Volevamo che foste voi, per una volta, a raccontare le vostre estati passate su NBM e ci siamo riusciti. Sono arrivati nella nostra casella di posta racconti dell’India, dell’Italia, di estati belle e di estati orrende: abbiamo scelto quelli che ci sono piaciuti di più. Li abbiamo letti e poi li abbiamo consegnati allo sguardo attento e ai tratti asciutti di Simone Vitale che, con qualche tratto di matita e altrettante pennellate di acquerello, li ha illustrati, dando un volto alle 9 storie che ci e vi faranno compagnia per tutto il mese di agosto e per i primi pigri giorni di settembre. Cominciamo oggi con un racconto di Paolo, per gli altri, continuate a seguirci…

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C’era qualcosa che ci spingeva a conoscere sempre posti nuovi. Quell’estate avremmo affittato un furgone e saremmo andati dritti dritti ad Amsterdam, la tappa iniziale del nostro personalissimo tour europeo. Nel 2002 i navigatori satellitari erano merce più preziosa dei diamanti e così ci eravamo dovuti affidare a uno stradario in scala uno a duecentomila e alle indicazioni, semplici da decifrare come logaritmi di terzo grado, degli amici già vicini alla laurea. “Andate verso nord, superate la Svizzera e appena vedete il cartello che indica Arnhem seguite quella direzione, senza lasciarla mai. Non potete sbagliarvi”, dicevano sicuri delle loro parole.

Un esame programmato per le nove di mattina, ma slittato il giorno stesso al pomeriggio, ci aveva però costretto a partire non all’ora di pranzo, come incautamente preventivato, ma poco prima del tramonto. Avevamo appena fatto in tempo a superare la dogana, intonando durante tutto il viaggio il coro da stadio che recitava “ce ne andiamo, ce ne andiamo, ce ne andiamo ad Amsterdam, Amsterdam, Amsterdam!”, quando il buio era cominciato a calare. Nonostante la voglia di arrivare, avevamo preferito cercare riparo per la notte vicino ai laghi svizzeri, pronti a rimetterci in viaggio la mattina successiva. Trovato uno spiazzo d’erba su una collina che si affacciava su uno di quegli specchi d’acqua, avevamo parcheggiato il furgone in modo che fosse nascosto dalle fronde degli alberi, non visibile né dalle macchine striate di verde della polizia locale, né da possibili maniaci che giravano in zona, in cerca di incauti campeggianti. A quel punto, avevamo tirato fuori dal bagagliaio teli da mare, un po’ di provviste e l’immancabile djembe. Qualcuno di noi si era allenato a suonarlo fin dai tempi del liceo, invitando alle sue improvvisazioni in riva al fiume addirittura una delle professoresse dal tailleur e dal rossetto impeccabili, più solita ascoltare gli assoli di pianoforte degli studenti noiosi che i nostri esotici esperimenti.

Avevamo mangiato pane e formaggio e bevuto birra semi calda, dal retrogusto di cane bagnato. Avevamo riso e guardato le stelle, ognuno pensando a cosa quel viaggio ci avrebbe potuto portare in dono. Avevamo dormito sotto il cielo elvetico, senza nemmeno un telo di tenda sopra le nostre teste, sicuri si trattasse di un buon modo per tornare a riconoscerci, dopo mesi interi passati a preparare esami di cui non ci interessava niente.
Non volevamo dormire in albergo. Non volevamo chiuderci in un resort tutto compreso. Non volevamo né il mare, né la spiaggia, se mai l’oceano. Se c’era qualcosa ad animarci era la voglia di conoscere sempre posti nuovi, di non passare mai più di due notti sotto lo stesso tetto.
La mattina dopo ci eravamo svegliati intorpiditi e umidi di rugiada, eravamo risaliti sul furgone, eravamo tornati nelle triple corsie a scorrimento veloce, puntando verso nord.
Per quanto non vedessimo l’ora di arrivare ad Amsterdam, senza che nessuno volesse dirlo agli altri ognuno di noi sperava in un nuovo, piccolo imprevisto, come l’esame posticipato del giorno prima. Una discontinuità che permettesse di mandare al diavolo i programmi prefissati e farci fermare a dormire anche quella sera in un posto che non ancora conoscevamo, senza che potessimo prepararci in nessun modo a quell’evenienza.
Durante quel viaggio ci saremmo voluti dover fermare nel bel mezzo della Foresta Nera, alla ricerca di un distributore di benzina, sullo stretto che ci separava dalla Danimarca, in attesa del primo traghetto utile, che sarebbe però partito solo la mattina dopo, costringendoci a passar l’intera notte nel parcheggio del molo, o in un paesino dell’hinterland di Piazza Dam, immobili e con gli sguardi sbarrati dopo aver perso l’unico paio di chiavi del furgone.

C’era qualcosa, una specie di fame, che ci spingeva a conoscere sempre posti nuovi. Era quello il vero motivo per cui eravamo partiti, facendo di Amsterdam solo un pretesto.

Soundtrack

Litio – Massimo Volume
Ravenna – Massimo Volume

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Paolo Bottiroli ha già scritto per NBM: una recensione, un pezzo sul Tobbio e uno sui suoi amati Appennini.

Simone Vitale ha 25 anni, studia architettura. Vive e lavora tra Catania e Siracusa.