Una domanda che spesso ci poniamo, magari bloccandoci nel bel mezzo di un ragionamento o di una sensazione particolare che ritorna all’improvviso, e che potrebbe riguardare molteplici avvenimenti delle nostre vite come una storia d’amore, la difficile decisione di cambiare casa o lavoro oppure ancora una passione che, con lo scorrere del tempo, si è fortemente radicata in noi.

Nell’ultimo periodo mi è capitato spesso di fami questa domanda in relazione alla mia passione per il Viaggio, per quella sensazione di spaesamento e di mancanza di riferimenti familiari che, se all’inizio quasi spaventa, piano piano si trasforma, diventando un motorino instancabile in grado di alimentare la sete di vivere nuove esperienze e farle proprie, sempre più a fondo.

Continuo a pensarci e ricordo, come se fosse ieri, quel senso d’agitazione che mi rimase dentro a cominciare dalla decisione di fare il mio primo Viaggio da solo, senza la compagnia dei migliori amici con i quali avevo già condiviso un Interrail per mezza Europa, le isole greche circumnavigate in costante debito di ore di sonno e un coast-to-coast degli Stati Uniti per festeggiare la fine del liceo, ma che di certo non erano paragonabili al mese e mezzo che mi preparavo a vivere.

Una sensazione quasi febbrile che aumentò grazie anche alle poche ore di sonno che riuscii a procurarmi, con estrema difficoltà, durante la notte passata nei saloni deserti dell’aeroporto di Zurigo, dal quale partivo per questioni di risparmio economico, e che continuò per tutta la durata del volo transoceanico, sotto forma di domande tanto stupide da ripresentarsi sistematicamente a intervalli regolari – Ce la farò? Starò bene? –, per culminare infine nell’istante stesso in cui, una volta recuperato il mio zaino, oltrepassai la dogana e misi per la prima volta i miei piedi sul suolo del Costa Rica.

Quella sensazione si trasformò con il passare delle ore e dei giorni, delle settimane, in una sorta di piacevole noncuranza per le mie capacità o meno di affrontare le situazioni che mi si sarebbero parate di fronte, accompagnata da un crescente stupore e da una famelica voglia di conoscere e vedere sempre di più, sempre meglio, quel paese che era così lontano, non solo geograficamente, dal mio.

Riuscii così a superare l’impatto iniziale con un taxi dal motore fumante e da cambiare al volo in autostrada, durante il tragitto dall’aeroporto al centro di San José, la capitale, e con una doppia grata di ferro arrugginito che costituiva l’ingresso dell’albergo suggeritomi e  situato in una zona della città non propriamente sicura, ancora meno per un arrivo in notturna e vista anche l’espressione dubbiosa del guidatore quando gli avevo detto l’indirizzo dove volevo essere portato.

Non fu però la prima birra bevuta in quel terrazzo che si affacciava su vie semideserte e popolate qua e là da individui cenciosi che si nascondevano nel buio, il momento esatto in cui mi dissi “ci siamo, ci sono!”, bensì il giorno dopo, quando presi il primo di una lunga serie di bus malridotti e dopo una decina di minuti sentii l’aria farsi pesante nei polmoni, entrarvi con attrito,  rendendomi così conto che ormai stavamo viaggiando attraverso la giungla vera e propria. Un verde compatto che, scorrendo velocemente ai lati della strada, mi ricordò gli sfondi sui quali si muoveva Mowgli quando lo vidi per la prima volta al cinema da bambino, e al quale poi si sarebbero succedute distese immense di campi coltivati a banane, prima di arrivare alla strada in larga parte sterrata che costeggiava l’oceano e che mi avrebbe portato a Puerto Viejo.

All’improvviso era tutto nuovo: i tratti somatici, la segnaletica, i cibi, gli accenti e i modi comuni di ogni giorno delle persone che mi stavano intorno.

Era tutto destabilizzante, ma allo stesso tempo altamente propositivo.

Rimasi un mese nella “beach house” di Cochles, un tratto di spiaggia a venti minuti circa dal paese di Puerto Viejo, passati in parte con un ragazzo più grande di me e proveniente dalla mia stessa città d’origine, che l’aveva affittata per un anno, in parte da solo o ancora in condivisione con altre persone di passaggio, conosciute e non.

Più scorrevano i giorni e più entravo in confidenza con la mia nuova vita, seppur con data di scadenza ben impressa sul biglietto di ritorno.

La conoscenza delle figure storiche della zona, come la signora dalla quale mi recavo in bicicletta quasi ogni giorno e che vendeva nella sua baracca dei buonissimi ghiaccioli al gusto manì, le giornate intere passate sull’amaca, in veranda, con il solo accompagnamento del ritmico e continuo scrosciare della pioggia caraibica sulla lamiera del tetto oppure in spiaggia a osservare i surfisti e quei pochi turisti che si avventuravano fino a lì, sporadiche serate che finivano all’alba nell’unico locale degno di tale nome del paese.

Quando iniziai a sentire quella voglia di movimento e novità farsi di nuovo pressante, e non che lì non ne ricevessi la mia razione quotidiana, partii ancora, con la sensazione quasi di intraprendere un Viaggio nel Viaggio.  Cambiando completamente ambientazione decisi di trascorrere gli ultimi quindici giorni all’interno del paese, nella zona tra l’Arenal e la riserva di Monteverde.

Sperimentai così una solitudine ancora più isolata e una confidenza, a tratti al limite dello spericolato, che mai avrei creduto di poter possedere soltanto un mese prima. Non mi sarei di certo tuffato ai piedi della Cataratta della Fortuna senza anima viva intorno altrimenti o nemmeno avrei accettato l’invito per cena da una coppia di ragazzi americani che mi avevano avvicinato dicendo che assomigliavo a Matt Stone (uno dei due creatori di South Park).

La scoperta non avveniva solo attraverso la vista, l’olfatto, il tatto, ecc. e non passava esclusivamente  dallo stupore di vedere il vulcano Arenal all’alba o di letteralmente immergersi in una batterfly farm a Monteverde, ma stavo trovando anche qualcosa che ancora non conoscevo di me, vene che non portavano sangue, ma che erano lo stesso vitali per il mio esserci.

Tutto questo, tanto o poco che fosse, stava succedendo grazie al Viaggio e a tutte quelle sensazioni che mai avrei potuto vivere senza la decisione di buttarmi in quell’esperienza alla cieca, nonostante i mille stupidi dubbi iniziali.

Sempre grazie a quel primo Viaggio, una volta tornato in Italia, passarono pochi mesi prima di una mia nuova ripartenza. Destinazione scelta il Messico, un paese verso il quale mi avvicinai con un nuovo me da mettere alla prova, da riempire, un me migliore sotto alcuni punti di vista, ma questa è la risposta a un’altra domanda…

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Simone Ciclitira: triestino di nascita e comasco d’adozione, viaggiatore tutte le volte che può e lavoratore perché deve, appassionato di qualsiasi forma artistica esistente e curatore del sito www.subliminalpop.com.

La foto in alto e in homepage è stata scattata da Florin Gorgan in Romania.