Couchsurfing non è più un’organizzazione no-profit. L’annuncio ufficiale è arrivato: il noto social network per lo “scambio di divani” entra nel mercato dopo aver ricevuto un investimento di Benchmark Capital e Omidyar Network pari a 7.6 milioni di dollari. Dal punto di vista giuridico, CS non è più certificata come “organizzazione no-profit”, ma come “B corporation” (b sta per benefit, un modo mite per chiamare una società a scopo di lucro che produce benefici non solo per gli investitori, ma anche per l’umanità).

Cosa cambia per i tre milioni di utenti del celebre social network dei divani? Secondo Casey Fenton, il fondatore della comunità, niente. Dai punti comparsi nella nota ufficiale di CS, si evince l’intenzione di lasciare il servizio gratuito e di tutelarne la filosofia: quella un po’ facebook-style di rendere il mondo “un posto più connesso, più esplorabile”. Stando alle parole di Casey CS migliorerà, poiché con il capitale investito sarà possibile migliorare la tecnologia, «assumere nuovi tecnici» e fornire la società di una struttura stabile (a questo riguardo è stata già scelta la città di San Francisco).

Magari, come ipotizza il Guardian, parte dei fondi potranno essere utilizzati per assicurare degli utenti, sulla falsariga di AirBnB, altro network per scambio di case in forte ascesa. AirBnB, dopo che alcuni utenti si sono ritrovati la propria abitazione saccheggiata e devastata, grazie al recente investimento ricevuto, garantisce fino 50mila dollari a chi dovesse far fronte a imprevisti di questo tipo. CS potrebbe studiare un modo per evitare il problema a monte, oppure fornire un’assicurazione finanziaria agli utenti «pro». Insomma, le idee non mancano, e i soldi per implementarle neppure. Bisogna soltanto vedere se saranno gli interessi degli utenti ad esser messi al primo posto, o quelli degli shareholders. Perché di proposte concrete su come CS intende far cassa nell’annuncio non se ne sono viste.

Scetticismo nasce anche da una delle ragioni che CS ha fornito per giustificare la decisione. Il network avrebbe lasciato la formula del no-profit (che negli Stati Uniti è denominata 501c-(3)) perché «il governo americano non annovera lo scambio di ospitalità tra le possibili attività caritative su cui fondare un’associazione no-profit». Posto sia vero, non si spiega perché non sia stata valutata la possibilità di cambiare host e spostare l’intero network in un Paese con una legislazione più permissiva. L’Islanda, ad esempio.

La notizia ha messo i fedelissimi sotto shock. C’è chi minaccia l’ammutinamento. Chi promuove il boicottaggio e la migrazione in altri network come HC o BeWelcome. Fioccano lamentele nei forum, e c’è chi persino ha fondato un gruppo su facebook per esprimere dissenso. Parlano di libertà, avanzano sospetti, esternano delusione. Perché se è vero che tra la massa di tre milioni di utenti soltanto pochi sembrano preoccuparsi, tra i cosiddetti «ambasciatori» i pruriti non mancano. Costoro sarebbero i volontari che per otto anni hanno sudato per raccogliere donazioni e mandare avanti la baracca. E ora si chiedono quanti dei 7.6 milioni di dollari spettano loro sottoforma di azioni. Può Casey arrogarsi il diritto di decidere alle spalle (e sulle spalle) di un’intera comunità? Possono lui e i suoi investitori fare soldi così spudoratamente sulla fatica di chi per anni ci ha messo l’anima?

Non tardano le reazioni della concorrenza. Senza mezzi termini è quella di HospitalityClub, storico rivale di CS, che in una nota del suo fondatore Veit Kühne polemizza parlando di “peggiore degli incubi che si realizza”; Veit accusa Casey di essere una “persona non onesta, un truffatore”, un losco individuo che lucra sulle spalle di una comunità di volontari. Quindi rassicura i suoi utenti: «Noi non lasceremo mai il no-profit» e, con l’occasione, preannuncia novità per HC, come il passaggio all’open-source e il rinnovamento dell’intera piattaforma – anche se, ça va sans dire, la forza di HC è più negli ideali che nella tecnologia, troppo a lungo trascurata; per quest’ultima CS non ha mai temuto HC e difficilmente lo temerà ora che dispone di nuove, ingenti risorse finanziarie.

Se è vero che il «nuovo» Couchsurfing non ha interesse a perdere i propri utenti, è anche vero che entrando nel mercato avrà un bilancio e delle consegne da rispettare, degli azionisti da tutelare e degli investitori da attirare. E quando la logica del profitto subentra a quella del semplice, disinteressato servizio, i rischi per la mission si moltiplicano. Staremo a vedere. Finora il network ha aiutato milioni di persone a muoversi gratuitamente nel mondo. C’è chi attraverso CS è riuscito a dormire in una yurta mongola. Non vorremmo che in futuro gli utenti finiscano a dormire all’ombra dei pannelli di Wall Street.


La foto in alto è di loungerie