La gita è quello che più resta di ogni esperienza scolastica. Anche a distanza. Anche tra i ricordi divorati dall’essere maturati. Forse sono solo palle. Non lo so. Tra notti insonni, cose viste perché lo si deve fare e cose che invece non si dovrebbero fare, tutto ha un tempo calcolato e imprevisto insieme. Questo lo sappiamo: anche i Professori sono stati giovani una volta! La gita è un modo di viaggiare che scopre il trucco delle relazioni provate nell’aula applicandole a spazi aperti, in realtà una città vale l’altra, che vede le dinamiche didattiche trasformarsi per cinque giorni in varietà di atteggiamenti che confermano idee e svelano nuovi lati, in maniera reciproca. Solo che in gita non ci sono interrogazioni. E non ci sono le campanelle. Tutte cose che al  Profe piacciono.

Primo giorno

Ore 6.30 partenza da Bergamo in pullman. 1.100 e passa km in pullman. Fare la conta. Si parte il primo giorno di primavera. Profe quanto manca? Profe mettiamo un dvd? Consegnare le cartine e ricordarsi di chiamarle mappe, che le altre le hanno già, che poi anche se si perdono magari ritrovano tutto insieme. Profe ci fermiamo che devo fare pipì? Dopo ore di film indecenti, improbabili lezioni al microfono, tra Albrecht Dürer e Processo ai vinti, arriviamo a Norimberga. Come diverse città tedesche è una controfigura postbellica, ricostruita dalla cima del castello alle casette dalla tipica struttura in legno. Profe sembra di essere a Gardaland! Infinite lepri d’acquarello, saltellano tra vetrine di negozi polverosi e cattedrali gotiche chiuse. Cena fuori in ristorante tipico, che uno si aspetta birra, Nürnberger Rostbratwurst e pan di zenzero. Solo che sanno che arriviamo dall’Italia. Si corre a prendere i posti, e finisce sempre che qualcuno deve sedersi al tavolo con i Profe, e che deve subirsi le loro battute e i loro sfoghi del giorno, provando un linguaggio formale. Acqua, cotoletta milanese e gelato insapore. Profe che buona la cena!

Secondo giorno

A colazione le salsicce ci sono. Si riparte, continua la sfilata di alberi dopo alberi, alberi dopo pale eoliche e uscite dall’autostrada. Nella periferia il verde si fa cemento, e nodi di tubi rosa e blu sopraelevati per il drenaggio dell’acqua portano dritti fino al centro di Berlino. Che poi, come idea di centro non esiste. Berlino contiene tante Berlino. Berlino è come una matrioska russa venduta alle bancarelle agli angoli delle strade, tra spillette militari, maschere antigas e colbacchi per l’inverno. Forse si vende la memoria perché si è ricordato abbastanza. Per fare spazio ad altro. Primo approccio alla città. I monumenti famosi, da cartolina, da fotografare, Profe ma lei a cosa fa le foto? la Porta di Brandeburgo e la cupola del Reichstag, dove non si può più salire, perché poi il cielo non sarebbe più sopra. La vetrina occidentale del Kulturforum. Il tendone della Filarmonica e la sua gialla solitudine da circo, il modernismo ortogonale di Mies van der Rohe e la sua scatola trasparente dove il vuoto diventa silenzio, la Gemäldegalerie stipata di quadri ai lati e vuota nel mezzo che ci accompagna fino al tramonto. Le luci del primo verde del Tiergarten che si abbassano e il pullman che ci aspetta sulla Straße des 17. Juni. Italiani e spagnoli sono le scolaresche più temute da ogni albergatore. La periferia di Berlino Est ha però strutture e forme urbanistiche pronte a contenerli: 3 palazzi di 14 piani di camere identiche, con frigobar svuotato, pareti grigie e rosse con freddi quadri che provano ad essere moderni, distributori automatici sui corridoi e cibo industriale che ci da il benvenuto. Finita la cena per molti inizia la vera gita. Un tipo di viaggio dove preferisco non dare informazioni.

Terzo giorno

Profe dormito bene? sì. Profe cosa facciamo oggi? visita della città. Le cose più ruvide alla mattina. Che qui è sempre Good Morning Lenin, altro che Good Bye! Vero che non si gira più in Trabant, ma Alexander Platz è lo stesso cantiere perpetuo e cosmopolita che prova ad uscire dal sottosuolo della Berlino di  Döblin. Tutto qui a est è fuori scala. Le prospettive dei viali, gli hotel, la Casa dell’insegnante, il cinema, la redazione del giornale del partito, i fiori nelle verande chiuse delle case popolari. La torre della televisione, alta un metro per ogni giorno dell’anno e visibile da ovunque, che riflette il suo “+”. Religiosa presa in giro del fato dell’occidente, o segno di superiorità del Socialismo reale. East Side Gallery. Percorso lungo il muro, vent’anni dopo il suo non esserci più, muro che non è quello di scuola, con le cartine geografiche sopra, dove i confini sono ben tracciati, e la Germania è una e le russie tante. Profe ma chi sono quei due gay che si baciano? Le cose più lisce al pomeriggio. L’Isola dei musei come detenzione artistica, dove ci arriviamo come si arriva sull’Isola dei morti di Böcklin, e sotto lo sguardo smarrito del Monaco in riva al mare. Tempo di un bretzel preso sui gradini d’ingesso, Profe ma hanno costruito prima l’altare o il museo? che si passa al Pergamonmuseum e poi avanti, che il programma del quinto anno richiede un po’ di Neoclassicismo e un po’ di Romanticismo, e magari anche un birra! Solo che sull’isola non si può, e anche trovare una bottiglia vuota per mandare un messaggio è impresa ardua. File di mendicanti girano con le loro borse di plastica a svuotare i cestini, pronti a trasformarle in centesimi, o forse addetti alla posta via acqua della Sprea. Potsdamer Platz la notte. Il fantasma acido di Kirchner, luci al neon e ombre bianche. Si corre nei locali aperti, e finisce che qualcuno vuole andare ancora a bere birra con i Profe, e che vuole raccontare quello fatto la notte prima, tra una barzelletta sporca e l’altra.

Quarto giorno

Est-ovest. Est-ovest. Da dove veniamo, noi conosciamo solo la differenza tra alto e basso, de hura e de hota, e se proprio tra nord e sud. I concetti di est e ovest sono troppo metaforici. Profe perché c’è la foto di quel soldato? Schegge di storia sparse sul corpo sempre vivo della città, un ultimo controllo, tra topografie del  terrore, Checkpoint Charlie, il Ponte aereo e le testimonianze dalla fine dei blocchi. Provare a risolvere la digestione del passato. Il Viale dei tigli avanti e indietro, ormai con la memoria piena di stanchezza, altri musei, altri monumenti. Profe ha visto che belli gli omini del semaforo? Kreuzberg e il Judischen Museum. Daniel Libeskind è il primo della classe al quale, non per scusa, il cane nazista ha mangiato i compiti, ma lui li consegna lo stesso, così come sono, come memoria. Peter Eisenman è il compagno che copia i compiti dal primo della classe. Tutti gli altri sono alla fermata dello Zoo. Profe dove è l’Hard Rock? Mitte e le vie dietro la Nuova Sinagoga. Il perimetro di sassi in lutto, cortili dentro cortili, case che restano case trasparenti nei nomi dei vecchi proprietari. Profe cosa sono quelle targhette in oro dentro la strada? Uno si perde, e in cento ci fermiamo ad aspettarlo. Prima che arrivi buio per l’ultima volta a Berlino.

Quinto giorno

Dopo l’ultima notte. Mattoni di valigie e tutti che restano in pigiama. Il sole non si è ancora deciso e ci si riaddormenta prima di arrivare a Potsdam. L’ocra di Sanssouci non si è ancora accesa e le statue del giardino sono in cabina a mettersi il costume. Meglio ripartire. Gli stessi 1.100 e passa km in pullman. Non possiamo superare gli 80km all’ora per l’intera Germania, poi praticamente non ci si ferma mai. La strada si riavvolge più leggera. Fine della gita. Profe ci vediamo lunedì a scuola.

Daniele Pilenga, da tre anni docente accompagnatore in gita, vive e lavora tra Caravaggio e Bergamo, provando a spiegare dipingere fotografare l’importanza delle immagini nella memoria e a come trasformarle in tracce di senso. Altro qui.