19 Oct 2011, Posted by irene in Cinema,Perchè viaggiamo, 5 Comments. Tagged canzoni, casa, cinema, david byrne, film, film di viaggio, il concetto di casa, London Film Festival, luoghi, non-luoghi, Paolo Sorrentino, sean penn, Sofia Coppola, Stop Making Sense, Talking Heads, This Must Be the Place, viaggi, viaggiare
Home is where I want to be: perché ho amato This Must Be The Place
La cosa più difficile da fare per chi scrive professionalmente di cinema, letteratura, o qualsiasi tipo di arte è separare l’obiettività critica dalle impressioni personali. Quindi ve lo dico subito: il film di Paolo Sorrentino ha vari difetti e problemi che potrei elencare e dettagliare con tutte le mie facoltà critiche intatte, ma non lo farò (se ne avete voglia parliamone nei commenti). Questa non è una recensione. Vi dirò invece perché This Must Be the Place mi ha presa direttamente al cuore, e sarò così imparziale da confessare che di tutti i film che ho visto al London Film Festival è il mio preferito, anche se non è il migliore.
Partiamo dal titolo: questo deve essere il posto. Che posto? Ce lo dice il primo verso della canzone a cui il titolo si riferisce: home. Home is where I want to be: voglio stare a casa. Casa è dove voglio stare. Il film di Sorrentino è un viaggio da casa e verso casa per Cheyenne, ex frontman di un gruppo post-punk/new wave dalle glorie passate (e dal passato triste) interpretato da Sean Penn col look di Robert Smith e la voce di Michael Jackson. Per Cheyenne ‘casa’ è una villona postmoderna nel verde di Dublino dove vive da rockstar in pensione insieme a sua moglie (Frances McDormand) e un bel cane, ma è anche il tetro palazzo neo-gotico nella periferia di New York in cui è nato e cresciuto, la casa alla quale viene richiamato dalla notizia che suo padre sta morendo. Da questa casa – una casa ancestrale, austera, autoritaria – riparte per un altro viaggio attraverso l’America, con una missione tanto specifica quanto improbabile. Finita la missione, Cheyenne ritorna a casa, fisicamente e metaforicamente.
Bisogna dire che le case nei film di di Paolo Sorrentino sono posti affascinanti ma strani. La cucina di casa di Cheyenne ha una grossa scultura moderna che la proclama ‘cuisine’ con tutta la forza del neon, come se chi abita in quella casa non fosse in grado di identificare i contenuti e l’uso della stanza senza l’apposita etichetta. Questo perché tutti i luoghi di Sorrentino non sono solo strani ma anche stranianti: centri commerciali, fast food, aeroporti, corridoi, hotel, parcheggi, piscine vuote e piscine piene raramente appaiono per quello che sono o comunicano correttamente la propria funzione.
Ma i luoghi di Sorrentino non sono non-luoghi. Il concetto di non-luogo va molto di moda tra chi scrive di cinema e di viaggi, e sta a indicare posti asettici, sterili, senza qualità affettive per chi li attraversa. I non-luoghi sono gli aeroporti di Up in The Air, per intenderci, o gli hotel che piacciono tanto a Sofia Coppola. I luoghi di Paolo Sorrentino non sono indifferenti verso chi li frequenta, è solo che spesso sono troppo grandi, larghi, vuoti o spenti per lasciarsi abitare o possedere. I luoghi dei film di Sorrentino sono fatti per persone sole perché sono soli e disabitati come loro.
C’è un tipo di solitudine che è unicamente la solitudine del viaggiatore che ha una missione. Chi viaggia per esplorare o per divertimento trova spesso compagnia, e raramente è immerso in questi luoghi (o non-luoghi) da solo. Quando la missione è poco piacevole – si viaggia anche per andare a trovare parenti e amici malati, per andare a un funerale, per trasportare ceneri – la solitudine dell’aeroporto, dove tutti gli umani con cui si interagisce sono addestrati ad augurati una buona permanenza o una favolosa vacanza, è ancora più acuta.
Due giorni dopo aver visto This Must Be the Place sono partita per andare a un brutto funerale, per tornare a casa in una casa più piccola e un po’ più vuota, la casa che mi sembrava tanto grande quando ci correvo da bambina. Quando lasci casa e vai a vivere molto lontano metti in conto la possibilità che non ci sarai in certi momenti importanti, che il tempo non ti aspetta, e che persino poche ore di aereo saranno troppe. Quando abiti lontano dalla tua famiglia ti aspettano un sacco di viaggi da sola e, soprattutto se accusi fortemente la solitudine, non sei fatta per viaggiare da sola. Quando anche io come Cheyenne sono uscita di casa col mio trolley, accompagnata da una colonna sonora di ruote di plastica sui sampietrini, ho cercato di bloccare quel rumore insopportabile cantando una canzone diversa.
Su venti persone che conosco che hanno visto il film non ce n’è una che non sia corsa a casa a riascoltare This Must Be the Place (Naive Melody) dei Talking Heads (non degli Arcade Fire! Anche se per me la loro versione è bellissima e porta un notevole sigillo di approvazione) e che non sia stata catturata in un loop di ascolto ripetuto. E così mentre andavo al funerale di mia nonna alle 5 del mattino ascoltavo anche io le parole di David Byrne: home is where I want to be, e via così, canticchiando queste frasi volutamente senza senso. Finché non sono incappata in I’m just an animal looking for a home/share the same space for a minute or two. Ed ecco la rivelazione, la simbiosi tra il film e la canzone: in This Must Be the Place ’casa’ non è un luogo ma un momento, e andare a casa è un viaggio nel tempo, non solo nello spazio. Casa è il posto da cui veniamo ma anche il posto verso il quale torniamo ogni volta che siamo in movimento; il posto dove siamo nati e cresciuti, ma anche quello che ci siamo costruiti; il posto in cui noi siamo noi e anche il posto che condividiamo con gli altri, tutti gli altri: madri, padri, fratelli, amici, animali, vivi e morti. Casa è un santuario della memoria quanto un rifugio del presente e un cantiere del futuro. Immagino che questo sia il posto, non so distinguere l’uno dall’altro.
Improvvisamente ho capito perché ho amato tanto This Must Be the Place: perché mi ha rivelato che viaggiare vuol dire sempre andare via da casa e tornare a casa, andata e ritorno contemporaneamente. Leggerete che questo film è la storia di un ragazzo che diventa uomo, una coming-of-age story fuori tempo massimo, o la storia di uno che finalmente si libera di un bagaglio pesante, fa i conti col passato, cresce. Invece per me è una storia che rivela che crescere è raramente un percorso rettilineo (a differenza di invecchiare, o anche di morire, a sentire quel che salta in mente a Benjamin Malaussène), e che siamo adulti e bambini contemporaneamente, che siamo qui e lì allo stesso tempo, a casa e in viaggio, coi piedi per terra e la testa tra le nuvole, in qualsiasi momento sia, il qui in cui siamo è già casa, indipendentemente da dove e come. Questo deve essere il posto. Dov’è, com’è, con chi, come, non importa. L’importante è partire per cercarlo, inventarlo mentre sei in movimento. E perdonare, e perdonarsi se non siamo al posto giusto nel momento giusto, se non siamo a casa quando dovremmo, a casa quando vorremmo.













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