Sotto i pini marittimi che ci circondano, il cielo non si vede. Non si intravedono le stelle e non c’è luna. Il buio è assoluto, ora che tutti hanno spento le torce. E io ho paura del buio. L’ho sempre avuta, fin da bambina, quando a letto mi tranquillizzavo chiudendo gli occhi e pensando alle vacanze future che avrei fatto con mia cugina al mare, in riviera adriatica. La paura del buio non passa mai: da adulto impari a controllarla, ma ritorna ogni volta che l’oscurità non è familiare, ma sconosciuta.

Stanotte dormiamo nella pineta di Marina di Castagneto Carducci con 20 bambini, 5 educatori, una tela di cerata da stendere a terra e i sacchi a pelo. Io non sono una dei 5 educatori, ho accettato l’invito di una mia amica che lavora in un campeggio per bambini. L’ho fatto per risparmiare soldi, per passare lontana dai genitori del mio fidanzato la nostra prima vacanza assieme, per provare qualcosa di nuovo, perché non sono mai stata in Toscana al mare. Perché i bambini mi sono sempre piaciuti.

I bambini, quei bambini, hanno trascorso gran parte della settimana tuffandosi sui due materassoni di plastica che sono piazzati al centro del campeggio, tirandosi cibo a pranzo e a cena, urlando per non fare la doccia, picchiandosi e correndo fino allo sfinimento. Ci hanno accettati non come adulti, né come educatori, ma come elementi estranei da mantenere a una certa distanza, finché da sospetti gli siamo diventati indifferenti.

E ora, a due giorni dalla fine del turno, vengono premiati con una gita alla pineta di Castagneto Carducci. Una notte fuori dal campeggio: falò in spiaggia, racconti di paura e, una volta calato il sole, niente torce. Gli educatori ci spiegano che dormire al buio è una prova di coraggio non indifferente per i bambini. Noi annuiamo, capiamo perfettamente, siamo stati bambini anche noi una volta.

Nel pomeriggio, mentre facciamo castelli di sabbia che i bambini distruggono sistematicamente, penso al buio della pineta e mi convinco che sono abbastanza cresciuta per non aver paura. Mangiamo attorno al fuoco, i bambini corrono in tondo ancora un po’, gli educatori stendono la tela cerata e ognuno sistema il suo sacco a pelo. Io sto in mezzo al mio ragazzo e a sua sorella, ci facciamo spazio procedendo a tentoni, toccando la terra, i sacchi a pelo, le persone attorno a noi, le teste ricciolute, le facce appiccicaticce. E poi, dopo una mezz’ora di risatine nervose, scherzi e lamenti, cala il silenzio dei bambini: quel silenzio assoluto che gli piomba addosso d’improvviso dopo una giornata lunga e intensa.
Nessuno ha pianto, nessuno ha chiesto una mano da tenere stretta e adesso stanno dormendo nel buio della pineta. Anche il mio ragazzo dorme, mi vergognavo a chiedergli di tenermi la mano, ma ora che sento solo il suo respiro, assieme a quello di tutti gli altri, me ne pento. Una mano ti fa compagnia mentre attraversi il buio della notte, ti porta dentro le ore più lunghe ricordandoti chiaramente che non sei solo.

Le mie mani sono stese lungo il mio corpo, appoggiate sulla cerata, senza appigli per attraversare la notte che ho davanti. Giuro che non parteciperò mai più a un campeggio del genere, che non mi presterò a prove di resistenza che non so affrontare, che la prossima volta chiederò la mano al mio ragazzo. Dai giuramenti passo alle confessioni: ho 22 anni e ho paura del buio, e allora? Dalle confessioni alle richieste: e se svegliassi qualcuno per tenermi compagnia? Dalle richieste al silenzio di una pineta riempita solo dal rumore sottilissimo del vento. Mi sento ancora troppo piccola.

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Sofia