Venerdì: per arrivare a Dublino non ci sono molte possibilità. O arrivi in traghetto oppure in aereo, all’unico aeroporto di Dublino. Una volta recuperati i bagagli – anche se io consiglio sempre il bagaglio a mano per un weekend – per raggiungere in centro si possono prendere gli autobus di linea 747, 748, 41, 16a oppure quelli di compagnie private come la aircoach [qui l’elenco completo]. Il viaggio è di circa mezz’ora e, di solito, verrete lasciati in O’Connell Street, la strada principale a nord del fiume Liffey, resa inconfondibile dallo sfolgorante Spire, un mega ago che punta il dito al cielo per nessuno sa bene quale motivo (wikipedia suggerisce la necessità di riqualificare la strada in preda al degrado, come motivo per l’iniezione artistica, c’è invece chi dice sia un monumento per la lotta contro la droga, de gustibus).

Questa è la mia quarta volta a Dublino. La prima nel 2001 per il viaggio di fine liceo con due amiche, la seconda nel 2006 per vedere il concerto di presentazione di The Animal Years di Josh Ritter, la terza sempre nel 2006 per vedere Josh Ritter suonare all’Olympia Theatre e la quarta lo scorso weekend. Per vedere Josh Ritter suonare a Vicar Street. Josh Ritter, come avrete intuito, è il filo conduttore dei miei viaggi a Dublino, e non a caso: prima di diventare famoso negli Stati Uniti – dove è nato – Josh è diventato un piccolo fenomeno in Irlanda, grazie all’amico Glen Hansard, di cui apriva i concerti quando ancora Glen non aveva perso la testa per Marketa Irglova.

Così le mie prime 24 ore a Dublino le trascorro ripercorrendo strade di cui mi ricordavo, indicando posti in cui avevo mangiato, bevuto, dormito e finendo, poco dopo pranzo, sulla stessa sedia che mi aveva accolta nel 2006, quando con Alessandro ci eravamo concessi una carrot cake da Queen of Tarts. Raccolto, dalla facciata dipinta di rosso e all’apparenza uscito da una puntata di Una mamma per amica, Queen of Tarts è il paradiso per gli amanti dei dolci: muffin, pancakes, brownies, splendide cheesecakes e chocolate chip cookies grandi come il palmo di una mano.  Questa volta, però, con il mio compagno di viaggio ci limitiamo a chiedere due panini con pane integrale, verdure al forno, hummus fatto in casa e rucola: mangiamo, paghiamo e ci ripromettiamo di fare tappa anche nel secondo negozio di Queen of Tarts, in Cow’s Lane. Sono quasi le cinque di pomeriggio, Dublino è piena di traffico e fra poco gli impiegati allenteranno il nodo alla cravatta e andranno a bersi una birra.

Mentre attraversiamo di nuovo il Liffey e ci spingiamo in zona musei per capire se sono ancora aperti, andiamo a sbattere contro i cancelli del Trinity College dove, davanti a noi, si apre un campo da rugby / cricket / calcio pieno di studenti. Il motivo non è una partita, ma l’inizio del weekend, che si celebra a bordo campo – rigorosamente verde irlandese – bevendo una birra comprata nel Pav, il bar dell’Università, stracolmo di ragazzi che, al posto della patriottica Guinness, scolano lattine di Bavaria in pacchi da 6. Ciascuno. Ci sediamo sui gradini del Pav e fingiamo, almeno per un po’, di essere anche noi studenti.

Con i musei (già) chiusi e un sole sfacciato sopra la testa, decidiamo di spendere le ultime ore del pomeriggio tra le vie di Temple Bar. Se, nel farlo, vi chiedeste il perché di tutte quelle donne (s)vestite da angeli, diavoli e con minigonne vertiginose tanto quanto il loro tasso alcolico nel sangue, la risposta è semplice: nei weekend Dublino, e Temple Bar in primis, diventa meta di molte inglesi che passano il fine settimana festeggiando gli addii al nubilato di amiche promesse spose. Concludiamo la serata da Mongolian Barbeque, un locale alle spalle della via principale di Temple Bar dove, per 15.99€, puoi comporre tu la tua ciotola di carne/pesce/tofu saltato con verdure e ripetere l’operazione all’infinito: l’impresa sembra facile, ma al primo tentativo esagero con le spezie e finisco a divorare il riso bollito che portano come contorno per alleviare la piccantezza e, al secondo, mi ritrovo per le mani una ciotola troppo insipida di frutti di mare e verdure. Come per tutte le cose, anche da Mongolian Barbeque è la pratica che fa la differenza.

Sabato: prima delle undici di mattina Dublino è deserta. Non solo Smithfield, la zona dove abbiamo l’hotel, svuotata più dalla crisi economica che dal weekend, ma anche Grafton, O’Connell e Temple Bar. Il meteo meno clemente del venerdì ci fa optare per un giro dei musei della città – tutti a ingresso gratuito, al contrario delle chiese. Ma, prima, la colazione: uova strapazzate, toast e scones con marmellata da The Joy of Cha (25 Essex Street, Dublin 2). Questa volta la facciata del bar è dipinta di arancione e gli interni sono molto più vissuti di quelli di Queen of Tarts. Tavolini in legno, abat-jour sulle mensole e dipinti (in vendita) decorano la stanza, facendo compagnia alle tante varietà di the che riempiono gli scaffali del bar dietro al bancone. Annuisco in segno d’approvazione alla musica in sottofondo – la conosco quella canzone – ma, una volta in piedi, mi dimentico di chiedere al barista il nome del gruppo. Quello che non mi sono dimenticata, invece, è dove si trova la Gallery of Photography, un negozio + galleria su tre piani dove, nel 2006, avevo visto per caso una mostra sul fotografo-pioniere Edward Curtis.

Questa volta la mostra è su Steve McCurry e il negozio è pieno di persone accompagnate da fedeli macchine fotografiche, quasi come fossero un pass necessario per l’ingresso. Dopo un rapido sguardo alle solite foto ipercolorate di McCurry, ci fermiamo al National Photographic Archive di fronte alla Gallery of Photography, dove una mostra punta lo sguardo sulle residenze nobili irlandesi, con fotografie scattate tra il 1858 e il 1922 che ricordano, per le atmosfere e l’immobilità dei soggetti, il film The Others. Il custode, mentre mette in pausa il film che sta guardando di nascosto, ci invita a prendere una cartolina gratuita. Ma la foto più ammaliante di tutte – che ritrae un uomo circondato da un paesaggio bianco e immerso in una tormenta di neve – non c’è. Ci incamminiamo verso la zona dei musei passando da Cow’s Lane, dove ogni sabato si tiene il MART, mercatino di designer irlandesi che occupa tutta la strada. Il museo che ero più curiosa di visitare, la National Gallery of Ireland, è parzialmente chiuso per lavori di restauro e le opere esposte non sono né tante né particolarmente interessanti; ci fermiamo nel National Museum of Ireland – Archeology dedicato alla storia del paese, e concludiamo il giro tra gli animali imbalsamati e i bambini estasiati del Museum of Natural History.

Sabato sera viene il momento di Josh Ritter. Il concerto è al Vicar Street, IL locale di Dublino, dove hanno suonato un po’ tutti: da Damien Rice a Lisa Hannigan, e dove nelle prossime settimane suoneranno Grant Lee Buffalo, Explosions in the Sky, Laura Marling, The Tallest Man on Earth e Grinderman, tra gli altri. Insomma: se state partendo per Dublino, date un occhio al programma del Vicar Street. E magari anche ai concerti di Whelan’s e dell’Olympia Theatre. Al Vicar si entra ordinati, si fa la fila ordinati per l’apertura della porta, e sempre ordinati ci si siede nei micro tavolini disposti di fronte al palco, bevendo birra in attesa di Josh Ritter. Quando Josh sale sul palco con il suo inseparabile gilet e una camicia rossa, mi chiedo se fosse davvero il caso di vederlo per l’ottava volta: non sono una fanatica come quel numero 8 farebbe pensare, ma a fine concerto mi ricordo perché ne vale sempre la pena. Il suo inesauribile entusiasmo è, se possibile, cresciuto ancora di più negli anni, accompagnato da un netto miglioramento della band e da una virata verso i territori di Bruce Springsteen, che Josh attraversa trasformando la sua Harrisburg in un sermone con tanto di pezzi dell’Amleto, affabulando il pubblico con aneddoti e storie inventate e chiudendo con un grazie ai suoi migliori amici ‘che sono tutti qui sul palco con me’.

Domenica: giornata di sole. Smithfield è abbastanza vicino da convincerci a camminare fino a Phoenix Park. A ovest del centro, è uno dei parchi più grandi d’Europa e nei weekend di sole i dublinesi ci vanno per correre, visitare lo zoo, fare picnic o giocare a rugby. Noi ci arriviamo prima delle 10, dopo aver mangiato un toast e bevuto un cappuccino da Juno’s, a pochi passi dall’ingresso principale di Phoenix Park. Tagliato a metà da una strada accessibile alle auto, ricorda per conformazione il Tiergarten di Berlino, ma dicono che se sei abbastanza coraggioso da inoltrarti in Phoenix Park puoi trovarci anche daini e cervi allo stato brado. A Berlino, no. Da Phoenix Park torniamo sui nostri passi costeggiando il museo di arte contemporanea (IMMA) e la Guinness Storehouse, passando chiese addobbate per la Pasqua e case e negozi svuotati per la crisi. Alla statua di Molly Malone, su Grafton Street, incontriamo Francesco e Sarah e con loro andiamo a fare il brunch di rito da Avoca che, con i suoi 15 euro a testa, mi ricorda di non azzardarmi mai più a fare un brunch a Milano, dove si spendono come minimo 30 euro.

Post Avoca facciamo un salto da The Secret Record and Book Store, dove recupero per 4€ un almanacco di Calvin & Hobbes e un libro sulle donne viaggiatrici (Wayward Women, A Guide to Women Travellers) e poi ci incamminiamo verso Pearse Station per prendere il treno. Ci lasciamo alle spalle le nuvole di Dublino e, dopo meno di 40 minuti, ci ritroviamo a Bray (nella foto in alto e in home page): località marittima della nobiltà nel 1800 e della classe media senza soldi per destinazioni esotiche negli anni ’50, Bray sembra essere rimasta immutata per tutti questi anni, se non fosse per i casinò e le sale giochi che la riempiono. Camminiamo lungo la promenade circondati da turisti e dublinesi in cerca di sole e di mare, ci spingiamo fino a metà del sentiero panoramico che porta a Greystone e poi torniamo indietro per un caffè e un po’ di sole sul muretto che si affaccia sul mare. L’azzurro mi ricorda più la Nuova Zelanda dell’altra Irlanda – quella che vive fuori Dublino. Mi chiedo perché ci ostiniamo a chiuderci dentro colate di cemento e immagino una rivoluzione fatta a colpi di parchi urbani. Il verde dell’Irlanda ne sarebbe a capo.

Passiamo l’ultima sera in un ristorante su Camden Street Lower: quando possono, i dublinesi o chi vive a Dublino – come Francesco – evitano Temple Bar o  il centro città. E Camden Street Lower è un’ottima alternativa per concludere il weekend. Il locale si chiama Green 19 ed è un tempio del design ecosostenibile. Ci serve una cameriera sosia di Emily Blunt, ma molto meno simpatica di lei. Concludiamo la cena con cappuccini, crumble alle mele e gelato alla menta, ci salutiamo e ripercorriamo il Liffey per l’ultima volta, prima di riprendere l’aereo verso casa.

C’è chi dice che, una volta partiti, non si ritorna mai. C’è chi, invece, dice che in un modo o nell’altro si torna sempre. Al mio quarto viaggio a Dublino ascolto Josh Ritter cantare Change of Time e ripercorro mentalmente i luoghi visti e le cose fatte la prima, la seconda, la terza e la quarta volta. Se non sono cambiata io, è cambiato il mio modo di viaggiare e quello di sperimentare il mondo. Dublino ha sempre le stesse strade, sempre le stesse dimensioni, cambia la mia unità di misura. Cambia il tempo. It’s only a change of time, dopotutto.