Le idee migliori arrivano sempre nei momenti e nei luoghi meno adatti. Per cui , quando P., in mezzo a un concerto di elettronica, mi ha detto “sabato compriamo una bici” sono rimasta talmente stupita che l’entusiasmo mi è rimasto bloccato tutto in gola e ho saputo solo dire “ah, ok”, andando avanti a bere la mia birra. Come fosse normale che una, a 28 anni, comprasse la sua prima bicicletta.“No, non so andare in bici, no, nessuno mi ha mai insegnato” sono le frasi usate per giustificarmi negli anni. Perché di un’anomalia nel sistema infanzia ci si deve scusare, non rientra nella casistica non avere fatto il trittico rotelle-sbucciature-mercurocromo, e prima o poi tutti esigeranno spiegazione. “E se fossi stata un’orfanella?”, avrei sempre voluto rispondere. E invece no, niente alla Dickens da poter raccontare, solo fobie paterne e psicosi genitoriali.

Al consueto “uuh” di sdegno – con mano davanti alla bocca e un passo indietro per accentuarlo – di solito seguiva il commento non richiesto per eccellenza “ah, non imparerai mai alla tua età”. Ho sempre continuato a bere la mia birra (c’è sempre una birra di mezzo in tutte le migliori storie) alzando le spalle in segno di un-giorno-vedrai.

Così non nutrivo molte aspettative sul fare davvero la mia prima uscita in bicicletta in questo giugno 2011, e ho mandato avanti veloce il pensiero come si fa con le tracce degli album che non ci piacciono. Fino a che non è arrivato il giorno. Io, P., e una catena di articoli sportivi, avversa come neanche i libri di matematica sanno essere. Non appena salita sulla bici per vedere se fosse “quella giusta” ho fatto la fila di mountain bike esposte. Un inizio promettente, per un’ottimista come Lucy van Pelt.Dopo 28 anni senza una bicicletta, ho scoperto che si può pedalare più veloci delle proprie stesse aspettative. Dopo una prima lezione inframezzata da urla di terrore e sellini tenuti stretti, in mezzo al Parco Sempione verde e marrone, e alla calma di un sabato milanese estivo. Dopo una discesa in solitaria nel parcheggio di casa, affiancata da bambini di 4 anni che sgambettavano felici con i loro caschetti e da volanti della polizia che mi deridevano. Dopo aver collezionato 29 lividi, qualche sbucciatura, un contatto ravvicinato con un roseto, e molte occhiate pietose.

Così, quando due sere dopo, tra zanzare tigre e asfalto colloso, P. è arrivato pensando di darmi una seconda lezione, ero in grado di percorrere il circuito intorno a casa con la faccia più felice che mi ricordassi di avere mai avuto, quella delle grandi occasioni, del “big time!”, come dice lui. Riuscivo a stare in equilibrio sulla linea tratteggiata della strada, e gli occhi mi bruciavano, non solo per la fantastica sensazione dell’ “avere il vento in faccia”.Nelle storie che si rispettino c’è sempre la birra, ma anche un finale crudele come solo l’estate milanese può avere. La mia prima bicicletta è stata rubata a neanche 10 giorni dall’acquisto. Ho pianto e mi sono disperata come una bambina di 28 anni. P. se l’è risa. E ha detto solo “ora sei una ciclista a tutti gli effetti. Sabato ne andiamo a comprare un’altra?”

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Elisabetta L.