Dopo aver viaggiato tutta la vita, Tiziano Terzani, gravemente ammalato, si ritira con Angela, la moglie, nel suo casolare in Orsigna, tra gli appennini toscani. Qui decide di chiamare il figlio Folco per un’ultima, sincera chiaccherata. Ne nasce un’intervista, e da questa un libro, La fine è il mio inizio (Longanesi, 2004). Folco intervista il padre sugli aspetti, i momenti, le impressioni, i dubbi, le idee e le certezze raccolte nei suoi sessantasette anni. Ha l’occasione di fare al padre le domande che ha sempre voluto fargli, ma che per un motivo o un altro non gli ha mai posto. Il padre ha la possibilità di dipingere il quadro della sua esistenza, dando ordine e sintesi alla sua esperienza di vita. Un’ultima, intima conversazione sul suo audace percorso di conoscenza che dall’osservazione di fatti per giornalismo lo condurrà alla ricerca intellettuale e spirituale. Il testamento di un uomo che ha dedicato l’intera esistenza al piacere – e alla sfida – della scoperta del mondo, dell’umanità e di se stesso. Gli ultimi respiri di chi con serenità accetta l’idea di morire o meglio di “lasciare il corpo”, come a lui piace dire, citando gli induisti.

Dal libro Jo Baier decide di trarre un film, La fine è il mio inizio, distribuito nella sale italiane da Fandango da venerdì primo aprile 2011. Il regista tedesco ottiene dalla famiglia il permesso di girarlo nella casa dei Terzani in Orsigna e contatta Folco per collaborare con lui alla sceneggiatura. Tra gli attori, Bruno Ganz interpreta Tiziano Terzani ed Elio Germano Folco. Il film si svolge totalmente tra i suggestivi panorami degli appennini toscani, accompagnati dalle dolci note del pianoforte di Ludovico Einaudi. La trama è incentrata sul rapporto di Terzani con la malattia che avanza e con la morte che si avvicina, e offre solo qualche breve e aneddotico accenno biografico sull’intensa vita dello scrittore. La figura della famiglia, Folco compreso, è posta sullo sfondo e l’attenzione è tutta per Terzani.

Eppure, riconoscendo il coraggio e i buoni propositi di un tributo a Terzani volto a presentarlo al grande pubblico, il film non funziona e risulta confuso e superficiale. La platea, davanti alla visione del film, si trova così divisa in due gruppi: da un lato i lettori affezionati di Tiziano Terzani che già hanno un’idea della sua vita, e dall’altro chi non lo conosce e gli si avvicina per la prima volta. I primi usciranno dalla sala insoddisfatti, i secondi confusi e poco invogliati ad approfondire.

Molto probabilmente, un film su Terzani è sbagliato a monte: a livello di format sarebbe stato meglio un documentario o, al limite, un docufilm. Immaginiamo un documentario in bianco e nero con immagini e filmati inediti del Terzani vero e una voce narrante sullo sfondo. Il libro de La fine è il mio inizio non è soltanto Terzani in Orsigna, ma è Terzani che ripercorre la sua intera esistenza, che naviga tra i ricordi e si commuove davanti agli aneddoti e ai fotogrammi che riemergono dalla memoria. Dietro ogni oggetto, ogni visione, ogni frase si percepisce l’eco di un passato lontano ma vicino, rinvigorito dalle sue stupende e coinvolgenti descrizioni. Ma nel film di Baier, a parte un arazzo indiano che simboleggia la morte nera, di queste cose neanche l’ombra. Tutto punta sul presente, sugli ultimi attimi. Si mette a fuoco la fine del lungo viaggio, ignorando il prima e il durante. Immagini della vita passata del giornalista e scrittore sarebbero state perfettamente in linea con una trasposizione su pellicola del libro e avrebbero sfruttato la capacità espressiva del mezzo cinematografico. Le stesse interviste originali filmate offrono scorci molto più emozionanti e coinvolgenti di quello che fu – ed è tuttora – l’uomo Tiziano Terzani. Le fotografie che corredano il libro edito Longanesi commuovono più dei numerosi, a volte patetici, primi piani di Bruno Ganz.

In tutto il film non viene inserita una scena del Terzani originale, dei suoi viaggi, delle sue avventure. Non un fotogramma dedicato a un volto, a una fotografia, a un documento e alle scene che costellano il suo avventuroso percorso. La scelta del regista – racchiudere un libro che racconta sessantasette anni di vita piena in poco più di un’ora e mezza – è ambiziosa, ai limiti della megalomania. Praticando una radicale selezione dei contenuti, ovvero concentrandosi sugli ultimi, intimi momenti di Terzani, e quindi sul suo rapporto con un corpo che va disfacendosi, il regista decontestualizza la sua persona, la sradica dalla sua vita, dalle immagini e dalle impressioni che nel libro traspaiono da ogni pagina. Ci sono rari riferimenti al passato, al Comunismo, al Vietnam, alla Cina, a Mao. Ma niente India, niente Giappone, niente URSS, niente Asia Centrale – luoghi attraversati e raccontati da Terzani nei suoi libri e richiamati ne La fine è il mio inizio. Tra i numerosi, dolcissimi aneddoti raccontati nel libro, ne viene proposto uno soltanto: quello dei grilli da combattimento. Del toccante capitolo sui giovani – basilare per la sua visione del futuro – un breve accenno. Una distribuzione del tempo, una selezione dei contenuti poco condivisibile. Perché offrirne un quadro così confuso, superficiale e scollegato? Se sulla lapide di Terzani è incisa la parola “Viaggiatore”, perché relegare il tema del viaggio a qualche accenno? Perché non riproporre una struttura a capitoli come nel libro, che rende accessibile il pensiero dell’autore, ma presentare i contenuti in flusso disordinato?

Il film, tolto il finale – il quale, con la potenza delle immagini, non può non commuovere lo spettatore – emoziona decisamente meno del libro. La tensione drammatica è volutamente debole, per indicare allo spettatore il rapporto lucido e pacato che Terzani aveva instaurato con la morte. Ma tale scelta non aiuta lo spettatore che va al cinema con l’intenzione di conoscere Terzani: ci si ritrova così di fronte a un personaggio svuotato della sua storia personale che in medias res affronta un tumore isolandosi dal mondo. Allo stesso modo, l’approccio delude l’aficionado che la biografia la conosce e intende rivivere l’ultimo Terzani in un coinvolgimento emotivo totale. La scelta di non spettacolarizzare Terzani è rispettabile, ma il risultato è un mancato trasporto dello spettatore.

Se per sua natura il film ha una durata limitata, Jo Baier spreca tempo prezioso in grottesche e inutili scene di intimità familiare (ad esempio, la scena della patata bollita, il finto litigio col figlio, l’arrivo in paese in macchina e il suo fingere di dormire). Fatti certamente avvenuti – vista anche la supervisione del figlio Folco – ma  superflui; scene di contorno proposte per spezzare un po’ l’attenzione del pubblico ma che risultano in tristi ed evidenti imitazioni. Persino l’intensità negli sguardi e l’enfasi nella gestualità di Ganz risultano in una pedissequa e innaturale recitazione.

Il doppiaggio degli attori, eccetto Elio Germano che essendo italiano può autodoppiarsi, è deplorevole. Il vero Tiziano Terzani ha una voce calda, ammaliante, distesa, che col suo solo, semplice e naturale tono incanta chi lo ascolta. Il doppiatore di Ganz si propone con una voce rauca, dura e consunta e stride con la personalità del Terzani che abbiamo visto e conosciuto nei libri e nei video. Un contrasto voluto? Un modo per demitizzarlo, per umanizzarlo? Più probabilmente un errore tecnico. Discutibile la scelta dell’accento toscano affibbiato sia a Tiziano sia ad Angela, che non hanno riscontro nella realtà nè alcuna altra funzione.

Un’occasione persa. Rammarica il fatto che la collaborazione del figlio non abbia giovato a dare alla luce un’opera che dignitosamente rappresentasse Terzani nella completezza della sua personalità e si calasse nella profondità della sua storia. Sconsiglio pertanto la visione del film a coloro che cercano un’opera illuminante sulla sua figura. La prospettiva migliore rimangono i libri, bellissimi, e i filmati originali.

La fine è il mio inizio, Jo Baier. Titolo originale: Das Ende ist mein Anfang. Con la collaborazione di Folco Terzani. Fandango, 2011. Produzione: tedesca, con la collaborazione di Rai Cinema.

Voto finale: 5/10 – tenuto alto dalla fotografia (paesaggi mozzafiato), dalle musiche (sublime Ludovico Einaudi) e dalle buone intenzioni.

Collegamenti utili:

  1. Il trailer del film La fine è il mio inizio
  2. La scheda del film su IMDb
  3. Intervista a Folco Terzani a Le invasioni barbariche su La 7
  4. Le (cortesissime) opinioni di Angela e Saskia Terzani sul film
  5. Il documentario su Terzani: Tutti i colori di una vita
  6. Anam, il senzanome – L’ultima intervista a Tiziano Terzani
  7. La fotografia di Terzani in mostra a Roma: Click! 30 anni di Asia
  8. Ik forum dei lettori di Tiziano Terzani (e il topic sul film)

La fotografia in alto è di Vincenzo Cottinelli, Orsigna, 2002.

 

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