Con la traduzione di In Protest, The Power of Place, articolo pubblicato il 15 ottobre dal New York Times e firmato da Michael Kimmelman, facciamo uno strappo alla regola di NBM e parliamo di viaggiare in senso molto lato.

In questi giorni abbiamo seguito l’occupazione di Wall Street, partecipato alle manifestazioni mondiali del 15 ottobre e ci siamo lasciati conquistare da un movimento tanto embrionale quanto stimolante.  Occupare uno spazio pubblico insieme ad altre persone sta riacquistando significato e, come spiega Michael Kimmelman, proprio la riappropriazione delle piazze potrebbe diventare il fondamento di una protesta inizialmente accusata di non avere forma e coerenza. Viaggiare significa anche e soprattutto appropriarsi di luoghi, fisici o metaforici, ecco perchè ci è sembrato importante tradurre una riflessione sul legame tra luoghi e protesta.

_

Il movimento in continua crescita di Occupy Wall Street, con accampamenti non solo a Lower Manhattan ma ora anche a Washington, a Londra e in altre città, dimostra – tra le altre cose – che a prescindere da quanto decisivi siano diventati i new media nel diffondere la protesta in questi giorni, niente può sostituire la discesa in piazza della gente.

Un altro segnale è arrivato settimana scorsa quando il proprietario di Zuccotti Park, dove i manifestanti di New York si sono stabiliti, ha ritirato all’ultimo momento la richiesta di assistenza avanzata alla polizia per la pulizia del parco. Il che ha evitato, almeno temporaneamente, di fronte ai media di tutto il mondo, un confronto su ciò che i manifestanti ritenevano solo un pretesto per lo sfratto.

Tendiamo a sottostimare il potere politico dei luoghi fisici. Poi arriva piazza Tahrir. E ora Zuccotti Park, fino a quattro settimana fa una piazza del centro semisconosciuta e non più grande di un isolato con qualche albero e qualche panchina in cemento, a pochi passi da Ground Zero e a due isolati a nord di Wall Street sulla Broadway. Un centinaio di persone con poncho e sacchi a pelo l’hanno portata al centro dell’attenzione.

L’università Kent State, piazza Tienanmen, il muro di Berlino: chiaramente utilizziamo i luoghi, gli edifici e le architetture per alloggiare i nostri ricordi e le nostre energie politiche. La politica smuove le nostre coscienze. Ma i luoghi ossessionano la nostra immaginazione.

È vero, ci colleghiamo a Facebook e a Twitter, ma facciamo pellegrinaggi sul campo della battaglia di Antietam, ad Auschwitz e all’Acropoli per ammirare le macerie dei tempi di Pericle e Aristotele.

Di tutti quelli che potevano venirmi in mente, ho pensato ad Aristotele mentre l’altro giorno guardavo i dimostranti di Zuccotti Park tenere una delle loro ‘assemblee generali’. Ne  ‘La politica’, Aristotele sosteneva che le dimensioni della polis ideale si estendono fino a dove può arrivare la voce di un messaggero. Credeva che la voce umana fosse direttamente collegata all’ordine civico. In una città a tutti gli effetti, una cittadinanza sana necessita di un dialogo faccia a faccia.

E, guarda caso, succede che poco dopo l’inizio della protesta, quando la polizia vieta l’uso di megafoni a Zuccotti Park, costringe anche i manifestanti a trovare un’alternativa. I ‘mic check’ (il check che si fa al microfono per controllare se funziona, ndt.) sono così diventati il metodo usato e condiviso da tutti per far circolare gli annunci, diffusi tra la folla da persone che ripetono, frase per frase, ciò che un oratore ha detto a quelli intorno a lui, spingendo tutti a parlare con un’unica voce. È come il vecchio gioco del telefono senza fili, ed è fastidiosamente lento.

“Ma anche la democrazia lo è”, mi dice Jay Gaussoin, un attore e falegname disoccupato di 46 anni. “Di questi tempi ci distraiamo così facilmente, le persone si sono dimenticate come si fa a concentrarsi. Ma la strategia del ‘mic check’ richiede non solo che ognuno di noi senta le opinioni degli altri ma che si ascolti davvero ciò che gli altri dicono, perché dobbiamo ripeterlo parola per parola”.

“Richiede un’architettura della consapevolezza”, è stata la frase esatta e calzante di Jay Gaussoin.

Anche se di prima mattina, quando i manifestanti sbucano dai loro sacchi a pelo, assomiglia a colpo d’occhio a un campo di rifugiati, Zuccotti Park è in effetti diventato una polis in miniatura, una piccola città in via di formazione. Che sia anche un parco privato è uno dei sottotesti più significativi di questa storia. Già Liberty Park, questo parco è stato intitolato nel 2006 a John E. Zuccotti, presidente della Brookfield Office Properties nonché proprietario dell’area. Una variante delle leggi urbanistiche concessa anni fa alla Brookfield ordina che il parco, al contrario degli altri spazi pubblici gestiti dalla città di New York, rimanga aperto giorno e notte.

Questa peculiarità ha puntato inaspettatamente i riflettori sul fallimento di gran parte di ciò che le ultime due generazioni di americani avevano accettato come spazi pubblici in America. Molti di questi non sono altro che piccoli segni di ringraziamento che gli immobiliaristi hanno offerto in cambio del permesso di costruire edifici più grandi e più alti. Pensate all’atrio del grattacielo I.B.M. su Madison Avenue e agli altri innumerevoli luoghi come questo: spazi “pubblici” che non sono davvero pubblici, ma quasi-pubblici, controllati dai loro proprietari. Lo Zuccotti Park in linea di principio è soggetto alle norme della Brookfield che vietano l’uso di tele cerate e di sacchi a pelo e il deposito di proprietà personali sull’area. Questa situazione nel complesso illustra quanto abbiamo permesso all’antico ideale civico di spazio pubblico, di passare da arena di pubblica espressione e pubblica assemblea (come lo Speakers’ Corner di Hyde Park, per esempio), a contentino commerciale (il foyer del Time Warner Center).

Avendo vissuto in Europa negli ultimi anni, mi sono spesso trovato in parchi e piazze, a Barcellona, Madrid, Atene e Milano, a Parigi e a Roma, occupati da comunità di manifestanti in tenda. La protesta e l’assemblea pubblica sono parte del contratto sociale europeo. Forse la differenza in America sta nella nostra eterna ossessione per le auto e l’autonomia, nella nostra predilezione per l’isolazionismo o nella nostra preferenza per il guardare piuttosto che partecipare.

In Europa, le proteste riguardavano il lavoro, i fallimenti dei governi e il debito. Il fatto che il messaggio degli occupanti di Zuccotti Park sia confuso, non consente di centrare il punto della protesta. L’accampamento stesso è diventato il punto della protesta.

“Veniamo per sentirci parte di una comunità più grande”, dice Brian Pickett, 33enne professore aggiunto di teatro e oratoria alla City University di New York. L’ho conosciuto settimana scorsa, seduto a terra tra le pile di sacchi a pelo appoggiati su tele cerate in un angolo del parco. “E’ importante inserire tutto questo nel contesto dell’alienazione attuale. Facebook lo usiamo da soli. Ma le persone non sono sole qui”.

E, come risultato, i manifestanti si sono svelati gli uni agli altri. Gli egiziani hanno descritto questo stesso fenomeno in piazza Tahrir. Anche i membri del Tea Party ne hanno parlato. I manifestanti non si limitano a mostrare al mondo una massa di persone. Scoprono cosa si cela dietro i loro numeri – persone con preoccupazioni simili, se non identiche. Immaginate Zuccotti Park – mi ha detto un manifestante – come un diagramma di Venn di personaggi che rappresentano diverse disillusioni politiche ed economiche. Il parco è il luogo dove le loro lamentele si sovrappongono. Diventa letteralmente terreno comune.

Ed è stato per me ovvio, nel guardare la folla unirsi col passare dei giorni, concludere che il consenso emerge urbanisticamente, ovvero che i manifestanti, che hanno inventato la loro forma di governo senza leader per mantenere la pace, trovano unità nel senso di comunità. La stessa modalità di governo che scelgono è al contempo il messaggio alla base della protesta.

Delinea i contorni di una città, come ho detto prima. I manifestanti hanno allestito una cucina per servire il cibo, uno sportello legale e dei servizi igienici, una biblioteca di libri donati, un’area dove si riunisce l’assemblea generale, un’infermeria, un media center dove la gente può ricaricare i laptop usando generatori portatili e anche un negozio – il comfort center – rifornito di vestiti, lenzuola, dentifricio e deodoranti donati e, come il cibo, gratis.

È qui che ho trovato Sophie Theriault l’altra mattina, mentre rovistava tra pile di pantaloni e maglie appena arrivati. Una tranquilla contadina di 21 anni del Vermont votata al biologico, aveva già passato diversi giorni e notti come volontaria qui: “Forse non saremo arrivati tutti qui con gli stessi problemi in testa” mi dice “ma condividere questo spazio giorno dopo giorno, notte dopo notte, diventa un’opportunità per scoprire interessi in comune”.

In quel momento un ragazzino con jeans a sigaretta e canotta inizia a frugare tra le pile di cappotti. “Cerco qualcosa che mi tenga caldo”, borbotta.

“Quello sembra ok”, dice Sophie della giacca invernale in poliestere con un cappuccio bordato di finto pelo che il ragazzo sembra intento a esaminare.

“Non quel tipo di caldo” risponde, indicando un paio di calzini che Sophie gli allunga prima di tornare al suo punto: “Ci riuniamo ogni sera per parlare di come mantenere pulito e sobrio questo posto, di come mantenerlo uno spazio emotivamente e fisicamente sicuro per tutti. Il consenso costituisce la comunità”.

Patrick Metzger, un ingegnere del suono e compositore di 23 anni, le fa eco: “Dai post su internet non riceviamo informazioni su razza, classe, età, su chi sono davvero le persone. Fox News parla di schegge impazzite e gang. Ma è evidente quanto il mix sia davvero più complesso: studenti e persone più anziane, genitori con famiglie, muratori in pausa pranzo, quadri dirigenti di Wall Street disoccupati”.

Ok, c’è anche qualche svitato, come in ogni rally politico. Ma Patrick Metzger ha colto il punto. La diversità dei manifestanti, almeno durante il giorno, è intrinseca alla resistenza della protesta. È dall’11 settembre che non si sentiva in giro gente chiedere “Ci sei stato?”, “L’hai visto?” di un qualsiasi posto a Manhattan. L’occupazione del mondo virtuale assieme a quella di Zuccotti Park stanno alimentando il movimento di Occupy Wall Street unitamente. Nessuno dei due senza l’altro sarebbe così efficace.

Detto questo, è per terra che i manifestanti stanno costruendo un’architettura di consapevolezza.

_

Michael Kimmelman è il critico di architettura del New York Times, lo ringraziamo per averci permesso di tradurre il suo articolo.

La foto in alto e in home page è stata scattata a New York da Darwin Yamamoto.

  • Pingback: Cowbird: il mondo si racconta | No Borders Magazine()

  • grazie 🙂 leggendolo l’avevo trovato anche io molto interessante, ed è vero, per scendere in piazza c’è sempre un viaggio da affrontare

  • cecè20

    bell’articolo, con collegamenti molto interessanti ( il richiamo ad aristotelle è eccellente.) a partire ”  …dal viaggio come riappropriazione dei luoghi fisici”. D’altronde per raggiungere la Piazza …bisogna affrontare un viaggio.
    Complmenti.

  • Pingback: Fenomenologia di un disincanto politico | Honest & Unmerciful()