Brandon Stanton non si nasconde. È uno di quei fotografi che preferiscono esporsi invece di catturare le vite altrui dietro la fermata di un autobus o un cartellone pubblicitario. Non è cominciata così, Brandon ha iniziato a fare foto senza chiedere permesso ma poi, dopo litigi e discussioni, ha iniziato a chiedere ‘posso’. Cosa voleva dalle persone che fotografava? Voleva che facessero parte del suo censimento fotografico di New York. Un’impresa praticamente impossibile, considerato che la Grande Mela conta più di 8 milioni di abitanti, ma la cosa non sembra preoccuparlo. Il suo obiettivo è “raccogliere 10mila ritratti e organizzarli su una mappa interattiva della città”, così che ogni strada abbia un volto, o più di uno. Sul suo sito internet, Brandon mostra tutte le foto che ha scattato da ottobre 2010: nessuna didascalia, nessun nome, solo ‘umani’, come li chiama, e osservare quelle icone una dopo l’altra è un’esperienza affascinante. Alcuni dei suoi esseri umani sono eccentrici come uno qualsiasi dei personaggi di Sex and the City, ma la maggioranza sono persone comuni.

Cosa definisce una città? Il suo paesaggio, il suo ambiente culturale, le sue persone? L’immagine di New York che abbiamo noi non-newyorkesi è formata dai film, dalle foto, dalle serie tv e da tutti quei luoghi a cui siamo stati esposti durante le nostre vite lontani dalla città, più che dalla ‘vera’ New York. Humans of New York – questo è il nome del progetto fotografico di Brandon – potrebbe riuscire nell’intento di ritrarre in modo più fedele la vera natura di New York? Se sul dizionario cerchiamo la definizione di censimento scopriamo che significa: “Operazione mediante la quale si effettua la rilevazione sistematica e simultanea di un determinato fatto collettivo in un determinato momento“. Pur non rientrando in questa definizione, il progetto di Brandon prova a creare una narrazione collettiva di una città che, più di ogni altra, vive e prospera grazie alla sua rappresentazione stereotipata.

Ma, da ciò che racconta in un’intervista all’Examiner, Brandon opera una selezione dei suoi soggetti: non sceglie gli uomini in giacca e cravatta («I stop less people in a business area for this reason, and I’ve noticed those people all dress alike and are in more of a hurry. So I don’t really hang around business centers much.») e preferisce camminare tra le strade di Brooklyn («I watched the show Human Planet on BBC and with every single part of the world they showed I have already seen that type of person in Bed-Stuy, Brooklyn.»), infine sceglie le persone più interessanti tra quelle che lo circondano : «What I’m normally looking for is a person or a face that seems kind of unique to the neighborhood».

Scott Schuman ha un approccio simile, ma un obiettivo decisamente diverso: sul suo photoblog The Sartorialist ritrae le persone più alla moda che incontra. Il suo criterio è lo stile, la sua selezione è spietata. Detto questo, le pagine del suo blog sono un effettivo censimento delle persone con più stile di New York, la città dove ha iniziato a scattare foto prima di portare la sua macchina fotografica nelle altre Capitali della Moda mondiali. Su un versante più democratico, Flickr.com offre la possibilità di sperimentare realmente una città, un paese o un quartiere senza filtri. Cercare una destinazione specifica dà la possibilità a ogni utente di sfogliare fotografie di quella destinazione scattate da centinaia di punti di vista diversi. Ciò che manca, in questo caso, è il focus sulla geografia umana, invece della semplice geografia.

L’esperiemento più curioso in termini di mappatura di una città è probabilmente quello messo in scena dall’artista JR che, nel 2008, ha coperto i muri della favela Morro da Providência di Rio de Janeiro con gigantografie di ritratti scattati alle donne e ai bambini della favela. Il progetto si chiamava Las mujeres son héroes e il suo obiettivo er “Far si che fossero i ritratti degli abitanti delle favelas a guardarci. Al posto di essere noi gli osservatori della favela, sono la favela e i suoi abitanti a osservare noi”: un ‘censimento fotografico al contrario’ che ha, come pubblico di riferimento, le persone che ritrae e che vivono nella favela, invece di un osservatore distante e distaccato.

Questi sono tutti tentativi di dare a una città, si tratti di New York o Rio de Janeiro, un volto. Di rendere rilevante la presenza di milioni di persone che, altrimenti, sarebbero anonime e perse in mezzo alle strade di insediamenti urbani che sono diventati, nei secoli, spazi dove ci si sente spesso insignificanti.

Il bisogno di riaffermare l’importanza delle persone sugli spazi urbani trova conferma nella decisione di Brandon Stanton di pubblicare, oltre alle foto, anche le storie raccolte dall’ascolto dei protagonisti dei suoi ritratti. Questo compito è diventato tanto importante quanto il fare foto. E ascoltare e registrare quelle storie è diventato ancora più importante quando le singole storie hanno iniziato a fare parte di una vera narrazione collettiva, composta dagli oltre 20 articoli pubblicati sul sito di Brandon. Come Alessandro Portelli, americanista ed esperto di storia orale, spiega nel suo libro Storie Orali: «Nella storia orale, raccontare una storia non è mai un processo univoco, è sempre finalizzato alla produzione di un nuovo testo: una registrazione audio, un video e, soprattutto, un testo scritto, un libro».

Guardando ancora una volta i volti degli esseri umani di New York che Brandon ha fotografato negli ultimi 2 anni, sembra che il suo progetto fotografico rientri più nella categoria di Portelli che nel progetto di censimento fotografico iniziale. Ma questa non è necessariamente una cosa negativa: partendo dal presupposto che mappare tutti gli abitanti di New York è un’impresa sicuramente impossibile e probabilmente illegale, avvicinare le persone, chieder loro di condividere la loro storia e scattare loro una foto acquisisce un significato altrettanto profondo, specialmente se si considera che raccogliere storie è un processo bidirezionale, che coinvolge non solo chi racconta, ma anche chi ascolta. La somma delle storie raccolte e non il fatto che ogni singola storia venga raccontata è, alla fine, ciò che rende possibile dare a una città la sua peculiare identità. Un’identità frammentata e in continuo cambiamento, certo, ma per questo ancora più vicina all’identità dei suoi abitanti.

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Tutte le foto dell’articolo (esclusa quella relativa al progetto fotografico di JR) sono di Brandon Stanton.