“Solo lo sciocco insegue il leopardo a mani nude”

[proverbio Sudafricano]

Atterriamo a Johannesburg con 12 ore di ritardo ma, soprattutto, atterriamo alle 19.00: è buio pesto. Tutto quello che abbiamo letto ci ha messo una grande ansia e i racconti degli amici e degli “amici degli amici” che hanno visitato di recente il Paese arcobaleno sono tra il tragico e il terrificante. È la prima volta che, partendo, ci chiediamo se sia stata una scelta saggia affrontare il Sud Africa con le nostre amate e inseparabili biciclette. In aeroporto ci dirigiamo allo sportello del noleggio auto: il piano è prendere una macchina, prenotata via internet, spendere la prima settimana nel Kruger Park e quindi proseguire in bici. Ma la carta di credito che Gaia ha fatto prima di partire non è un credit card bensì solo sua sorella minore, una debit card che non ci fa avere accesso alla macchina. L’agenzia è irremovibile e non si fa impietosire. Scatta il Piano B. Telefoniamo a un paio di ostelli in città perché ci vengano a prendere in aeroporto, ottenendo in risposta un: “A quest’ora non usciamo più” che ci gela il sangue, mentre nella mente si proietta un viaggio fatto di inseguimenti, fughe e ogni genere di violenza. All’ultimo tentativo, un ostello a pochi chilometri di distanza ci risponde che viene a prendere noi e le nostre bici imballate: l’attesa è lunga e le bici penzoleranno penosamente dal bagagliaio dell’auto; la stanza dell’ostello è gelida e piena di spifferi, ma funzionale. Soprattutto, siamo al sicuro. Decidiamo di non demordere dalla nostra idea primigenia e spieghiamo al gestore il problema della carta di credito per farci mettere in contatto con un autista, diciamo, ufficioso; contrattiamo e alla fine riusciamo a farci “prestare” la macchina del figlio, una Mazda del ’65, pagando poco più di quanto avevamo concordato col noleggio ufficiale. Unica garanzia richiestaci dall’uomo, un nero dall’inglese perfetto, è il pagamento anticipato, la fotocopia dei nostri passaporti e un foglietto scritto di nostro pugno nel quale dichiariamo di restituire la macchina dopo 6 giorni a Nelspruit e la cifra corrispostagli. La macchina, la verrà a riprendere il figlio in loco. Dopo sei giorni nell’Eden, letteralmente, del Kruger Park, riprendiamo la bici in tempo perché… Alessandro venga investito! Fortunatamente, se così si può dire, riesce a rimanere in sella e viene solo colpito al braccio da un furgoncino che, incurante, prosegue verso chissà dove, nonostante le urla e gli insulti; non ci resta che medicare la ferita non troppo profonda nel locale giardino botanico dove hanno tutto l’occorente. Commentano anche che qui le persone che procurano incidenti, se riescono, non si fermano perché hanno paura delle possibili reazioni. Ci dicono anche che il Sud Africa è il Paese al mondo con più morti sulle strade: gli automezzi vanno veloci e le persone camminano sulla carreggiata (anche in autostrada, lo constatiamo presto), questa la banale spiegazione di causa-effetto. Per tre giorni il braccio è immobilizzato, ma non ci sono danni gravi apparenti. Il poco tempo a disposizione ci costringe però a trasferirci nuovamente con un mezzo motorizzato per farci lasciare lungo la costa sud-est presso lo splendido ostello di Hluhluwe, da dove visitiamo con un safari il parco nazionale Hluhluwe-Umfolozi, famoso soprattutto per i suoi rinoceronti. In un’assolata giornata di mezz’inverno (è l’agosto dell’emisfero australe) ci troviamo in compagnia di due soli altri turisti tedeschi che hanno prenotato il giorno prima (quando diluviava) sfidando il tempo; sebbene non avvistiamo nessun leone, il safari, così come il luogo, è memorabile. Gaia chiede al ranger che ci accompagna se sia mai successo qualcosa di pericoloso durante una delle sue uscite, ma ottiene una laconica risposta molto british: “Non in questo parco”. Solo verso il tramonto, dopo che la proboscide di una apprensiva mamma elefante ha ispezionato le nostre facce arrivandoci a 15 cm di distanza, il ranger ci racconta che, in passato, si è occupato di trasferire leoni dai parchi “non conformi” a quelli autorizzati e che perciò gli è capitato di avere incontri un po’ troppo ravvicinati con i Big cats mentre era appiedato. Il quarto giorno, finalmente, saliamo in bicicletta per spostarci a Sodowana Bay a più di 120 km da lì, un luogo meraviglioso tra dune di sabbia e un mare ricchissimo di vita, meta dei sub di tutto il mondo. Lungo la strada, i tipici villaggi di capanne circolari circondate da un basso steccato che crea il nucleo, senza energia elettrica e acqua corrente. Giovani dai volti fieri fanno la fila al pozzo dell’acqua salutandoci, mentre i bambini, sul ciglio della strada, rotolano verso casa le taniche piene d’acqua, troppo pesanti da trasportare altrimenti;  SUV enormi, che trainano motoscafi di varie dimensioni, transitano a folle velocità. Il braccio di Alessandro duole ad ogni sorpasso troppo ravvicinato di questi “rinoceronti” meccanici. Prima di arrivare alla meta, ci fermiamo per ammirare delle giraffe che svettano tra alcune acacie e per fare qualche acquisto nel supermercatino dal nome poco tranquillizzante di “The boxer”: Gaia è l’unica bianca e, fuori ad aspettare, l’unico bianco è Alessandro. Gli altri “bianchi” sono nei SUV e, per fare compere, usano solo gli iperprotetti centri commerciali per ricchi delle città. Gli ultimi km che portano all’ostello noi dobbiamo spingere, essendo la strada ormai solo una pista di sabbia. Il nostro viaggio a pedali prosegue verso sud, raggiungendo St. Lucia, famosa perché un giorno si è presentato all’ufficio postale un cliente piuttosto originale: un ippopotamo! Pare che la notte, da queste parti, questi mammiferi siano soliti brucare nei giardini delle ville e anche in quello del nostro ostello dove campeggia il cartello: “Attenzione agli ippopotami” che ci pare lì per lì esagerato. Vediamo però subito gruppi di maguste nane: ti scrutano, alzandosi sulle zampe posteriori e, pigiate l’una all’altra, sono così tante che fanno una certa paura anche loro. La vera delizia, per noi, sono però le megattere che passano in questo tratto di mare a frotte con i loro salti sulla schiena e gli alti spruzzi; siamo nella stagione giusta e ne approfittiamo per godercele. Vorremmo proseguire per Cape Vidal, ma non ci fanno passare con le nostre biciclette perché si attraversa un parco con la “classica” fauna africana: elefanti, leoni, rinoceronti & co. Ci dicono anche che, se dovessimo inavvertitamente passare tra l’acqua e gli ippopotami, non avremmo scampo; attaccano chiunque si frapponga tra loro e l’acqua, elemento naturale di questi mammiferi. Torniamo in città e, recidivi, riproviamo a rivolgerci al noleggio-auto locale. Nell’ufficio, c’è anche un distinto signore nero che si rivolge a noi in zulu; Alessandro il secchione, che come sempre si è imparato un po’ di frasi in lingua locale, risponde al saluto suscitando stupore, ammirazione e grasse risate per il fatto che stiamo viaggiando in bici. Come prevedibile, la nostra richiesta di affittare la macchina per un giorno con la debit card è rifiutata dall’impiegata, ma il signore zulu, a cui oltre alla simpatia strappiamo evidentemente la fiducia, interviene lasciando a garanzia la sua carta di credito! Il nostro stupore è inferiore solo a quello dell’impiegata. Ringraziamo in tutte le lingue che conosciamo e forniamo ogni altra garanzia. Anche questo parco, dove non vediamo nessun altro turista, ci regala incontri ravvicinati indimenticabili. Di nuovo in sella, lasciamo la costa per una deviazione tra le colline di Eshowe, dormendo in un fantastico bungalow attaccato ad una foresta ricca di avifauna: hornbill, Guinea fowl e piccoli uccellini multicolore sono l’attrazione principale; una passerella si eleva tra le cime degli alberi e  permette la visione della vallata e l’avvicinamento agli uccelli. È un paradiso per ornitologi e birdwatchers. La discesa per tornare lungo costa è resa rischiosa dalle numerose canne da zucchero che i tir stracarichi perdono lungo la strada. Dopo uno sterrato sassoso e terribile, arriviamo comunque incolumi in un campeggio vicino ad Amatikulu: le safari-tent sono montate su delle piattaforme tra la foresta, affacciate sul mare e, la nostra, anche sul fiume. È meraviglioso e ci siamo solo noi! Un sentiero porta al fiume dove con un kayak del campeggio si raggiunge via fiume la lunghissima lingua di sabbia che si protende nell’oceano: Alessandro pagaia, Gaia se la gode commentando le bellezze naturali. Il tramonto è di quelli che fanno emozionare, da pelle d’oca; le uniche a farci compagnia a cena sono delle scimmie che si rincorrono tra i rami e delle genette che circospette si aggirano per il campo. In lontananza dei fuochi indicano altri umani e villaggi senza corrente. Ripercorriamo i pochi km di pista e, su asfalto, pedaliamo fino a Durban, la prima grande città sud africana in cui ci immergiamo. Un tentativo di furto sventato, panini giganteschi con dentro specialità al curry (i famosi bunnie chow), tanta vitalità, mercatini e le strade irte stile S. Francisco, sono i ricordi più vivi. Qualche sobborgo in cui transitiamo con le bici fa spavento, ma non è molto differente da quelli di Milano o di molte altre città europee. Il vero incubo è uscire da Durban, oltre alle salite è il traffico a fare davvero paura e, in alcuni tratti, non c’è altro che l’autostrada tanto simile alle nostre: il braccio di Alessandro segnala allarme rosso per molto tempo. A 15 km dalla meta individuata per la giornata, Pietermaritzburg, veniamo fermati da un poliziotto; ci chiede perché diavolo pedaliamo in autostrada, ci dice che non possiamo starci e che dobbiamo uscire e seguire la strada R103 che corre più o meno parallela; il poliziotto è inflessibile, ma gentile. Prendiamo la prima uscita “scortati” e scopriamo che la strada alternativa è asfaltata e molto più “umana”, cioè a misura di bicicletta. Pochi km dopo, però, l’ennesima foratura ci costringe a fermarci. Fa freddo e inizia ad essere pomeriggio inoltrato. Un SUV con carrello-rimorchio vuoto ci supera, poi inverte la marcia e torna indietro; un signore di origine europea scende: è il nostro angelo custode! Vedendoci sfatti e con la ruota a terra si offre di accompagnarci in città; il nostro istinto più della stanchezza ci dice di fidarci e accettiamo. Ci racconta di aver visto la polizia che ci fermava, ci chiede se siamo stati trattati bene, dice che si era preoccupato e che perciò ci ha “pedinato”, pensava fossimo olandesi per via delle bici, e poi ci invita a casa sua, telefonando alla moglie per avvertirla; noi tergiversiamo, tentiamo di rifiutare, ma poi accettiamo un caffè. La casa è una villa sulla collina che domina la città, in giardino le scimmie si rincorrono sotto lo sguardo vigile del cane. L’ospitalità dei coniugi e dei due figlioletti ci mette a nostro agio e, quando la moglie ci mostra la “nostra” stanza (o meglio l’ala di casa) abbiamo già accettato. In cambio, ci offriamo di fare la spesa e di cucinare per loro una italianissima “carbonara” e della verdura, tutto molto apprezzato anche dai bambini che chiedono il bis. L’intimità ci permette di chiedere liberamente dei cambiamenti del nuovo Sud Africa, dell’Apartheid, del rapporto “speciale” tra le donne nere “a servizio” e i bambini bianchi. Comprendiamo che molto resta da fare rispetto ad una reale integrazione, ma che tanto e in poco tempo è stato fatto. Diffidenze, resistenze, pregiudizi e paure sono ancora presenti ma, ci sembra, ci sia anche una nuova consapevolezza e una potente energia innovativa. Con un forte abbraccio lasciamo la famiglia Pieterse e proseguiamo il nostro viaggio in salita tra le spettacolari montagne del Drakensberg per poi tornare a Johannesburg dove il volo di rientro ci attende.

Gaia e Alessandro

Per la foto di copertina si ringrazia zoutedrop. Per le altre foto di questo articolo ringraziamo Teymur Madjderey, Helder Caixinha, Europeo, Jean & Nathalie, Patrick Ilg, Andrew Cook, Travis Miller rilasciate tutte sotto licenza Creative Commons.