La provincia di Ravenna. Il corso dell’acqua che segue la strada, oppure il contrario. I tubi e i camini delle fabbriche che non ho mai visto in nessun mosaico. Un paesaggio strozzato dalla ruggine e dalle reti per la pesca, tenuto insieme da secchi aghi di pino. Piadina crudo e squacquerone sotto i portici e la distesa della pineta di fronte a noi, che morsichiamo senza parlare, concentrati a cercare delle risposte in quei tronchi alti, storti e bruciati. Appena apre il negozio, dobbiamo comprare un cavatappi da tenere sul comodino. Un piatto barcone, insicuro nel percorrere sempre lo stesso tragitto, ci sbatte nella pancia della vita. La Taverna Bukowski, le urla di Majakovskij, i versi di Vinicio e il vino di Angelo Musso. La faccia di un’amica, vista nella faccia di una sconosciuta, nel suo taglio di capelli e nella sua espressione ubriaca. Un filo d’aria spegne le torce accese quando si capisce di essere arrivato troppo tardi.

Ritornati dall’altra parte del corso dell’acqua, abbiamo infilato la porta aperta di un bar, preso delle bottiglie da un frigorifero, pagato, usciti. Ti dovevo dei soldi da prima: pago questa e siamo apposto. Scendiamo i tre gradini della struttura rialzata per livellare la pendenza tra il bar e la strada; come fanno da sempre i marinai dalla barba bianca, nei loro stivali di plastica verde. Prendiamo la prima via alla nostra sinistra, dritti lungo il molo San Filippo. Torniamo a camminare, come noi altre persone, come noi troppe altre persone. Mentre dietro le finestre spente, legate nelle loro lenzuola sudate, ancora per pochi minuti persone che vivono il mare come una situazione standard, che si sono abituate ai suoi odori, ai suoi rumori. Le luci che avevamo rincorso ora ci guardano dal lato opposto della balaustra scrostata dall’acqua salata, inchiodata nel cemento, di spalle al molo Dalmazia. Dalle maniche corte della tua maglietta viola spuntavano le tue braccia pallide, morse da un filo di pelle d’oca. Il ristorante di pesce chiuso. Gli umori del porto, del vomito del mare che riposa caldo del sole quotidiano.

Uno di fianco all’altro, per tutta la larghezza della via; arrivando ad inciampare nell’immondizia fuori dai cancelli. Versiamo l’ultimo sputo caldo all’asfalto, buttiamo i vetri in una campana, ridiamo per il loro tonfo nel silenzio. Il portiere di notte dovrebbe lavorare di notte e dormire di giorno, o almeno non dormire sul posto di lavoro. Bussiamo, prima piano e poi più forte; poi da una tenda tirata lo vediamo sdraiato su un divano di pelle scura. Sulla parete dietro lui, puntine colorate infilate nel legno, poster di escursioni in canoa, di corsi di sub, di luoghi da non perdere. La noia è una crisi di mezza età. Chissà se avresti accettato il mio regalo. Un braccialetto d’argento nell’idea, un gancio per bloccare la tovaglia al tavolino esterno, dove ti ho vista. A quel concertino allo stabilimento balneare, tra persone dalla pancia piena di prosciutto e melone. Forse avresti accettato, più stupida di me, ci saremmo presentati, ci saremmo stretti la mano, ti avrei dato il mio regalo, ti avrei portata a scaldarti a quel falò nella sabbia buia. Ma eravamo entrambi con persone diverse. Annegate. Come i corpi morti dei marinai.

La noia è un raffreddore che non curato ti resta addosso per mesi. Sulla sabbia affondiamo le scarpe ad aspettare che arrivi l’alba, per salutarla per primi, per poterci addormentare sicuri sulla gialla tela cerata dei lettini. Prima che il solletico baciasse le cicatrici della mia guancia in preghiera.

Colonna sonora: Modest Mouse, Bukowski

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Daniele vive e lavora tra Caravaggio e Bergamo. Per NBM ha già scritto un pezzo sulla Bassa Bergamasca e uno sulle gite scolastiche.