(Don’t speak Italian? You can read the English language version of the interview here!)

Tim Winton è un tesoro vivente.
Lo è dal 1998, anno in cui l’Australian National Trust ha deciso che il suo contributo alla letteratura della nazione era stato, fino ad allora, talmente importante da meritare di essere protetto, oltre che premiato. Ma Tim Winton è un tesoro vivente anche per un’altra ragione: pochi altri autori come lui hanno saputo interiorizzare e trasformare in letteratura il paesaggio che chiamano casa. Le pagine dei suoi libri sono abitate non solo da personaggi in cerca di un proprio luogo, ma da luoghi altrettanto alla ricerca di una loro identità. In Respiro, nella raccolta di racconti La svolta e in Dirt music le storie dei protagonisti si intrecciano e, soprattutto, sono influenzate dalla presenza imponente e impossibile da ignorare dei paesaggi australiani: gli oceani, i deserti, le lunghe strade da percorrere per spostarsi fisicamente (o meno) riempiono le pagine di Tim Winton trasformandole in fotografie sfocate di ambienti che, pur capaci di affermare la loro presenza, sono difficili da afferrare, fermare, contenere.

Diventato scrittore all’età di 19 anni, ad oggi Tim Winton ha pubblicato oltre 20 romanzi e racconti brevi. L’ultimo edito in Italia – Respiro (2009) – è il racconto di un’amicizia nata e vissuta tra le onde dell’oceano, un romanzo di formazione intenso in cui due adolescenti si definiscono tra necessità di sopravvivere, desiderio di andare oltre e paura del superare i propri limiti. Per un sito che parla di viaggi, era quasi impossibile non scrivere di lui, uno scrittore i cui personaggi sono costantemente in viaggio, chi per scappare, chi per scoprire, chi per contrastare la staticità della vita in mezzo al nulla australiano. Così gli abbiamo chiesto se aveva voglia e tempo di rispondere a qualche domanda. Inaspettatamente, ha accettato, il risultato è questa intervista.

R: La gran parte dei tuoi libri sono ambientati in Australia. Detto questo, leggerli me li ha fatti percepire come viaggi: li descriveresti così anche tu? Se sì, senti di avere una destinazione come autore?

TW: Sì, immagino che le mie storie siano viaggi. Molte includono veri e propri viaggi, spesso lunghi, ma sono anche viaggi alla ricerca di qualcosa in senso più ampio. Sono più consapevole di questa cosa come lettore e non come autore, a dire il vero. Leggere è un modo di viaggiare molto economico: un buon libro mi trasporta da qualche altra parte, in un altra nazione, in un altro stato mentale, era o paese o genere o classe. Non ragiono molto in termini di destinazione, ma piuttosto mi focalizzo sul condurre il lettore dentro un nuovo territorio. Quando vieni da un continente così grande e così scarsamente popolato come il mio, ogni momento è un viaggio a sé. Tutti gli spazi sono più ampi, i viaggi da una città all’altra più lunghi. Forse è questo che altera il modo in cui vedi le cose.

R: È evidente che hai un rapporto molto stretto con il tuo paese e i tuoi lettori lo percepiscono chiaramente. Questa relazione è cambiata quando hai viaggiato e vissuto in Europa? Come?

TW: Penso di aver sempre amato questo posto, ma mi piace la possibilità di andare anche da qualche altra parte. Ho vissuto in Francia, Irlanda e Grecia nel 1987 e nel 1988 e mi è piaciuto molto, ma mi aveva colpito quanto sentissi nostalgia di casa. Per la prima volta ero riuscito a capire quei vecchi emigrati ed esiliati russi sempre cupi e imbronciati! Soffrire per un luogo a cui senti di appartenere può essere una malattia. Ma non voglio dare l’impressione di avere un approccio acritico alla mia cultura. Sento di appartenere qui ma sono consapevole di non essere sempre a mio agio. Non penso che vivere all’estero mi abbia cambiato, ma mi ha di certo educato. Viaggio ancora, quindi mi trovo spesso a confrontarmi con la complessità del mondo e con il mistero che gli esseri umani sono, specialmente per se stessi.

R: La presenza di un paese in un romanzo non è un elemento necessario. Perché l’ambiente australiano gioca un ruolo così fondamentale nei tuoi romanzi e nei tuoi racconti?

TW: Per quelli di noi che vivono in continenti dove ci sono più spazi che persone, il paesaggio invade la coscienza in un modo più ovvio rispetto a come farebbe per persone che abitano regioni più urbanizzate e popolate. Le mie storie parlano di comportamenti e abitudini umane che sembrano essere state influenzate dalla natura. Forse è una cosa che condivido con alcuni autori canadesi o dell’America occidentale o di alcune regioni dell’America Latina. Una storia riguarda le persone, ma i miei personaggi sembrano sempre avere l’orizzonte negli occhi e il cielo sulle spalle.

R: Sfortunatamente per la Terra, la Natura è stata cambiata dalla presenza di esseri umani. Pensi che sia vero anche il contrario? Anche noi siamo modificati dall’ambiente che ci circonda? Per te è stato così?

TW: Sì, penso che molti di noi siano formati dal nostro ambiente. Nel mio caso c’era un senso di vastità e spazio che era liberatorio (anche se sospetto che un newyorkese, al contrario, possa trovare questi stessi elementi opprimenti e portatori di solitudine). Sono cresciuto sulla costa occidentale dell’Australia e le mie abitudini mentali e le mie passioni fisiche sembrano essere relazionate alle condizioni climatiche di quell’area. Alcuni momenti del giorno sono più adatti per stare all’aperto e nel ‘regno fisico’ – nella mia infanzia ciò significava stare in acqua, fare surf, tuffarsi, pescare – e siccome la mia regione è battuta da venti freddi subito dopo il caldo del pranzo, ogni pomeriggio c’era la possibilità, se non a volte l’esigenza, di stare al chiuso, facendo cose ‘interiori’. Questi erano i momenti in cui leggevo e sognavo ad occhi aperti e pensavo. Quindi immagino che il luogo dove ho vissuto da bambino mi abbia aiutato a formare un io duplice: le parti complementari della mia vita, la vita all’aperto e la vita della mente. Nessuna basta a se stessa. Il risultato è che ho bisogno di molto spazio fisico e molta privacy, e in questo non sono diverso dalla gran parte degli australiani.

R: Credi che negli ultimi decenni il nostro rapporto con la Natura sia cambiato? Se sì, pensi che questo cambiamento ci colpisca in quanto esseri umani?

TW: Sì, penso che la natura ci abbia fatto capire chiaramente che siamo partecipi e dipendenti da lei, e non semplici beneficiari. La mia paura è che stiamo realizzando e rispondendo a questa situazione troppo lentamente per garantire un futuro ai nostri figli e nipoti, ma penso anche che i governi e l’industria non possano più ignorare i costi che il nostro sistema, finito, deve affrontare e che sono legati ai nostri stili di vita. In Australia siamo ovviamente sempre molto preoccupati per l’accesso all’acqua, i periodi di siccità stanno diventando sempre più lunghi e l’ansia porta alla disperazione. In più, siamo diventati la miniera del mondo: pensate a tutto il carbone, il ferro, l’oro, i diamanti eccetera che vengono estratti dal terreno ogni giorno. Siamo profondamente legati all’economia fondata sullo sfruttamento del carbone e combattiamo per ridurre il nostro impatto sull’ambiente. Se vogliamo essere ancora più concreti, noi australiani soffriamo di cancro alla pelle più di ogni altra nazione, quindi la natura ci sta sicuramente influenzando! Ma tornando a essere seri, realizzare che la Terra è un ambiente finito e che il suo ecosistema è stato devastato dallo sfruttamento può essere l’inizio di un cambiamento se non altro psicologico. Non tutto si trasforma in ansia, qualcosa diventa idealismo, aspirazioni spirituali, innovazioni tecnologiche. Spero che diventeremo più intelligenti, più sensibili, più reattivi. Ma forse sogno. Spero solo che la paura non ci faccia impazzire o, peggio, spero che non ci lasceremo paralizzare dal diniego.

R: Sei sempre stato e sei tutt’ora un sostenitore della difesa dell’ambiente. Pensi che viaggiare possa aumentare la consapevolezza sulle condizioni del nostro pianeta o lo vedi come un’attività che produce più danni che benefici?

TW: La gran parte del viaggiare è una delle tante attività consumistiche che svolgiamo. Tutto costa qualcosa alla Terra. La mia speranza è che i viaggiatori provino almeno a imparare, a portarsi a casa qualcosa oltre i post-sbornia e le malattie sessualmente trasmettibili. È deprimente vedere gente benestante partire per il Terzo Mondo per sfruttare la povertà degli altri e tornare a casa con i loro pregiudizi ancora intatti. È strano vedere quanta poca immaginazione morale la gente porti con sé fuori dal proprio paese. Ma penso anche che viaggiare possa espandere i nostri orizzonti mentali; può cambiare la vita di una persona ed è incoraggiante assistere a questo cambiamento, specialmente nei giovani. Viaggiare dovrebbe eccitarci, essere fonte di ispirazione e farci indignare molto più di quanto non faccia lo shopping.

R: Se dovessi descrivere il tuo paese a qualcuno che non ne conosce l’esistenza, cosa diresti?

TW: Beh, è l’isola più grande al mondo, scarsamente abitata da un popolo con una cultura strana e ibrida, che parla inglese ma che non è europeo. Abbiamo gli animali più strani e le spiagge migliori al mondo, moltissime strade che corrono all’infinito e moltissimi moscerini. Le persone hanno un atteggiamento più alla mano degli inglesi, ma non siamo tanto ottimisti quanto gli americani. Saremo anche in fondo al mondo e viviamo in alcune delle città più isolate sulla faccia della terra, ma molti di noi hanno viaggiato in lungo e in largo. La maggioranza degli australiani sono o immigrati o figli di immigrati. L’Australia è un luogo strano pieno di persone grandi e strane e ci vuole tempo per vederla, quindi non pensate di potervela godere molto in un solo weekend.

R: Hai pubblicato Respiro, il tuo ultimo romanzo, nel 2008. Stai lavorando a nuovi progetti?

TW: Sto lavorando su un paio di romanzi e ho appena concluso di scrivere tre sceneggiature teatrali, la prima delle quali (Rising Water) è stata da poco messa in scena a Perth e a Melbourne. Ho scritto l’adattamento cinematografico del mio romanzo Cloud Street, che è uscito qualche mese fa. Per il resto, lavoro per la difesa dei parchi marini, per fermare il commercio illegale di pinne di squalo e per altri progetti a difesa dell’ambiente in collaborazione con l’Australian Marine Conservation Society, che patrocino.