L’esperienza totale del London Film Festival dall’inizio alla fine somiglia a un viaggio: bisogna fare i bagagli e studiare i programmi, lasciarsi portare verso destinazioni inaspettate quando i piani saltano e, soprattutto, prendere un periodo di ferie dalla vita quotidiana. Sì, perché mentre per il pubblico il LFF dura meno di quindici giorni, per la stampa si inizia con varie settimane di anticipo rispetto alle date ufficiali: per poter presentare anche solo una parte del programma che conta 204 pellicole diverse,  le proiezioni partono alla fine di settembre, e continuano fino al giorno di chiusura, più di un mese dopo.

Come tutti i viaggi ben organizzati, la giornata dei delegati stampa comincia prestissimo, e necessita una seria preparazione: le prime proiezioni sono in genere alle 9 di mattina e bisogna arrivare con mezz’ora di anticipo per assicurarsi il posto; si finisce quasi sempre verso le 5pm. Poi ci sono le conferenze stampa, gli incontri e le discussioni, le presentazioni speciali, e gli eventi mediatici. C’è chi si porta le provviste da casa, e chi arriva persino con i vestiti di ricambio: certi giorni c’è da farsi belli per le serate di gala sul tappeto rosso ma non c’è tempo per andare a cambiarsi; certi altri, fuori fa caldissimo ma dentro al cinema l’aria condizionata obbliga ad aggiungere strati di vestiti. Enormi thermos pieni di caffè aiutano sia la digestione dei film più duri, che i ritmi circadiani che soffrono una specie di jet-lag da buio forzato. Dopo un paio di settimane ci si abitua talmente tanto alla routine da festival che non si pensa più che giorno della settimana è, ma che film ci sono in programma. Sembra davvero di stare in quelle vacanze con itinerari rigidi e pianificati per vedere e sperimentare il più possibile. Si arriva a sera esausti e felici, pronti per dormire e rifare tutto da capo il giorno dopo.

Il clima che si crea è surreale su tanti livelli: l’ultimo giorno incontro Phil, un ragazzo inglese che lavora a tempo pieno in pubblicità e scrive di cinema sul suo blog, il quale mi racconta che letteralmente ogni anno si prende quattro settimane di ferie per seguire il LFF, e quest’anno ha visto circa 90 film. Dariko, una giornalista che viene dalla Russia, mi spiega che la domanda del visto per l’Europa va fatta con un anticipo così lungo che il critico cinematografico ufficiale del suo giornale non è riuscito a ottenere il bramato documento; siccome lei era già qui per altri motivi, si è offerta di scrivere gli articoli al posto suo. Il brasiliano Maurizio invece è un regista indipendente che segue il Festival per un sito australiano; durante le settimane in cui salta la barricata e diventa critico non guadagna, ma in questo modo può vedere un sacco di film nuovi e fare un po’ di sano networking.

Nelle varie settimane si aggiungono compagni di viaggio di tutto il mondo: canadesi, svizzeri, indiani, australiani e austriaci. In una città tanto multiculturale come Londra è tutto normale, ma c’è qualcosa di speciale nel poter parlare di cinema iraniano con i giornalisti iraniani, e di attori islandesi con gente che a Reykjavik vive nella stessa strada. Per non parlare delle opportunità di incontrare registi, produttori, attori, compositori e costumisti internazionali, viaggiatori che si raccontano spesso e volentieri, pronti a rispondere a domande sui loro lavori ma anche sulle loro vite.

Dopo un mese di questa bellissima esperienza, oltre ai contatti umani quello che rimane sono i viaggi attraverso le immagini, che davvero ci hanno portati nei punti più disparati del globo. La destinazione più affascinante è sicuramente la Turchia centrale di Bir Zamanlar Anadolu’da (C’era una volta in Anatolia – foto in alto), attraverso la quale un gruppo di poliziotti baffuti e stanchi, con le occhiaie e la panza, accompagna un presunto assassino per cercare di recuperare un cadavere. La prima parte del film è illuminata quasi esclusivamente da fari di macchine e lampade a olio, e i personaggi si muovono arrancando nel buio; l’effetto è strabiliante: sembra di guardare un quadro di Caravaggio in movimento. L’arrivo del giorno nella seconda parte del film mostra una steppa misteriosa e ostile, un posto in cui le indicazioni geografiche sono irrilevanti o impossibili da leggere, spazzate via dal vento e oscurate dalle nuvole. Il regista Nuri Bilge Ceylan è bravissimo a raccontare storie di uomini, ed è soprattutto il ritratto collettivo di questi maschi di mezz’età a dipingere l’afresco di un paese che è metà rivolto al passato e metà al futuro, metà Europa e metà Asia. C’è una tale maestria nel suo modo narrativo che la tecnica e il substrato filmico vanno sempre di pari passo con le immagini e la storia; è un film artistico, ma sembra anche un thriller, un documentario e una commedia nera. Quando sono uscita dal cinema ho detto che se Čechov avesse fatto il regista avrebbe fatto tutti film così, in cui sembra tutto tanto chiaro in superficie che hai quasi l’impressione che non succeda niente o che succedano solo cose piccole senza grandi conseguenze, ma quando arrivi all’epifania e tutto si chiarisce è una bomba che ti scoppia dentro. Secondo me C’era una volta in Anatolia vincerà l’Oscar come miglior film straniero; lo scrivo qui, così se voi ci mettete su 10€ e ne vincete 10.000 mi mandate la percentuale. (Prego, il piacere è tutto mio.)

Dalla Turchia si fa presto a passare per la Grecia di Alps (Αλπεις), la seconda opera di Yorgos Lanthimos, il poderoso regista dello scioccante Kynodontas (Κυνόδοντας) (anche conosciuto come Dogtooth). Le Alpi del film non sono le Alpi che conosciamo noi, ma un gruppo di ateniesi coinvolti in un perverso progetto di supporto psicologico per persone che vivono un lutto. Il senso dell’umorismo di Lanthimos è nero scuro, e la sua satira dello psicodramma è spietata sia con le vittime che con gli organizzatori. Le regole del film sono chiare fin dall’inizio, se non ridi nei primi 10 minuti, questo film non fa per te; se invece ridi come ho fatto io, qui c’è uno dei film dell’anno. Attenzione a non prendere lucciole per lanterne: dice il regista che ogni riferimento alla situazione politico-economica della Grecia è puramente casuale, e che nessun gatto è stato ferito durante la lavorazione del film (a differenza di quello che succede in Kynodontas).

Parlando di gatti, il premio per il film più vacuo e irritante del LFF va a The Future, un film narrato da un gatto randagio con la voce cigolante di Miranda July. Io Miranda July la trovavo poco simpatica già prima, ma dopo questo film non so come ho fatto a contenere la violenza. Una collezione di first world problems che dovrebbe essere una specie di lavoro satirico sulle false responsabilità che si sentono sulle spalle i trentenni alienati di oggi, una serie di ideuzze bislacche e pretenziose infilate a caso una dopo l’altra: è un film che avrebbe avuto un gran bisogno di regia, invece che di solipsismo. L’unica nota interessante è il modo in cui è presentata Los Angeles come un’infinita periferia americana senza personalità e lontano dalle luci della ribalta.

Lontanissimo quindi dalla Hollywood dei tardi, ruggenti anni ’20 nella quale si svolge l’indiscusso capolavoro del festival: The Artist. Ma questa sì che è una Los Angeles che vorrei visitare! Diretto e prodotto in Francia da Michel Hazanavicius (uno che dev’essere cresciuto a pane e Buster Keaton) The Artist è la storia di una star del cinema muto che sembra un incrocio tra Douglas Fairbanks Jr. e George Clooney, e di cosa gli succede all’avvento del cinema sonoro. Se normalmente la location Hollywood è utilizzata come metafora della settima come fonte di ambizione, corruzione e perversione (Viale del tramonto, Il giorno della locusta, Mulholland Drive), qui diventa una pura celebrazione dell’arte del cinema, tutto il cinema, non solo l’ultima moda o la tecnologia del momento che gonfia il botteghino (e qui c’è come una notevole strizzatina d’occhi contro il 3D, per chi la vuole vedere). E’ un film stupendo dal punto di vista dell’esecuzione e della messinscena, girato in bianco e nero, muto, e ripieno di gustosissime citazioni per gli intenditori. Per i non intenditori ci sono comunque performance spettacolari, “una storia d’amore e un pezzo con un cane” (un cane bravissimo! Oscar per il miglior cane!) – come dicevano in Shakespeare in Love, questo è quel che vuole la gente dall’intrattenimento. Gioia, tripudio, buoni sentimenti, ma pochissima melassa: The Artist è un film per tutti, e se non ti piace hai un cactus al posto del cuore.

Da Hollywood al Texas orientale di Bernie il percorso è relativamente breve. Il film è molto benevolo, forse anche troppo; è forse anche poco ambizioso dal punto di vista cinematografico: i riferimenti (tele)visivi sono a Parks & Recreation e Six Feet Under, non certo al grande cinema americano. Però questa piccola storia (vera) di paese, per me ridà il cuore a una parte di America normalmente filmata come un luogo bigotto e conservatore. Jack Black nel film è in gran forma, ma il vero genio comico è Matthew McCouaughey, irriconoscibile, nei panni dello sceriffo.

Tra la California e il Texas c’è la cittadina di Darwin nel mezzo del deserto del Mojave. 35 abitanti, un ufficio postale, dozzine di storie toccanti, divertenti, incredibili. Il documentario dello svizzero Nick Brandestini è stato una grandissima sorpresa, e sono sicura che ne sentiremo parlare in futuro.

(Eh sì in Texas ha girato il suo nuovo documentario anche Werner Herzog, un film a quanto pare strepitoso che si chiama Into the Abyss, che parla di un ragazzo condannato a morte e della sua vita in carcere. Purtroppo la proiezione stampa era in un posto piccolissimo e gremito e non siamo riusciti a entrare; lo andremo sicuramente a vedere al cinema.)

L’America che non ci aspettavamo di visitare è stata anche l’Ohio di The Ides of March, il thriller politico diretto e interpretato da George Clooney, con Ryan Gosling, Evan Rachel Wood e Philip Seymour Hoffmann. Io non me lo ricordo un altro film ambientato a Cincinnati (in genere i thriller politici sono ambientati a Washington, dai, al limite a Dallas), e il film non mi ha certo fatto venire voglia di fare le valigie. Marzo a Cincinnati non è una bella roba: fa freddo, è ancora buio e grigio, la primavera sembra lontanissima; la neve si sta sciogliendo e le strade sono impantanate almeno quanto le coscienze dei personaggi del film. Il pessimismo generale e il cinismo politico del film sono tipici del cinema degli anni ’70, ed è chiarissimo che Clooney regista si è riguardato Tutti gli uomini del presidente una ventina di volte prima di urlare ciak. Però a noi Clooney regista piace molto, è intelligente, sofisticato e stiloso, e che il film sia un po’ già visto glielo perdoniamo (specie dopo averlo visto da molto vicino e aver constatato che è anche più bello in persona che al cinema).

Dopo un giro nella New York di Shame la voglia di America ci è passata quasi del tutto: è un luogo triste, grigio e ammaccato. La città che non dorme mai ha le occhiaie e non si sente tanto bene. Siamo ripartiti per altre destinazioni vicine e lontane: il giro del mondo col cinema ci ha portati nella Cina avventurosa e fumettistica di Let the Bullets Fly (讓子彈飛); in Mongolia seguendo il tour del gruppo musicale AnDa Union (musicisti che cantano con la tecnica del canto gutturale che avevamo sentito per la prima volta ai Proms quest’estate); in Tailandia, Bangladesh e Messico a scoprire storie vere e inimmaginabili (spesso tragicomiche) di prostitute professioniste con Whores’ Glory; in Namibia con un medico tedesco e i suoi collaboratori nel thriller Schlafkrankheit.

Siamo tornati in Europa passando dal Nord: prima a Lillehammer con il Re del Curling – una commedia in stile Wes Anderson che fa per il curling quello che Il Grande Lebowsky fece per il bowling – e poi a Oslo per un giorno. La bella capitale della Norvegia è vista con gli occhi di un ragazzo che si sente escluso dal mondo. Joachim Trier usa una tecnica che definirei psico-geografica per raccontare la vita della città attraverso frammenti di conversazioni catturate camminando, origliando monologhi interiori che associano memorie personali ai luoghi. Oslo, 31 Agosto è un film triste e prevedibile ma intenso e commovente, girato con gran destrezza.

Dalla Norvegia siamo approdati in Scozia a trovare l’eremita di Two Years at Sea (un documentario che sarebbe perfetto se fosse un cortometraggio, così visivamente ipnotico da sembrare un film di Tarkovsky girato in 16mm, ma lunghissimo ed estenuante), e abbiamo camminato attraverso le brughiere dello Yorkshire di una nuova versione di Cime Tempestose, lontanissime da come ce le siamo sempre immaginate nelle versioni più morbide del romanzo, e vicinissime a come sono in realtà – luoghi aspri, violenti, posseduti da qualcosa di infernale. (Questo è stato un altro dei miei film preferiti del LFF – ne ho scritto anche qui.)

Abbiamo attraversato la cortina di ferro tra le due Germanie e la Cecoslovacchia in treno con Alois Nebel, un lavoro di animazione rotoscopica tanto visivamente bello quanto narrativamente confuso; salpato pescherecci in Islanda sia in Brim che in Eldfjall (Vulcano) (un altro film che in un mondo perfetto vincerebbe un sacco di meritatissimi premi, per il coraggio della storia in primis); pedalato per le strade e al lato dei canali del Belgio insieme al Ragazzo con la bicicletta (un film modesto, toccante, meraviglioso); passato la notte in una casa infestata nel nord dell’Inghilterra cercando di risolvere Il Mistero di Rockford (e la notte successiva con gli occhi sbarrati!); venduto l’anima al diavolo nelle foreste della Thuringia di Faust; invaso i Balcani e fuggiti in esilio con Coriolanus; cercato di ricostruire la storia della Spagna insieme al vecchio protagonista di Las Olas;  fatto la rivoluzione della Primavera Araba con i ragazzi di piazza Tahrir in Egitto.

L’Italia vista da qui ci è sembrata un posto un po’ strano. Terraferma piace ai turisti, e piace a chi l’ha mandato come candidato italiano alle selezioni per gli Oscar, ma il film non convince. Sotto il peso del discorso politico universale la missione umanitaria del film è destinata a crollare perché è affrontata con troppa retorica e sentimentalismo. Il resto d’Europa lo sa già che gli immigrati sono esseri umani, non ha bisogno della predica. È un vero peccato, perché se Emanuele Crialese avesse raccontato la storia di Linosa e dei suoi abitanti, concentrandosi sul racconto piccolo – le famiglie di pescatori che devono diventare operatori turistici, i cambiamenti che scalzano l’isola dal suo status e forzano il contatto con una terraferma con la quale l’isola ha poco a che spartire – Terraferma sarebbe stato un film bellissimo, potente e coerente. (Peraltro avrebbe avuto un grosso precedente ne La terra trema di Luchino Visconti, magnifico film neorealista e adattamento dei Malavoglia di Verga. Ce lo dimentichiamo un po’ troppo spesso che come nazione avremmo questo genere di pedigree cinefilo, e poi ci sorprendiamo che all’estero tutti si chiedano: ma cosa diavolo è successo al glorioso cinema italiano? Ecco.)

La breve gita nella Città del Vaticano conferma ulteriormente che Nanni Moretti e gli anglosassoni non vanno d’accordo. Habemus Papam fa anche ridere in sala, ma poi lo stroncano tutti. Sarà perché la parte sul teatro è così poco convincente, e gli inglesi di teatro se ne intendono? Sarà perché sono protestanti e volevano un film che dicesse che i preti irlandesi molestano i bambini? D’altronde qui tutti gli anni si fanno feste e fuochi d’artificio in memoria del martirio dei cattolici che cospirarono contro il re. Chissà. Se provi a dire “ma dai, non vedi, è un film sull’incapacità di interpretare un ruolo di responsabilità, proprio come Il Discorso del Re che vi è piaciuto tanto”, questi sorridono e ti dicono che quel Re ha vinto la guerra mentre il papa era nella gioventù Hitleriana.

Ho come il presentimento invece che ci sarà presto un boom di inglesi in Calabria, una regione che io conosco bene, ma che loro stanno scoprendo da poco. All’inizio del 2011 il favoloso Le quattro volte di Michelangelo Frammartino aveva fatto da ottima pubblicità per la Calabria rurale; Corpo Celeste non ti fa esattamente venire voglia di andare in vacanza a Catanzaro, ma il film va molto bene e si guadagna il rispetto di critica e pubblico. Forse perché si intravede un filo conduttore con lo splendido Fish Tank di Andrea Arnold: non solo la storia di una ragazza in crescita, ma anche l’ambientazione in luoghi che danno poca ispirazione e fiducia nel genere umano, circondati da povertà e da adulti egoisti, ignoranti e superstiziosi. Il film di Alice Rohrwacher purtroppo non ha vinto il premio per il miglior esordio, ma se lo sarebbe meritato.

Ci sono altre dozzine di percorsi cinematografici che potrei raccontare, ma come sempre un diario di viaggio non può contenere e riassumere tutto. L’ultimo giorno, neanche a farlo apposta, il LFF presenta The Deep Blue Sea, il nuovo film di Terrence Davis, girato quasi interamente in una location nel quartiere di Londra in cui abito. E come in tutti i viaggi che si rispettino, torno a casa, metto in ordine le fotografie e gli appunti, faccio la lavatrice, sperando di ripartire l’anno prossimo.

Irene Musumeci