Torna il racconto del nostro non-viaggiatore, questa volta però ha dovuto capitolare davanti alla potenza rinascimentale.

Davanti al ‘Palazzo Borgia’, sul gradone del ‘Piccolomini’, perdura inalterata da secoli l’idea di un’esperienza spirituale e tecnica senz’altro esaltante, per chi si disponga a riviverla. «Davanti» perché l’immanenza di questa idea non è nei muri, ma in chi la comprende, rinnovandola nel proprio sguardo.

Pienza è un luogo non turistico per elezione, direi, ma di fatto popolato da turisti – questo per i soliti motivi che prestano il fianco alle polemiche come ai consensi (l’orda barbarica degli stolti che gremisce le piazze senza sapere il perché vs. la libera fiumana che finalmente attinge alle fonti del bello). Io, da non-turista, da non-viaggiatore, ho avuto i miei bei momenti di grazia proprio standomene in Quel Luogo, apparentemente in apatia, col sedere piantato sul gradone che corre lungo tutto il contorno perimetrale del ‘Palazzo Piccolomini’: c’era qualcosa in ciò che vedevo, una comprensione ancora da venire che mi teneva lì, mentre mezzo mondo mi passava al fianco, coi suoi suoni e le sue facce: sorta di umanesimo post-litteram, che all’equilibrio spurio dello stile albertiano, modello assoluto per il successivo classicismo architettonico, combina ‘improfeticamente’ il cosmopolitismo di ‘sto «villaggio globale» che dovrebbe farti sentire un «cittadino del mondo» e invece [forse] ti riserva troppo spesso il ruolo dello scemo-del-villaggio. Ma è qui la solita presunzione dell’Io che scrive e che si pensa migliore di tutti – condizione necessaria, a volte, ché scrivere, ultimamente, impone allo scrivente di esprimere un’opinione, meglio se sottaciuta, o lancinante sotto il velo del sarcasmo. Così, lo scemo-del-villaggio ero io, oppure, se si vuole, ero quell’individuo finalmente in pace con sé stesso perché offuscato dalla suggestione di vivere un’esperienza rara.

Ma ero a Pienza. Nella piazza Pio II, cinquecentoquarantanove anni dopo la sua architettonica proposizione. Davanti a me è la spoglia facciata del ‘Palazzo Borgia’ (quel Borgia della Lucrezia, del Valentino, del Tordesillas etc. etc.), le otto finestre naturalmente a croce guelfa e un’anomalia nella misura che le distanzia, vie più crescente da sinistra verso destra. L’intuizione immediata è elementare: l’organizzazione delle geometrie è corretta per restituire un anamorfismo allo spettatore che guarda frontalmente il duomo, di modo che il ‘Borgia’ riduca lo scorcio prospettivo e dia di sé un’immagine quasi bidimensionale, il cui principio ordinatore e pittorico quattrocentesco è rovesciato – se il disegno in quegli anni si igegna a rappresentare la terza dimensione sul piano, a Pienza si percorre il cammino opposto e si tenta di attenuarla adegunando lo spazio al punto di vista reale dell’uomo che guarda.

Riflettere sul senso di questo ‘assurdo’ geometrico mi ha portato ad amare e anzi a vivere quel luogo per farlo finalmente mio. Star seduto su quel gradone e pensare alla continuità tra luoghi e uomini mi ha dato una serenità nuova. Questa Pienza mi è entrata nell’animo, l’ho abitata per cinque giorni – lì ho mangiato e dormito, anche, ovviamente benissimo!

Malcon

la foto in copertina è di Tania Ho (su licenza CC)

  • Emiliano

    Su Pienza mi permetto di suggerire un sito fuori dalle convenzioni, dove trovare tutto sulla città di Pio secondo, non solo le classiche informazioni su dove mangaire o dormire, ma anche e sopratutto curiosità storiche, culturali, eventi teatrali pientini, tante foto e sopratutto tanti video della città e dei suoi eventi …

    http://www.pienzawebtv.com