«Cosa faccio quando non viaggio per lavoro? Sono a casa da tre settimane e non sono ancora uscito da qui», mi racconta Sirio. Il suo qui è il quartiere Kreuzberg di Berlino, dove vive. «Lo studio ce l’ho lì a destra», dice indicando l’angolo tra Oranienstraße e Adalbertstraße mentre finisce un trancio di pizza da Piccola Romantica, «e casa mia è nella via parallela a questa. C’è tutto quello che mi serve».

Tutto quello che mi serve, all’inizio, mi sembra un’affermazione un po’ azzardata. Sono al secondo giorno della mia seconda visita a Berlino (qui la prima), ho l’agenda fitta di appunti e l’ultima cosa che penso è di rinchiudermi in un solo quartiere. Cinque giorni dopo salgo sull’aereo per Milano avendo esplorato poco o niente di Berlino, quasi tutto del Kreuzberg.

Allo stesso tempo centrale e decentrato, il Kreuzberg ha una storia che, per certi versi, mi ricorda quella di Brooklyn, il più popoloso e popolare dei quartieri di New York che, fino al 1898, era una città a sè. Kreuzberg città non è mai stato, ma è di certo uno quartieri più affollati, con la sua dose di hipster seduti ai tavolini all’aperto di Oranienstraße, ricondotti alla realtà dalle ondate di immigrati che formano ancora la parte più numerosa degli abitanti del quartiere. Kreuzberg mi ricorda Brooklyn anche perchè, come Brooklyn, è stato per diverso tempo terra di confine: prima del muro era al centro di Berlino. Fondato da ebrei e con un passato residenziale, si convertì a nucleo industriale verso la metà del 1800 per poi vedersi prima distrutto e poi relegato a quartiere marginale dopo la seconda guerra mondiale. Il muro, che lo chiudeva su tre lati, lo rese un ghetto dagli affitti bloccati, in cui iniziarono a trasferirsi artisti, studenti e immigrati. La caduta del muro l’ha riportato di nuovo al centro di Berlino. E dell’attenzione: la gentrificazione prende piede, gli affitti sono saliti (non alle stelle, ma considerevolmente, per gli standard di Berlino) e in strada si vedono (quasi) più camicie di flanella a scacchi che turbanti.

Ancora lontano dal diventare la Williamsburgh di Berlino, Kreuzberg è un quartiere che non si vergogna di mostrare nè la sua bellezza nè i suoi lati più sgradevoli: il suo essere eccentrico non è né motivo di vanto né stile di vita. La povertà dei mezzi ha reso i suoi abitanti incredibilmente creativi e l’arte di arrangiarsi risplende in tutto il suo significato tra le fermate di Moritzplatz e Schlesisches Tor‎.


PRIMO GIORNO
: Se evitate cautamente la trappola per turisti che è Checkpoint Charlie e svoltate in direzione di Oranienstraße, é a Moritzplatz, che, per esempio, troverete il Prinzessinnengarten (il Giardino della Principessa) un giardino comunitario ricavato da un’area abbandonata recuperata dall’associazione di guerrilla gardening Nomadisch Grün. Non solo coltivazione di ortaggi e frutta bio, ma anche un progetto di giardinaggio mobile (su ruote!), collaborazioni con le scuole dei dintorni più un bar e un ristorante aperto solo a pranzo che serve un menu monopiatto al giorno, cucinato con i prodotti dell’orto.

Quanto al riutilizzo creativo, intelligente e ‘socievole’ degli spazi, una volta pranzato al Prinzessinnengarten vale la pena di spingersi fino al Kunstquartier-Bethanien, un’ex scuola per infermiere, orfanotrofio e ospedale costruito nel 1845-1847 che oggi ospita un centro che chiamare culturale è riduttivo: il prato dietro l’austero edificio in mattoni rossi su cui svettano due sottili torri fa da platea per il Freiluftkino Kreuzberg (nella foto in alto), il cinema all’aperto del quartiere, dove si guardano i film della stagione passata su sdraio da mare. All’interno della struttura, occupata fin dagli anni ’70 per evitarne la demolizione, una scuola di musica, un laboratorio artistico, uno spazio per mostre di arte contemporanea e il ristorante 3 Schwestern (Three Sisters) il cui motto è rock’n’roll primitivo e ottimo cibo e il cui menu è rigorosamente slow.

Se, come me, siete patiti di piscine, a poche centinaia di metri dalla fermata di Schlesisches Tor‎ c’è il Badeschiff, letteralmente “barca per il bagno”: un’ex chiatta trasformata in piscina e messa a mollo nella Sprea. Il modo più bello per arrivarci è: al calar del sole e in bici. Lungo il percorso ciclabile si può fare prima tappa per una birra all’Heinz Minki per poi arrivare alla piscina entrando in un’ex area industriale recuperata dall’associazione culturale Art Kombinat e pedalando tra binari in disuso, capannoni e spazi artistici. Nella semioscurità, vi ritroverete davanti al cancello biglietteria che, una volta varcato, vi aprirà le porte di uno degli spazi più suggestivi di Berlino: sabbia sotto i vostri piedi, un baretto sulla destra e di fronte a voi la calma della Sprea, illuminata dall’azzurro cloro del Badeschiff. L’ingresso costa quasi sempre attorno ai 3/4 euro e, anche se si arriva di sera, conviene portare il costume per un tuffo notturno con vista sull’Oberbaumbrücke e sul Fernsehturm. Se, una volta finito il bagno, non siete ancora pronti ad andare a letto, sulla via del ritorno fermatevi al Club der Visionäre.

SECONDO GIORNO: La mattina successiva, colazione da Cutie Pie in Lausitzer Straße. Preferite il latte macchiato o la cioccolata calda al cappuccino (troppo schiumoso) e addentratevi fino alla stanza sul retro: i morbidi divani, il cortile interno, l’angolo per i bambini e il pianoforte vi faranno sentire quasi nel salotto di casa vostra. Attenzione ai dolci dall’indice glicemico direttamente proporzionale alla bontà.  Una volta usciti da Lausitzer Straße, tornate alla fermata U-Bahn di Görlitzer, attraversate l’incrocio in direzione Oranienstraße e alzate il naso: la parete dell’edificio di fronte a voi è coperta da un murales di roa, i cui animali a testa in giù vegliano sul Kjosk, un bar+negozio ospitato in un autobus bianco BVG Doppeldecker. Parcheggiato in quello che sembra uno scavo abbandonato, l’autobus è dotato di tavolino da ping pong, calcetto, divani, bar ospita mercatini all’aperto d’estate. Se siete fortunati (e io lo sono stata), ad accogliervi troverete un poeta di strada pronto a scrivervi, per 50 centesimi, una poesia su misura. Dopo esservi addentrati nel mondo del Kjosk, avete tre alternative: fare shopping su Oranienstraße, rilassarvi a Görlitzer Park o fare un salto al mercato turco sul Landwehr Canal (tutti i martedì e i venerdì). Qui, camminate tra le bancarelle di frutta, spezie, cerniere e tessuti, comprate pane, olive e frutta e, una volta arrivati alla fine del mercato, godetevi seduti a terra la musica degli artisti di strada che suonano tutto il giorno in una improvvisata e minuscola area concerti affacciata sul canale.

Negozi? Anche in questo caso il Kreuzberg non sfigura. Per gli appassionati di libri c’è il nuovo Dialogue Books oppure Fair Exchange, per i libri usati. Il negozio di urban style più famoso del quartiere è Voo Store, seguito da Search and Destroy e Ritchie. Per le borse c’è Bagage, per l’arredamento di casa Jean et Lili e per le bici Keirin Cycle Culture Café.

Per la seconda sera, potete scegliere tra il punk del leggendario S036, la tecno del Watergate (affacciato sulla Sprea), i concerti live del Festsaal Kreuzberg, la location del Monarch o la popolarità del Lido.

TERZO GIORNO: lasciare il Kreuzberg è difficile ma necessario. Dopo un caffè e un muesli da Cuccuma, fate tappa al Jüdisches Museum realizzato da Daniel Libeskind, attraversate la Sprea e sedetevi lungo la riva del Monbijoupark per assistere alle lezioni di ballo che si tengono d’estate davanti all’Amphitheatre: uomini e donne di tutte le età che pagano una manciata di euro per ballare su assi di legno a pochi metri dalla Sprea, circondati da turisti e accompagnati da hit degli anni ’80 (inclusi i Ricchi & Poveri). Una volta soddisfatti dell’esperienza, continuate a piedi fino a Oranienburger Str 35/36 per un salto alla galleria fotografica C/O Berlin. Se proprio dovete, visitate anche il centro sociale / galleria d’arte Tacheles, ma hanno ragione i berlinesi quando dicono che è molto turistico. A questo punto della giornata, è arrivato il momento di ritornare al Kreuzberg per cenare: con la cucina coreana di Kimchi Princess, gli hamburger di Burgermeister, il sushi che non parla inglese di aki tatso o il celebre currywurst di Curry 36.

Una nota sul dove dormire al Kreuzberg. Le soluzioni, come in tutte le città, sono infinite: potete scegliere di stare in b&b (The Garden Guest Houze), in ostello (Die Fabrik36 Rooms Hostel) o in hotel (Hotel Johann / Hotel Transit). Il mio consiglio è di affidarvi ad AirBnB e affittare una stanza o uno studio.

La stanza di Claudia

Io sono stata ospite di Claudia e della sua coinquilina Linn. A pochi minuti dalla fermata U-Bahn di Görlitzer, la stanza che ho affittato per 5 notti (foto sopra) includeva l’utilizzo gratuito di una bici, della cucina, wifi, tv e stereo. Se preferite la privacy di un appartamento, Claudia affitta anche due monolocali.

La mattina del mio ritorno prendo il treno alla fermata di Görlitzer alle sei di mattina. Una parte di me è felice di ciò che ha visto, ascoltato e sperimentato tra le vie di Kreuzberg. L’altra parte, quella perennemente insoddisfatta, avrebbe voluto fare di più, vedere di più, sentire di più. A Berlino c’è un impulso a reclamare gli spazi, a viverli e a farli propri anche solo sedendosi sulle rive della Sprea con alle spalle palazzi in demolizione e fabbriche dismesse, che ridefinisce allo stesso tempo il ruolo dei cittadini e quello della città in cui vivono: se nel resto delle metropoli che ho visto nei miei viaggi le persone abitano gli spazi urbani rimanendo dentro i margini, a Berlino margini entro cui colorare non ce ne sono. L’unica linea definita che caratterizzava la città è stata prima dipinta e poi abbattuta. Considerazioni politiche a parte, è come se il crollo del Muro si fosse tradotto, a lungo andare, nella volontà collettiva di riprendersi, come e quando si vuole, lo spazio urbano. Non si spiegherebbe altrimenti la trasformazione dell’ex area aeroportuale di Tempelhof in un parco pubblico. Ecco perché 72 ore a Berlino non bastano.