“Ci siamo quasi “ ci dice Martina.

Dodici facce a punto interrogativo su un caratteristico pulmino che percorre gli ultimi chilometri di sterrato che da Dakar ci portano al campement “Le Walo”.

Dai finestrini impolverati vediamo donne intente a fare il bucato nel fiume, imponenti alberi di mango e carretti trainati da asini, mentre il cielo si tinge dei colori del tramonto. La curiosità e l’entusiasmo che aleggiano tra di noi, quasi a destinazione dopo circa 48 ore di viaggio, sembrano essere corrisposti da un’orda di bambini che al grido di “toubab, toubab” si appendono al nostro pulmino in corsa.

Arrivati a “Le Walo” sorge forse spontaneo domandarsi come sia nata l’idea di costruire un campement in questo angolo di Senegal: cinque casette dal tetto di paglia, una piccola cucina, una spaziosa sala polivalente e un’accogliente tenda mauritana sorgono tra dune di sabbia costeggiate da un pigro fiumiciattolo.

I nostri dubbi vengono chiariti dalle parole di Mohammed, gestore del campement, che in uno dei primi incontri ci spiega come il sito sia stato scelto in seguito ad un’accurata ricerca. Sono stati sostanzialmente due i fattori che hanno portato a scegliere la regione le Walo per questo progetto. Il primo di ordine ambientale in quanto la vicinanza ad un ramo del fiume Lasmar, rende il territorio particolarmente fertile e favorevole all’agricoltura. L’Asescaw (Amicale Socio-Economique Sportive et Culturelle des Agriculteurs du Walo), associazione di contadini che ha promosso la costruzione del campement, si è inoltre attivamente impegnata per la conservazione del territorio, imponendo il divieto di disboscamento, fenomeno precedentemente praticato in maniera massiccia dai villaggi circostanti.

Il secondo fattore è invece di ordine culturale: le etnie wolof, peul, serere, meur, djola coabitano pacificamente nei villaggi di Savoigne Peulh e Savoigne Serere, dove si può anche riscontrare una straordinaria convivenza tra cristiani e musulmani.

L’Asescaw ha foyers (associazioni di villaggio) in entrambi i villaggi e prima della costruzione, iniziata nel 2008, si è dedicata a un lavoro di sensibilizzazione dei locali sul tema del turismo responsabile. Coinvolgendoli nella gestione pratica del campement ha fatto sì che i villaggi potessero godere a loro volta di ricadute economiche e culturali.

Le nostre visite ai villaggi sono state di certo tra le esperienze più entusiasmanti del soggiorno. Durante la prima settimana siamo andati al villaggio di Savoigne Peulh a bordo di carretti trainati da cavalli. Ancora all’entrata del villaggio un nutrito gruppo di persone ci accoglie cantando a ritmo di battiti di mano. Bellissime donne avvolte in abiti sgargianti, bambini curiosi e intimoriti, uomini sorridenti ci danno il benvenuto accompagnandoci al loro villaggio che, nonostante la semplicità e l’essenzialità, ci sorprende per il calore e il senso comunitario che riesce a trasmettere. Una grande stuoia viene stesa per farci accomodare e assistere allo spettacolo. L’essenziale senso di smarrimento viene presto spazzato via dalla sorprendente “teranga” (l’ospitalità senegalese): tutto si è svolto con totale spontaneità e condivisione. Le rappresentazioni di momenti della loro vita quotidiana, come la lavorazione del miglio e il rito del matrimonio, ci hanno immediatamente catapultato nella loro realtà.

Gli stimoli e le sensazioni provati in quel pomeriggio non sono facili da rendere a parole. L’unico consiglio è di viverlo direttamente. Uno dei guardiani che lavora al campement ci racconta che suo padre Asman Ka è l’attuale chef del villaggio che fu suo bisnonno Nolougou Yamar Ka a fondare. I motivi che lo spinsero a stabilirsi a Savoigne Peulh con il suo bestiame furono sostanzialmente tre: l’abbondanza di acqua, il terreno fertile e la vicinanza alla strada nazionale.

Attualmente il villaggio è così organizzato: lo Chef ricopre il ruolo più importante e in sua assenza è il fratello a farne le veci. Il consigliere si occupa delle questioni amministrative. L’Imam è colui che dirige la preghiera e le cerimonie come matrimoni e battesimi. Il Griot è invece il detentore del sapere, delle tradizioni locali che vengono trasmesse oralmente da generazione in generazione tramite attività culturali come la danza, i rituali, ecc

In quanto all’organizzazione familiare, è la donna che si occupa della maggior parte dei lavori mentre l’uomo si cura soprattutto del bestiame. Per i peulh la maggior parte delle entrate economiche derivano dalla vendita di carne e latte e tutto il denaro viene raccolto in una cassa comune il cui utilizzo viene deciso dalla comunità riunita.

L’elemento principale su cui si basa la vita del villaggio è lo spirito comunitario e il valore della condivisione.

Ma la sorprendente convivenza pacifica tra etnie e religioni differenti trova la sua massima espressione nell’altro villaggio nei pressi del campement: Savoigne Serere.

Il villaggio fu fondato nel 1964 da dodici pionieri in cerca di un luogo favorevole all’agricoltura. Ancora oggi nel villaggio, che conta circa 800 abitanti, l’attività dominante, con allevamento e pesca, è l’agricoltura: si coltivano riso, aglio, melanzane, cipolle, pomodori e alberi da frutto (manghi, papaye…). La vicina industria Socas di trasformazione dei pomodori dà lavoro ad alcuni degli abitanti del villaggio. Si coltiva per l’autoconsumo e si vende l’eventuale surplus al mercato settimanale, il giovedì.

La particolarità di Savoigne Serere è rappresentata dalla pacifica coabitazione tra etnie diverse: i serere, che costituiscono la maggioranza, condividono vita quotidiana e decisioni con peul, djola e wolof. Ancora più straordinaria è la coesistenza di una chiesa e un centro giovanile cattolico, fondata da un padre italiano, con la moschea musulmana.

Cattolici e musulmani condividono anche la medesima scuola e centro sanitario presenti nel villaggio. Parte cattolica e parte musulmana hanno ognuno il proprio chef del villaggio che si occupa dell’amministrazione insieme ai propri consiglieri e che si concertano tra loro nel caso di decisioni che interessano l’intero villaggio o questioni esterne.

Un’altra figura di grande influenza è quella dello chef coutoumier, un anziano saggio a cui viene riconosciuto un potere quasi magico. È lui che viene interpellato per risalire alla causa di eventuali dispute o problemi personali che destabilizzano l’equilibrio del villaggio.

Che sia merito dell’influenza magica dello chef coutoumier, o della straordinaria tolleranza di ciascuno degli abitanti del villaggio, Savoigne Serere è sicuramente un posto che vale la pena visitare.

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Camillo, Letizia, Lorenzo, Marta, Paola e Sabrina si sono recati in Senegal un mese per il Servizio Volontario Europeo (nell’ambito del programma Youth in Action finanziato dall’Ue).

Questo è il racconto del loro arrivo al campement Le Walo di Ross Bethio, dove sono stati i primi a inaugurare la struttura destinata a ospitare i turisti che viaggiano con il tour operator “responsabile” Viaggi Solidali.

Per informazioni sul Senegal e le iniziative di viaggi responsabili:

www.incontrasenegal.com

le foto dell’articolo sono di josè pereira e ho visto nina volare (su licenza CC)