Leggere i miei appunti di viaggio è come riaprire un cassetto pieno di immagini ed emozioni, che in un lampo pervadono la mia mente; dalle incognite e i buoni propositi del 22 luglio, scritti all’aeroporto di Orio al Serio in attesa di partire, alle considerazioni del 24 agosto, da Madrid, mentre aspettavo di ritornare là da dove ero partito. Un mese, il tempo passato sul Cammino di Santiago.

È difficile scrivere di un’esperienza personale così profonda. Bisognerebbe scavare nell’anima, per trovare le radici delle motivazioni che spingono a intraprendere questo viaggio, che inizia ancor prima di partire dalla tua storia, dal tuo modo di essere e di vivere. È facile invece elencare le persone incontrate, le storie ascoltate camminando, i pranzi e le cene in compagnia, i luoghi visitati, gli alberghi dove ho dormito. Ognuno meriterebbe di essere descritto e raccontato con dovizia di particolari, ma non basterebbe un libro. Ometterò quindi aspetti puramente pratici, concentrandomi sulle sensazioni che crescevano in me, mentre vivevo uno dei capitoli più belli della mia vita.

Ho deciso di intraprendere questo viaggio non per motivi spirituali, ma perché volevo stare via un mese, per isolarmi dalle cose di tutti i giorni. Mi sono documentato e, man mano che raccoglievo informazioni, crescevano in me interesse, curiosità e voglia di mettere alla prova me stesso camminando, da solo. Ho sentito diverse persone parlare di questo cammino, amici, colleghi e conoscenti che mi raccontavano di un’esperienza indimenticabile. Alcuni di loro gli attribuivano un alone di misticismo che sinceramente mi lasciava un po’ perplesso, ma è la natura di questo viaggio, che di solito nasce proprio per motivi spirituali e religiosi. Ad avvalorare questo aspetto, inoltre, è il fatto che, quando San Giacomo cade di domenica, in Spagna viene proclamato l’anno santo locale e arrivano fedeli da tutto il mondo, in segno di devozione. Ricordo di averlo letto sulla guida; la cosa mi aveva colpito ed ero  andato a vedere il calendario, accorgendomi, con estrema sorpresa, che nel 2010 era così. Ero contento, questo aggiungeva ulteriore interesse alla cosa. Zaino in spalla e credenziale alla mano, sono partito.

È stato Mozart a decidere per me da dove cominciare. Mi spiego. I tratti iniziali del cammino di Santiago sono due e partono rispettivamente da Roncisvalle (cammino navarro) o da Somport (cammino aragonese). Entrambi si uniscono a Puente della Reina. Non sapendo se scegliere il primo, più tradizionale, o il secondo, più moderno e meno affollato, ho fatto a testa o croce con una monetina austriaca che avevo in tasca. Un euro da una parte e Mozart dall’altra.

Il 23 luglio, alle 7:30, ho iniziato il mio cammino da Somport, in cima ai Pirenei, a 1640m d’altitudine. Il punto più alto per chi inizia da qui. Mi trovavo a 860km da Santiago de Compostela, non erano pochi ma la voglia era davvero tanta. 31 tappe: le ho percorse seguendo una conchiglia e una freccia gialla che mi hanno accompagnato dal primo all’ultimo passo. Aver scelto, è proprio il caso di dire per fortuna, questo primo tratto di cammino mi ha permesso di incontrare poche persone e solo a fine tappa, negli ostelli, permettendomi così di godere di un’intimità tanto agognata. Lungo la strada nessuno, almeno per le prime tappe. Ricordo il paesaggio con le montagne che piano piano lasciavo alle mie spalle e l’interminabile strada davanti a me; i sentieri che si snodavano nel bosco: lento fluire di un percorso fatto di silenzi e tranquillità; il suono profondo del mio respiro e la cadenza dei miei passi; le lunghe discese e le salite molto faticose.

Una delle più toste è stata alla fine della terza tappa, prima di arrivare ad Arres, piccola e caratteristica località situata in cima a una montagna, a 700m, dove fortunatamente ho trovato un rifugio gestito da hospitaleros molto ospitali, che hanno organizzato una splendida cena per tutti i pellegrini presenti quella sera. Qui ha iniziato a prendere forma un piccolo gruppo di amici che è andato avanti fino a sciogliersi completamente a Burgos, per motivi di lavoro o di studio. Ana Maria e Patricia, Pedro col carrito, Gonzalo, Sonsoles con suo marito e Sven di Lipsia, che ho incontrato a Jaca, prima tappa, e con cui sono arrivato a Santiago. E poi ancora Raquel, Alberto e Veronica: un gruppo affiatato, con il quale ci ritrovavamo per passare il tempo in compagnia. Durante il giorno, capitava di fare alcuni tratti insieme e scambiare quattro chiacchiere, poi, senza dire nulla, bastava una salita o una discesa o semplicemente un piccolo cambiamento di marcia per ritrovarmi da solo. Era inevitabile: ognuno di noi aveva il proprio passo e il proprio modo di affrontare il cammino con i suoi ostacoli, qualunque essi fossero, mentali o fisici. Nel silenzio, trasportato dal mio ritmo, dai miei pensieri e dalla voglia di andare avanti, camminavo.

La prima parte dell’itinerario ha messo a dura prova il mio corpo e, nonostante mi fossi preparato andando spesso a correre, la stanchezza e i dolori fisici in alcuni momenti si sono fatti sentire. Le interminabili salite, che ho incontrato dopo aver lasciato il rifugio di Ruesta, sono state le più dure in assoluto, superate a fatica con un bollettino di guerra assai amaro per i miei piedi: 4 ampollas, vesciche che si sono formate proprio sotto i piedi, vicino alle dita; prima di arrivare a Estella, quinta tappa, lungo il tragitto una tendinite acuta aveva bloccato il mio piede sinistro causandomi non pochi dolori. Sono stati gli unici due episodi significativi, perché dopo le prime dieci tappe il mio fisico si è assestato, abituandosi ai quotidiani 28 chilometri, in media, di marcia. Merito anche di un po’ di assistenza da parte di alcuni pellegrini. Iniziavo a sentirmi pellegrino anche io.

Più andavo avanti e più mi rendevo conto che, grazie allo sforzo fisico e mentale, mi stavo liberando completamente di cose che utilizziamo tutti i giorni e che di solito, anche quando siamo in vacanza, tendiamo a portarci dietro senza mai staccare: automobile, computer, cellulare, agenda: eliminati. Sul cammino ho fatto cose semplici, vissute fino in fondo, tutti i giorni. Mi alzavo la mattina presto, facevo colazione e iniziavo a camminare. Mi concentravo istintivamente sui miei passi e su ciò che vedevo o sentivo. Finita la tappa mi sistemavo in un albergue, mangiavo e facevo un pisolino. Il resto della giornata lo passavo a scrivere, chiacchierare con i miei compagni di viaggio, cenare con loro e poi a letto, presto. L’indomani di nuovo, scarpe e zaino, indistruttibili e insostituibili compagni di viaggio, e via.

A Puente della Reina ho incontrato i pellegrini che arrivavano da Ronchisvalle. Il cammino qui iniziava a essere leggermente più affollato. Ti capitava più spesso di dire ‘Hola, buen camino‘. Mi mancavano l’intimità e il senso di raccoglimento delle prime tappe ma mi piaceva il fatto di condividere il mio percorso con più persone. Facce nuove che avrei incontrato di nuovo e conosciuto meglio più avanti. A Burgos, quindicesima tappa, un po’ di stanchezza e l’imminente distacco dei pellegrini con i quali avevo iniziato il cammino, mi hanno spinto a pensare se continuare o no, ma poi ho deciso di portare a termine un esperienza che altrimenti sarebbe stata incompleta e me ne sarei rammaricato. La città è splendida e il festeggiamento per la partenza dei miei amici l’ha resa ancora più bella.

Il cammino da qui per me ha acquisito un sapore diverso: ho affrontato un paesaggio tanto familiare (simile all’entroterra siciliano) quanto ostico e difficile: le meseta. Una signora di Milano mi aveva parlato di questo tratto come del più faticoso. Sentieri interminabili che si snodano tra campi di grano e girasoli, passando attraverso paesini sperduti che vivono solo grazie ai pellegrini. Di per sè affascinante, ma difficile per la testa. Vai avanti senza vedere l’arrivo. Vai avanti e dopo una curva inizia un altro sentiero senza fine. Vai avanti all’infinito. Ricordo una tappa di 45km, partito da Tempradillos de Templarios e arrivato dopo 8 ore e 30 minuti a Reliegos: la ventitreesima tappa. Era successa una cosa strana, mai provata prima. A un certo punto è stato come se la mia mente si astraesse dal mio corpo, ipnotizzata dal ritmo continuo e incessante dei miei passi, dal suono profondo e costante del mio respiro. Mi sentivo leggero, distante da ogni cosa e i miei piedi accompagnavano il lento scorrere del sentiero. Ricordo poche anime incrociate per qualche istante, giusto il tempo di essere superato o di superare; ognuna col suo passo procedeva solitaria. Quel giorno ho fatto l’ultimo tratto con il mio amico Sven, che alla fine della tappa mi ha maledetto per averlo convinto a camminare tutti quei chilometri. Il mattino dopo siamo arrivati a Leon, dove abbiamo salutato la partenza di altri pellegrini festeggiando. Da qui a Hospital de Orbigo e quindi alla volta di Astorga, città che merita di essere vista per le cattedrali e il museo del cioccolato.

Il territorio ora iniziava a incresparsi e si ricominciava a salire, fino a raggiungere uno dei posti più suggestivi: la Cruz de Hierro, il punto più alto del cammino tradizionale, a 1500m. Capitava di trovare piccole montagnole di sassi che i pellegrini ammonticchiavano per esprimere un desiderio o, semplicemente, per lasciare un segno del loro passaggio. Alla base della Cruz de Hierro ce n’era un’intera montagna! Desideri di anni e anni, di tante persone da tutto il mondo accumulati lì, alla base della croce. Ovviamente foto ricordo scattate in tutte le posizioni e con tutti gli amici. Sentivo l’entusiasmo crescere: mi trovavo, anzi ci trovavamo, a 230 chilometri da Santiago. Ne avevo percorsi 630, ma la cosa più bella era che sulla mia credenziale c’erano più di 30 timbri di posti dove avevo alloggiato o sostato. Mi piaceva la sera aprirla e ricordare quanto avevo camminato. La guardavo con stupore e ogni tanto io e Fritz brindavamo alla salute della strada fatta. Lui, un caparbio cinquantenne di Zurigo, tre anni prima d’estate era partito facendo il cammino svizzero, l’anno dopo quello francese e per concludere quello navarro da Ronchisvalle.

Durante le successive tappe ho condiviso momenti indimenticabili con persone con le quali sarei arrivato a Santiagode Compostela. A Sven e Fritz si sono aggiunti Attilio, Federica e Marco, Santiago e Robert, Diana e Ina, di Bucarest. Ognuno con la propria storia e con le proprie domande. Camminavamo a lungo, gli uni accanto agli altri e capitava di cantare, chiacchierare o di godere di una profonda tranquillità senza parlare. Il silenzio è difficile da condividere, ma camminando insieme si era creata una sorta di armonia cadenzata da un passo e un obiettivo comune. Penso spesso alle giornate passate insieme tra Ponferrada e Barbadello, camminando lungo sentieri che si snodavano per le colline, trovandoci spesso fianco a fianco con mucche e pastori che portavano al pascolo il gregge. Più andavamo avanti è più ognuno di noi pensava di essere quasi arrivato alla meta. Non lo dicevamo, ma si percepiva da come camminavamo: a testa alta, con gli occhi pieni di grinta e soddisfazione. L’aria era piena di attesa per l’imminente arrivo a Santiago, alla fine di ogni tappa era sempre festa e la sera si brindava. Così, anche a Foncebadon, Melide e Monte do Gozo, penultima tappa.

Domenica 22 agosto 2010, alle ore 7:30, siamo arrivati a Santiago de Compostela. Abbiamo percorso le strade della città in un rigoroso e spontaneo silenzio fino ad arrivare davanti alla cattedrale, nella piazza dove giungono tutti i pellegrini. Lì c’eravamo anche noi, contenti e commossi: un’emozione sorprendente. Mi sentivo pieno di vita. Avevo percorso 860 chilometri partendo da Somport, un mese prima. Ho incontrato persone di tutte le età e da tutto, ma proprio tutto il mondo. Il più giovane 16 anni veneziano, la più grande 74 anni francese, i più lontani dal Mexico e dal Giappone, il più vicino (a me) da Sesto San Giovanni, dove abito. Spinti da motivazioni diverse, le più disparate, alcune buffe e alcune molto serie. Ho passato tutte le città in compagnia di un flusso di gente che non si arrestava mai. Le persone camminavano a ogni ora, anche di notte, spinte da una motivazione comune che creava un legame profondo. Alcune di loro non le rivedrò mai più, altre chissà.

Ho passato momenti critici e vissuto sensazioni straordinarie. La più strabiliante si è rivelata proprio a Santiago: di colpo, mi sono reso conto che lungo il cammino, così come avevo eliminato dalla mia mente le cose di tutti i giorni, non avevo mai pensato a tante persone che ritenevo importanti e indispensabili. Evidentemente non lo erano. È stato l’ultimo, spontaneo passo del mio cammino, a conclusione di uno dei capitoli più belli della mia vita.

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Paolo è nato a Milano, dove si è laureato in Interior Design al Politecnico. Dal 2003 lavora presso la direzione tecnica del Piccolo Teatro come set designer.