Volevo andare a Sud, tutto qui: un attivista lucano dallo Zambia alla Colombia

16 Dec 2011, Posted by in Viaggi, 1 Comment. Tagged , , , ,

Volevo andare a Sud, tutto qui: un attivista lucano dallo Zambia alla Colombia


Quando sono all’estero cerco sempre di evitare i connazionali. Qualche volta, per fortuna, non ci riesco. Cosi, circa tre anni fa, nella più radiosa primavera che abbia mai carezzato la contea di Cambridge, mentre mi riposavo dalla camminata travestito da studente, mi sono imbattuto in Rocco, antropologo da romanzo, compagno da pub e lentissimo centrocampista. Uno che a poco più di trent’anni potrebbe già scrivere una corposa autobiografia; per metà inventata, ovviamente, ché con questo lucano dal pizzetto luciferino e il passo ciondolante, nun se sa mai. Rocco è quello che si definirebbe un cane sciolto. Accompagnato da un cane. Lucano, classe ‘79, fino a prova contraria ancora dottorando in Antropologia sociale per l’università di Cambridge, è attualmente in missione in Colombia, collabora con il blog StrugglesinItaly e con il Movimento dei Senza Terra Nietos de Manuel Quintin Lame. 

Ogni tuo viaggio sembra obbedire a una chiamata etica. Secondo me ogni viaggio ha anche però una componente edonistica e individualista. Come concili il tuo impegno col narcisismo inevitabile e solitario che accompagna ogni partenza?

La necessità di viaggiare iniziò come un semplice bisogno di fuga formatosi dalla letteratura beatnik degli anni ‘50-’60. Il mio primo viaggio fu infatti negli Stati Uniti, coast to coast da New York a Los Angeles, per strada, alla ricerca di Kerouac e Ginsberg. Trovai poco dei miei idoli per le strade americane del duemila ma molto desiderio di scoprire luoghi e persone. La spinta continuò, assieme al bisogno di trovare modi per giustificare altri viaggi. Cosa potevo inventarmi, terrone laureando in Economia politica, e pure bocconiano? La risposta era propio nel mio curriculum. Viaggiare lavor(icchi)ando insomma. E così approdai in Zambia,  presso l’ambasciata italiana di Lusaka. Volevo andare a sud, tutto qui. In Africa qualcosa cambiò, e non fu colpa della ganja ma di due giorni in carcere al confine con la Repubblica Democratica del Congo per un visto non in regola. Iniziai a capire che qualcosa non andava in ciò che sapevo sul mondo. Anni a studiare e non solo non avevo capito niente, ma mi sentivo anche un po’ preso in giro. In quel 2003 è cambiata la mia etica di viaggio. Come obiettore di coscienza per la Caritas di Milano partii allora per il Chiapas. Lì, come solo gli indigeni Tzotzil e Tojolabal sanno fare, mi fu efficacemente confermato che non avevo capito una mazza, e che la mia laurea milanese mi aveva lasciato enormi lacune. Continuai a dedicarmi goffamente ai lavori del campo tra un progetto di microcredito e l’altro finchè non trovai la soluzione a tutti i miei problemi: l’antropologia.

Infatti, antropologia e viaggio sembrano un binomio inevitabile. Quanto ha influito la tua scelta accademica sui tuoi spostamenti successivi?

Ciò che ho iniziato a studiare dopo il Messico sono le relazioni di potere e la costruzione di immagini e idee dello “Stato” (o para-Stato, o Anti-Stato) nella quotidianità della gente. La globalizzazione è una manna dal cielo per uno che vuole viaggiare come me, perché frantuma l’oggetto di studio e lo ricompone in spazi “altri”. Crea la necessità di studi che non siano costretti in un luogo specifico. Dov’è lo Stato? Quante tradizioni di Stato esistono? In mancanza di risposte definitive ho dovuto continuare a viaggiare. In Asia, tra il Nepal e il sud-est, poi Inghilterra e infine Colombia. Ora, non é che ci abbia capito molto di più, ma almeno dopo tanto viaggiare credo di saper riconoscere meglio l’idiozia dei poteri: quel mondo oscuro fatto di commistioni con l’illegalità armata, di truffe, menzogne e accordi mai realizzati da mostrare all’opinione pubblica per consensi meramente elettorali; mentre chi sta lassù si spartisce le ricchezze dei territori.

Più che un viaggiatore seriale quindi sei uno che sceglie un paese e va a viverlo per lunghi periodi: bisogno di stabilità pur nella precarietà dello zaino o pura scelta culturale?

Mi sento un viaggiatore lento, lentissimo. Non sono l’autostoppista da zaino in spalla. Il mio viaggiare é sempre stato legato a qualcosa da “fare”. Fatta eccezione per sei mesi passati nel sudest asiatico dove, diciamocelo, me la sono goduta abbastanza, per il resto mi sono sempre mosso per lavoro. Questo mi ha permesso di conoscere e vivere luoghi fuori dalle destinazioni turistiche, più legati a quella ricerca di verità sui territori e le persone. In Nepal, per esempio, ho vissuto in una città di pianura sperduta al confine con l’India. Lì forse mi ricordano ancora come il primo straniero dopo la guerra civile che camminava per le strade senza auto di Tikapur (a proposito di soddisfazioni edonistiche!). In Colombia invece sono finito a vivere in una periferia della periferia della periferia: la mitica Vereda la Gloria di Buenaventura. Per un anno i miei amici sono stati minatori, ex carcerati, assasini e paramilitari. Credo mi abbiano accettato perché non mi son messo a fargli troppe pippe sull’etica, non avrebbe avuto senso. Anzi: scavando e riscavando tra umanità nascoste mi sono trovato con un gruppo di ragazzi del quartiere a finire prima dentro l’abuso di coca e poi a venirne fuori insieme: più o meno uno di loro insomma. Solo che io non potevo in nessun modo condividere quel paramilitarismo che ci controllava continuamente, fatto solo di potere delle armi e del denaro. Vedi, questo è stato il viaggio piú significativo della mia vita eppure si é mosso su pochissime strade.

Qual è il paese dove più di tutti hai pensato “qui potrei Stare”?

Credo di averlo pensato spesso ma qui in Colombia in modo più forte. Perché rimane un paese fantastico nonostante tutto, per la gente e i luoghi che ti tolgono il fiato. Solo che qui sono impegnato in una lotta continua contro l’autorità fascista, sia di destra che di sinistra. E questo chiaramente implica anche la possibilità, a essere ottimisti, di esserne cacciato a breve! Ma va bene così, l’ho imparato dai quei colombiani che credono in un cambiamento vero per il loro paese.

Cittadino del mondo eppure indissolubilmente italiano: che rapporto hai con la madre patria? Perché e come torneresti?

Ho nostalgia di un’Italia che in verità non conosco, perché sono assente ormai da dieci anni. Mi sento sempre e prima di tutto lucano, figlio di quel sud nascosto, timoroso e un po’ “a cazzi suoi” ma anche pieno di cuore. Leggo molto dell’Italia e ho tanta voglia di conoscere in carne e ossa amici di internet e di battaglie mediatiche. In realtà vorrei tornare presto, restare un un po’ e ricominciare a capirla.

La marcia nel Cauca per i vent’anni dal massacro del Nilo e l’esportazione del modello NoTav nelle valli colombiane: raccontaci il tuo ultimo progetto, con legittima speranza ma anche con obiettivo realismo.

Una premessa. Il modello che seguo è quello delle autonomie zapatiste chiapaneche, dove sono stato educato per la prima volta ai concetti della resistenza. E la Val di Susa, attraverso il suo profondo legame alla terra e l’incessante lavoro dal basso per costruire solidarietà, mi ricorda molto il Chiapas. La questione è semplice e si sintetizza così: No Tav. Non ci sono margini di trattativa, è solo No Tav. In Chiapas, come nella Val Susa, si è cercato di far partire un dialogo a partire da questa premessa, per far assumere connotati democratici e pacifici al conflitto e per trasmettere meglio il messaggio di fondo: la terra non si tocca, non tanto perché noi stiamo bene così, ma soprattutto perché quest’opera è inutile. Ci impegniamo a spiegarvi perché abbiamo ragione e perché il governo non può continuare a fingere autismo. Sto imparando dai compagni zapatisti e valsusini come usare nuovi mezzi mediatici per costruire contro-narrazioni che mostrino a sempre più persone questa semplice realtà. Questa mobilitazione unisce già una moltitudine di attori politici in giro per il mondo e racogliere queste grida che vengono dal basso credo sia il vero progresso a cui debbano aspirare le martoriate democrazie occidentali.

Per tornare alla Colombia: qui gli indigeni Nasa lottano per essere riconosciuti da decenni, per non dire da sempre. E anche loro sono preziosissimi insegnanti sui significati profondi della resistenza in carne e ossa. La commemorazione del massacrodelNilo del 16 dicembre deve avere un forte impatto mediatico e per me è diventata un’esplorazione nei meandri della comunicazione di massa. Dobbiamo far capire al governo colombiano che, così come stanno, le cose non vanno bene a tante, troppe persone. Non è più possibile che siano sempre gli stessi a essere soppressi per aprire nuove miniere d’oro che arricchiscono gente che non ha mai messo un piede su queste terre. Il nostro è un messaggio semplice e che dobbiamo rendere internazionale: siamo qui umilmente,  stanchi della guerra, lasciateci in pace; noi sappiamo come amministrare i nostri territori in funzione del bene comune. Questo sarà il nostro 16 dicembre. Se riusciremo a parlarne a tanti anche in Italia e nel mondo, sarà ancora più bello.

Cosa ne sarà di te dopo il 16 dicembre?

Come avrai capito sono stato un po’ stressato ultimamente, per cui mi merito un bel viaggio, stavolta magari zaino in spalla. Non so ancora bene dove, so solo che vorrei continuare verso sud.

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Paolo ha quasi 30 anni, una inutile laurea in lettere e una fastidiosa ipocondria. Vive tra Terni e internet. Ha una gran paura dell’aereo, fobia che non riesce tuttavia a chetare la sua dromomania. Il suo sogno è sondare il globo per trovare il posto perfetto dove stabilirsi e prendere finalmente un cane, al quale tra l’altro è allergico.

La foto in alto e in homepage è stata scattata da Christopher Schoenbohm in Colombia.

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