray Winstone), e al mezzano Charlie (Guy Pearce) viene fatta la proposta: catturare il primogenito Arthur (Danny Houston) per salvare la vita del più piccolo Mikey (Richard Wilson). Charlie accetta il compromesso e intraprende un viaggio nel deserto sconosciuto, ma durante la traversata sarà sempre più afflitto da dubbi morali sulla legge trasformata in violenza, e la civilizzazione in sopraffazione. Il copione scritto da Nick Cave – qui anche come autore della colonna sonora insieme a Warren Ellis – è una ripresa dei temi del Western Americano, e il modello del regista Hillcoat non è il deserto esotico di Lean, né quello anarchico di Antonioni, ma piuttosto il Western revisionista di Sam Peckinpah e Clint Eastwood. I temi del deserto nel Western sono però resi molto più complessi dalla rappresentazione cosciente di un outback che non è mai deserto, ma abitato da popolazioni native. La vita degli Aborigeni australiani è ripresa in gran dettaglio, e accompagnata da un modo di fotografare il deserto che rende benissimo l’idea di un ambiente quanto più lontano dal paradiso e dalla civilizzazione possibile: il sole picchia durissimo, la terra si crepa, il sangue scorre a fiotti, la moralità perde ogni significato. A differenza del Western Americano, La Proposta non cerca di creare un mito, una storia alternativa del successo della conquista del deserto, ma guarda dritto al lato più oscuro della storia dell’Australia come a un libro scritto col sangue, un deserto svuotato della propria personalità e soffocato da quella dei colonizzatori.


Irene Musumeci

Altri deserti – filmografia selezionata: Avidità (anche conosciuto come Rapacità – titolo originale: Greed, Erich von Stroheim, 1924); Fata Morgana (Werner Herzog, 1971); Paris, Texas (Wim Wenders, 1984); Il tè nel deserto (Bernardo Bertolucci, 1990); Three Kings (David O. Russell, 1999) ; Iraq in Fragments (James Longley, 2006);  Il Petroliere (Paul Thomas Anderson, 2007); Moon (Duncan Jones, 2009).

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  • gio

    Quasi quasi mi viene voglia di andare …nel deserto,si intende!

  • Non so di preciso, ma quest’anno non posso andare. Programmiamo per il prossimo? 🙂

  • Ah verissimo, grazie dell’appunto. (Volevo scrivere bene di Fata Morgana, ma ho deciso di conservare Herzog per la puntata sullo spazio, sul mare o sui ghiacci….)

  • Vincenzo Musumeci

    Excursus interessante, come il progetto.
    Continuerò a leggere con interesse.
    Enzo

  • Ottima rassegna. C’entra poco, ma una delle immagini desertiche più potenti del cinema è secondo me quella finale di Teorema di Pasolini. http://www.youtube.com/watch?v=LTacF9xp2fE

  • Anonimo

    Quanti stimoli in questa rassegna! Complimenti.
    Il Festival del Sahara in Algeria non l’avrei mai scoperto. Curioso! Che dire poi, la partecipazione di Pedro Almodovar e Ken Loach è di per sé una garanzia. Si sa di cosa parleranno quest’anno? Staremo a vedere…