“I haven’t got a clue
I haven’t got a thing”

Quando scendo dalla scaletta dell’aereo, sento l’aria scaldata dal sole e dall’asfalto della pista. La sento avvolgermi come fosse una pellicola trasparente. Scendo i gradini e mi dirigo verso il bus che ci porterà nell’area ARRIVI. Sono stato via 3 settimane, solo 3 settimane, e mi sembra sia successo qualcosa. Torno con una macchina fotografica in meno, dimenticata sul sedile di un pullman da qualche parte intorno alla torre di Londra; torno che bevo il tè con il latte, senza zucchero; con una dipendenza da ciambelle glassate che dovrà passare in fretta; torno dopo aver battuto tutti i record possibili a Karate Champ; con un vasetto di burro di noccioline che mi farà solo male; torno che ho cenato sempre intorno alle quattro e mezza; sapendo qualche parola in più di una lingua che non è la mia; torno che non ho in tasca nemmeno una moneta; con una maglietta azzurra, il logo NIKE sul petto, decisamente troppo piccola per me; torno che ho fatto il bagno nell’oceano a Woolacombe Beach e quasi ci rimango secco dal freddo; ho visto una casa antica tipicamente inglese, e tra i tanti ospiti – pare – ci sono stati anche dei fantasmi; torno che so a memoria tutto “PARADE” degli Spandau Ballet; scoprendo che il RAIDER si chiama TWIX e che la RITMO si chiama STRADA; torno che sono stato dentro un pub, ma ho bevuto solo coca-cola. E’ stata un’estate di lunghe camminate in salita, su per Marlborough Rd. Una strada che sembrava non finire mai, la sera, rientrando. Torno che ho sentito per la prima volta il sapore di qualcosa; il sapore sulla bocca, sulle mani, addosso come fosse un vestito nuovo. La casa bianca sulla collina. La mia stanza dipinta di viola, che guarda sul piccolo cimitero. Apro la finestra e sento quel profumo, ancora, che lì per lì non riesco a identificare. Questa sera sono sceso con la pioggia ma non correvo, non ci sarebbe stato nessuno a dirmi se era il caso o meno di bagnarsi. Quest’odore di asfalto estivo bagnato dalla pioggia, dell’olio fritto pieno di zucchero, del lungo mare coperto dalle nuvole, è questo l’odore della mia prima libertà. Sono sul bus con tutti gli altri, con quelli con cui ho parlato poco, con quelli con cui ho parlato tanto, quelli con cui ho fatto tutto i viaggi in pullman e quelli che stavano 10 file avanti a me. Sono sul bus e continuo a guardami intorno, come se cercassi di doppiare il mio sguardo per provare a vedermi. Il bus si ferma davanti alla porta scorrevole, scendiamo ed entriamo nell’aerostazione. I nostri bagagli stanno per arrivare. Sono già lì. Gli ultimi saluti, gli indirizzi scritti su pezzi di carta, sulle pagine di un libro (“La Peste” di Camus). Pezzi di città, vie, numeri. Mi carico lo zaino rosso sulle spalle e cerco l’uscita. Esco in mezzo alla folla e cerco uno sguardo. Mia madre mi viene incontro: “Oddio – mi dice, mi guarda – quanto sei cambiato!”

Ilfracombe, North Devon, UK. Estate 1985.

Pietro S. Orseolo vive e lavora a Milano.