Lo scorso marzo Kolby Kirk è stato lasciato a casa dalla sua azienda. Al posto di cercare un nuovo lavoro, iscriversi alle liste di disoccupazione o deprimersi per il licenziamento, ha iniziato a camminare. 159 giorni dopo, aveva percorso 2735 degli oltre 4000 chilometri che compongono il Pacific Crest Trail. Creato ufficialmente nel 1932 ma completato solo nel 1993, il sentiero era stato pensato per unire il Messico e il Canada attraverso i crinali delle catene montuose di California, Oregon e dello stato di Washington. Assieme all’Appalachian Trail e al Continental Divide Trail, il PCT è uno dei più lunghi sentieri degli Stati Uniti. Chi riesce a percorrere tutte le sue 2663 miglia viene chiamato thru-hiker.

Auto-soprannominatosi The Hike Guy, Kolby è partito dal confine messicano vicino a Campo, in California, ha attraversato la Sierra Nevada e le foreste della California del Nord ed è arrivato alla fine del sentiero circa cinque mesi dopo la partenza, agli inizi di ottobre. Del viaggio si è portato a casa un nuovo apprezzamento per la vita e per la natura, molti chili in meno e più di 850 pagine di moleskine riempite di disegni, appunti, dati e memorabilia.

Gli abbiamo chiesto il perchè di questo viaggio. Ecco le sue risposte.

(Don’t speak Italian? You can read the English language version of the interview here!)

NBM: Hai iniziato il tuo viaggio sul PCT dopo essere stato licenziato dalla tua azienda. E’ stata quella la ragione che ti ha spinto a farlo o ne avevi di altre?

KK: Sembra che serva un particolarissimo allineamento dei pianeti per riuscire a completare tutto il PCT. Ho sempre avuto in testa l’idea di percorrere tutto il sentiero dall’inizio alla fine in una sola stagione, ma non ho mai avuto a disposizione i 5 o 6 mesi necessari per farlo. E a dire il vero, quando mi hanno licenziato stavo pensando di lasciare il mio lavoro nel 2012 per fare il PCT, quindi il licenziamento mi ha dato il tempo necessario per organizzarmi e farlo quest’anno. 31 giorni dopo il mio ultimo giorno di lavoro, sono partito diretto a nord!

NBM: Con che tipo di equipaggiamento sei partito? Avevi GPS o solo mappe tradizionali?

KK: Ho letto da qualche parte che fare lo zaino è l’arte del sapere cosa non metterci dentro. Prima del PCT, il viaggio a piedi più lungo che avevo fatto era durato solo qualche giorno. Non avevo idea di cosa portare per un tragitto così lungo e quindi, come molti altri thru-hikers, ho esagerato. Sono partito con circa 18 kili in spalla, inclusa una tenda a due posti, un sacco a pelo e diversi vestiti di ricambio. Dopo i primi 48 kilometri, ho spedito a casa 2.5 kili di equipaggiamento per alleggerire lo zaino, incluso il mio GPS (Garmin 60csx) e la mia digitale di scorta (GoPro).

Mi sono fatto rispedire il GPS quando sono arrivato sulle montagne della Sierra Nevada, dove la neve copriva alcune parti del sentiero (lo zaino a quel punto pesava 24kg. Ho usato cartine tradizionali realizzate da Lon Cooper (pctmap.net) per gran parte del sentiero.

NBM: Hai riportato tutto il tuo viaggio nelle tue moleskine perchè sapevi che avresti scritto un libro, una volta tornato, o è stata una scelta personale?

KK: Negli ultimi dieci anni non sono mai partito per un viaggio o per una escursione senza un diario. Lo faccio per tanti motivi: per raccogliere ricordi che altrimenti svanirebbero, per osservare con più consapevolezza ciò che mi circonda, per meditare. Tengo un diario per me, per il me che verrà e per la mia famiglia. E’ stato sul PCT che mi è venuta l’idea di scrivere un libro su come tenere un diario di viaggio. Ho parlato con altri escursionisti e mi ha stupito scoprire che molti non mettevano nero su bianco nulla delle loro avventure, con motivazioni più che condivisibili: mancanza di voglia, di tempo o la paura di non essere abbastanza creativi per scrivere un diario in cammino. Condividendo i miei diari, spero di dimostrare che è possibile scrivere diari anche durante un’escursione a piedi o un viaggio. Il mio libro rifletterà su come superare gli ostacoli più comuni che impediscono alla penna di posarsi sulla carta. Sperando di aiutare gli altri a scrivere diari che conserveranno con affetto per il resto delle loro vite.

NBM: Sfogliare i tuoi diari, i francobolli, gli adesivi e i disegni ora che hai concluso il PCT che impressione ti fa? Cosa ti raccontano quei diari?

KK: Quegli oggetti hanno catturato un momento della mia vita. Spero di non dimenticarmi un singolo minuto di questa esperienza, ma so che non è possibile. I miei ricordi potrebbero sbiadire più rapidamente dell’inchiostro sulle pagine di quei diari. I souvenir che ho raccolto lungo il sentiero mi permettono di tornare a un particolare momento in un attimo. Quegli oggetti sono “magici souvenir che richiamano alla memoria incidenti piacevoli altrimenti inclini a sbiadire lentamente”, parafrasando lo scrittore di viaggi John L. Stoddard.

NBM: Qual è stato il momento più difficile? E quale il più bello?

KK: L’atto di camminare per migliaia di kilometri fa leva più sulla resistenza mentale che su quella fisica, ma lungo il sentiero ci sono stati molti momenti che hanno messo alla prova entrambe. La parte più difficile del viaggio è stata sulle montagne della Sierra Nevada, dove mi sono sentito insignificante di fronte alla potenza della natura. Un giorno sono finito nel mezzo di un temporale. Chicchi di grandine grandi come piselli mi pungevano le mani e le spalle e i fulmini si scaricavano a terra vicinissimi a me che sentivo l’energia fino alle radici dei miei capelli. Provare a dormire in un sacco a pelo umido e freddo ha testato la mia sanità mentale e ha messo alla prove le mie capacità di escursionista. Alla fine di quella giornata ero esausto mentalmente, fisicamente ed emotivamente.

Il PCT si snoda lungo alcuni dei paesaggi più spettacolari al mondo, quindi è difficile stabilire quale parte fosse la più bella. Ho bei ricordi di una parte a nord del Lake Isabella, dove il sentiero costeggiava vette allineate come fossero uno slalom per sciatori. A ovest avevo una vista bellissima del Domeland Wilderness e della Sequoia National Forest. A est c’erano i deserti dell’Indian Wells Valley.

NBM: Questa esperienza ti ha cambiato? Se sì, come?

KK: Ovviamente, completare il sentiero mi ha cambiato fisicamente. Dopo 5 mesi, avevo perso quaranta kili. Ma il viaggio mi ha cambiato anche in altri modi, difficili da vedere o da descrivere. Siamo esseri pensanti. I nostri pensieri si esprimono con le parole, ma la mia esperienza è stata estremamente emozionale. Dovrei essere un filosofo o un poeta per tradurre le mie emozioni in parole e spiegare quanto questa esperienza abbia cambiato la mia vita. Spero che il passare del tempo mi permetta di avere una comprensione migliore di come questo viaggio mi abbia cambiato.

NBM: Quali band ascoltavi quando camminavi?

KK: Ascoltare musica lungo il sentiero mi piaceva molto. Radiohead, Girl Talk, Band of Horses, Ben Folds, Zero 7, Muse, Iron & Wine… Gli album che ‘suonano’ meglio sul PCT sono Into The Wild di Eddie Vedder e The Belle Brigade dei The Belle Brigade.

NBM: Diresti che il tuo rapporto con la natura è cambiato dopo il tuo viaggio?

KK: Non è cambiato – ho sempre avuto una passione per la natura – ma si è di certo rafforzato. Questo cammino mi ha portato dentro una natura tanto selvaggia che non può essere raggiunta se non con lunghe escursioni a piedi. Lo stesso potrei dire di me stesso. Passare così tanto tempo da solo – giorni interi senza incontrare altri esseri umani – mi ha avvicinato a me stesso, attraverso la natura.

NBM: Pensi che si debba essere escursionisti esperti per affrontare il PCT?

KK:  No, assolutamente. I più allenati probabilmente faranno più chilometri, ma non è sempre vero. So di alcuni escursionisti allenati che hanno dovuto concludere il loro viaggio prima del dovuto per malattie, infortuni o problemi di famiglia. D’altra parte, una volta ho incontrato una ragazza di 22 anni che non aveva mai fatto escursioni a piedi prima di affrontare il PCT ed era riuscita a camminare per oltre 1600km. Alla fine, era tornata a casa non per imprevisti, ma perchè doveva iniziare a frequentare un master all’università.

NBM: Perchè camminare?

KK:  Perchè no? Camminare mi permette di sperimentare la natura intimamente, più di quanto non farei in bici o su un’auto. Raggiungere luoghi che posso raggiungere solo con le mie gambe è un modo per vivere una vita intensa di scoperte e per sentirmi connesso al nostro pianeta.

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Tutte le foto di questo articolo sono state scattate (e gentilmente prestate) da Kolby Kirk.

  • Luca conoscere Kolby dev’esser stato molto bello! Io ci ho scambiato qualche parola solo via mail ma la sua avventura e la dedizione con cui registra e racconta le sue escursioni mi sono sembrate tanto belle quanto uniche 🙂 sei anche tu un camminatore?

  • Luca

    Ho avuto il piacere di conoscere personalmente “Condor” Kolby circa un anno fa, in Nuova Zelanda (naturalmente su un sentiero delle Southers Alps), e già allora sono rimasto colpito dalla ricchezza di annotazioni e disegni dei suoi Moleskine.
    Kolby è un artista oltre che un camminatore, e spero che da questa su aesperienza esca un gran libro.
    Bravo Kolby!