A volte capita di imbattersi in libri incredibili. Libri che si leggono e parola dopo parola riescono quasi a cambiarti la vita. O anche solo a farti star bene per qualche minuto. Libri che riescono a regalarti qualcosa, fosse anche solo un lampo di serenità. Ci sono libri che hanno capacità inaudite. Quante volte abbiamo sentito o ci è capitato di dire che un libro ci ha fatto viaggiare, sognare, evadere mentre eravamo tranquillamente seduti sulla sedia in casa nostra? La cosa più straordinaria di “Atlas of  Remote Islands – Fifty islands I have not visited and never will” di Judith Schalansky è che potrete dire le stesse cose senza nemmeno leggere una parola. Potrebbe essere scritto in inglese, tedesco o finlandese che sarebbe esattamente la stessa cosa: riuscirebbe a portarvi su ognuna di queste 50 isole dopo un solo rapido sguardo alle meravigliose tavole che lo compongono. Certo avreste qualche informazione in meno, ma la capacità di farvi viaggiare sarebbe la stessa. Sfogliando le pagine bordate di ocra potreste imbattervi in Tristan da Cunha, un’isola che appartiene alla Gran Bretagna, nel bel mezzo dell’Atlantico. Un fazzoletto di terra di 104 km² con 264 abitanti, scoperta nel 1506 proprio da Tristan da Cunha, evacuata nel 1961 a causa di un forte eruzione vulcanica. Un’isola che dista 2770 km dal Capo di Buona Speranza, 3340 km da Rio de Janeiro. La vita sembra essere semplice a Tristan da Cunha, le regole sono poche ma molto chiare: tutti sono uguali e tutti condividono tutto. All’interno dell’isola ci sono tunnel segreti scavati nelle roccia e una cascata, ma solo i più buoni, i prescelti hanno accesso a queste meraviglie. I malintenzionati finiranno nelle acque inospitali dell’oceano. Continuando a sfogliare il libro, passando dall’Atlantico all’Oceano Indiano potreste finire ad Amsterdam Island, 58 km² per 25 residenti. A 4290 km dal Sud Africa,  3370 km dall’Australia. Avvistata la prima volta nel 1522 da Juan Sebastian de Elcano e battezzata nel 1633 da Anthonie van Diemen dal nome della sua nave Nieuw-Amsterdam. Nonostante il nome ques’isola è un pezzo di Francia su cui non è possibile stabilirsi a meno di non essere parte del personale della stazione meterologica insediatasi qui nel 1949. Nessuno parla inglese da queste parti e tutti si salutano ogni giorno con una stretta di mano. Esiste un registro per le nascite, i matrimoni e le morti ma le colonne perennemente vuote indicano che nessuno si è sposato o ha avuto figli finora. Nessuna donna è stata sull’isola per più di due giorni, dopotutto. Al centro dell’Oceano Pacifico si trova Pitcairn Island: 4.5 km² a disposizione di 48 abitanti. Un punto di terra a 2120 km da Tahiti e 2070 dall’Isola di Pasqua (Rapa Nui) scoperta nel 1767 da Robert Pitcairn è stata la casa degli ammutinati del Bounty nel 1790. Non esiste al mondo posto migliore per far perdere le proprie tracce, lontano dalla rotte commerciali e praticamente inesistente in gran parte delle mappe conosciute. Se non volete ripercorrere le gesta di Marlon Brando e del suo Bounty ma volete vivere il vostro momento di solitudine senza per forza dover convivere con i fantasmi dei marinai morti, potete sempre dirigere il vostro interesse verso Raoul Island, 910 km da Tonga, 980 km dalla Nuova Zelanda e sua diretta dipendenza. Tanto che ogni anno il Dipartimento per la Salvaguardia (DOC – Department of Conservation) invia lì una decina di persone a monitorare i 29.4 km² dell’isola. Le condizioni sono sono facili:  sappiate che l’ospedale più vicino è a 24 ore di viaggio, la posta è lanciata da aerei della RNZ Air Force, l’isola è di origine vulcanica e i terremoti sono all’ordine del giorno, ma se vi interessa potete inviare la vostra candidatura al PO Box 474 Warkworth, New Zealand. Noi vi abbiamo avvisati. Se non siete ancora stanchi e avete voglia di spingervi sempre più all’estremo, allora potere arrivare in Oceano Antartico, a Deception Island 98.5 km² disabitati caratterizzati da una caldera successiva a una qualche eruzione vulcanica. Avvistata probabilmente nel 1820 da Edward Bransfield e William Smith. L’isola, facente parte dell’arcipelago delle Shetland del Sud, ha un ingresso di poche centinaia di metri alla caldera, ingresso scoperto da Nathaniel Palmer qualche mese dopo il primo avvistamento. Una volta riusciti a passare questa strettoia letale, ci si ritrova nel porto più sicuro e accogliente  del mondo. Il paradiso delle balene e dei pinguini se non fosse per i cacciatori norvegesi che passano qui gran parte della stagione estiva da novembre a febbraio. Chissà che prima o poi la flotta di Sea Sheperd Conservation Society non riesca ad arrivare fin qui.

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Atlas of Remote Islands
Judith Schalansky
Penguin Books
amazon.it | ibs.it

Le foto di questo articolo sono realizzate con un anello adattatore e un obiettivo 50mm ribaltato e le ha fatte christian

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  • Anonimo

    @byronic:disqus il libro della
    Schalansky è una specie di capolavoro editoriale: a partire dalla grafica di copertina, dal bordo giallo delle pagine, le illustrazioni, il font usato. ovviamente anche il contenuto, l’idea. uno di quei libri che andrebbero davvero comprati. “Infinite City” non lo conoscevo, ma dando un rapido sguardo su internet sembra interessante; la Solnit l’avevo sentita nominare qualche anno fa al Festivaletteratura di Mantova, ora mi incuriosisce ancora di più. grazie per la segnalazione.

  • Grazie Christian, questo gran bel post mi ha ricordato che avevo letto di questo libro sul Guardian poco prima di Natale. Una cosa che mi aveva fatto grande impressione era la provenienza dell’autrice, che è nata nell’ex Germania Est, e che parlava del suo desiderio di viaggiare da bambina. Siccome era proibito dal governo socialista viaggiare al di fuori dell’URSS, lei consultava continuamente atlanti e mappamondi per viaggiare con la fantasia.

    Se non ricordo male, nella stessa recensione parlavano anche di “Infinite City: A San Francisco Atlas”, che non ho ancora avuto modo di vedere dal vivo ma sembrava interessante. Lo conosci?