Anche se di seconda o terza mano, la mitologia della provincia trova sempre un suo senso. È come se fosse l’unico scenario in grado di mantenere una certa genuinità infantile, il conservarsi dei cimeli trasversali al luogo, una polvere d.o.c. dei ricordi. Triste ed autentica. Conoscere uno spazio da sempre, e crescerne insieme registrando i cambiamenti d’umore. Ognuno ha la sua torretta di controllo personale. Io, in estate, esco la sera con la bicicletta, e pedalo costantemente lo stesso percorso. Avanti e poi indietro, da casa alla piazza del paese. Tra le vie dove passo, per la raccolta differenziata, si raccoglie la carta il mercoledì mattina. Quindi il martedì sera si mettono gli scatoloni di cartone fuori da ogni cancellino. Da diverse settimane, sempre nello stesso posto, trovo diversi libri. Vecchi articoli medici rilegati, romanzi di fantascienza, Salgari, storie di famiglie imperiali, libri di preghiere, Marx e Engels, classici della letteratura latina e anche alcune guide turistiche: quelle del Touring Club, divise per regioni d’Italia e rilegate in vellutino rosso.

Mi affascina il paesaggio italiano come atlante, la mappatura delle sue malinconie e i diversi modi di leggerlo; meno il valore dato alle cose da molti dei suoi abitanti. All’opposto della bicicletta, qui transito tra quello che ancora non conosco di persona, ma solo come dito che scorre sulla carta. Mi piace seguire le strade che hanno un percorso da fare, una storia da raccontare nel silenzio; che prima o poi andrò a leggermi dal vero. Esempio: è dal tempo dei romani che Piacenza e Rimini sono collegate da una linea bianca dritta, che poi passa da altri pallini più o meno grandi, oggi strada statale 9, da sempre entrata nella memoria come la via Emilia. Dalle colline al mare. Arrivando dalla Lombardia si passa da un gomitolo di rotonde e capannoni a un percorso profumato e più rilassato. La prateria padana continua, gli eroi dell’ennesimo West, piccole città con vecchi cortili dove la malinconia non può passare. Io, immediatamente, non riesco a pensare ad altro. Me lo ripeto: troppi hanno provato a ripercorrere la stessa strada, sorpassando i trattori e non capendo l’identità del luogo. Provo a resistere nel non scattare immagini che ho imparato a memoria. Nessuna cover avvicina il classico che ripete, però può trovarne nuove sfumature.

La via Emilia dopo Ghirri è una costante mostra fotografica en plein air, che varia molto lentamente per rimanere fedele al profilo delle nuvole. Ok, adesso c’è un McDrive ogni 20Km, ma le pompe di benzina, i cascinali in fondo al vialetto, i cancelli in ferro battuto e colonne di mattoni, le trattorie e le inquadrature naturali resistono. Qui ne parlo come un visitatore da finestrino d’auto, non come lo stratega di un percorso quotidiano ripetuto. Forse posso afferrare solo quello che certe Esplorazioni hanno catalogato con quel nome. Perché qui familiare e sconosciuto rispondono a un punto di vista che non dipende più dalla distanza ma dalla memoria, che alleata con la conoscenza che prescinde il luogo, produce chiarezza o solo una visualizzazione standard del distante. Per non confondere troppo i due livelli ho in mano una guida di vellutino rosso, con cartina un po’ ammuffita che mi dice che bisogna passare da Fiorenzuola d’Arda, Alseno, Fidenza e Parola per arrivare a Parma.

Città tranquilla, appisolata nel lasciarti camminare leggero. Il regolare reticolo delle vie del centro, il perimetro delle mura che furono e che ore funge da circonvallazione esterna e l’Emilia che viene inglobata come via principale. Anche Parma mi sembra una città da bicicletta, adesso che riesco ad incontrarla. Ancora provincia italiana, dove altri hanno le loro torrette di controllo e dove si mangia bene: prosciutto crudo, culatello, culaccia, salame di felino, tortelli d’erbetta, formaggio Parmigiano-Reggiano e lambrusco. Città di luce lirica. La vertigine di Correggio la riesci a capire da quanto riesce a farti male al collo. Ti illude di frescura il verde del pergolato della Camera della Badessa mentre poi ti spaventa l’incombere improvviso della Visione avuta da San Giovanni Evangelista. Forse solo il prete in ciabatte di plastica che sistema i libretti dei canti tra i banchi della chiesa ti ridà il tuo spazio concreto, che continua nella piazza del Duomo. Ti depura l’Assunzione come una grande lavatrice che centrifuga verso la luce gialla le torsioni da rane saltellanti degli angeli con il pisello al vento, prendi parte al corteo senza gravità che arriva a Cristo che accoglie la Mamma al centro della cupola, sapendo che non c’è architettura a cui aggrapparsi.

Impalcature che invece trovi all’esterno, arrampicate al campanile che si impiglia nell’unica nuvola che è riuscita a fuggire alla guardia dei leoni sul portico, tranquillità che ritorna nei volumi del marmo rosa del Battistero, nell’amichevole narrativa che l’Antelami ha dato ai suoi mesi e alle sue stagioni. Già personaggi che aspettano di leggere la cronaca su La Gazzetta di Parma. E poi chissà chi, sotto la Deposizione, si è vinto le Sue vesti ai dadi. Gli altri ne possono comprare alle bancarelle vicino al Palazzo della Pilotta, diaframma tra la città e il secco torrente che la taglia diseguale, che accatasta diverse funzioni e forme incompiute. Un muro aperto, fuori di aggregazione, dentro una serie di arcate e un ampio cortile che sembra portare sotto un ponte o dentro una cisterna di mattoni rossi. Da qui una larga scala accompagnata da piccioni porta verso la Galleria Nazionale e il Teatro Farnese, teatro vuoto che potrebbe affollarsi.

Ecco che tutto inizia ad incasellarsi, facendo vivere lo scarto di forma tra occhio e carta, tra visto e visibile. Il percorso può continuare ed essere esportato. Tornando in centro e spingendosi verso sud si incontrano il teatro Regio, severo neoclassicismo color crosta di grana, la chiesa della Madonna della Steccata dove Parmigianino l’alchimista, prima di trovare la panacea nella morte a 37 anni, lascia eleganti affreschi allungati sopra le teste delle donne che recitano il sonnifero rosario delle quindici, la piazza Garibaldi, meno rossa e più snob del previsto, tra i tavolini bianchi sotto il Palazzo del Governatore con la doppia meridiana, e poi giù fino alla vecchia Università e così via. C’è poi una Parma che, se possibile, respira ancora più lenta. Il ponte Verdi e il ponte di Mezzo portano a Parma al di là dell’Acqua, dove si aprono i bianchi viali del Parco Ducale con l’elegante Palazzo e il boschetto del Tempietto dell’Arcadia. Soglie sottili, tra il verde e l’azzurro, tra il dormire e il riposare. Seduto su una panchina, tra nonni e nipoti, continuo a tratteggiare il profilo delle strade. Così, come il suo nome appariva compatto, liscio, color malva e morbido a Proust su La strada di Swann, lungo la via Emilia il sapore di Parma mi resta come quello del suo prosciutto, che per la prima volta mangio al tavolo di una sua osteria. Ma la strada per l’Adriatico è ancora lunga da qui. Sempre dritta e sempre lì, piegata ai lati del segnalibro rosso.

Daniele vive e lavora tra Caravaggio e Bergamo. Per NBM ha già scritto un pezzo sulla Bassa Bergamasca, uno sulle gite scolastiche ed è autore di uno dei racconti delle estati passate.

P.S.

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