Da Arusha pedaliamo attorno al Monte Meru per raggiungere Mkuru, un villaggio Masai dove un nostro amico ha lavorato per due anni a un progetto sulle energie alternative e dove siamo attesi per la sera. Sprovvisti di cartina, ci fa strada un minibus in pausa che ci mostra il bivio giusto dove parte la nostra pista polverosa che fatichiamo a vedere e seguire, anche a causa di folate di vento contrario che solleva la sabbia e fa perdere le tracce. Incontriamo una jeep a cui chiediamo conferma della nostra direzione, l’autista ci rassicura e i due turisti a bordo empaticamente ci augurano all the best lanciandoci occhiate tra l’invidioso e lo scettico.

Giungiamo proprio al boma di Mkuru dove, oltre al villaggio, ci sono un paio di casette all’occidentale e un ragazzino che ascolta la radio. Ci osserva perplesso, non parla una parola di inglese, ma fa un cenno di assenso alla domanda se siamo a Mkuru. Altri tentativi di comunicazione falliscono. Nominiamo il capo villaggio e altri membri dello staff e, a gesti, facciamo capire di volerli incontrare. Il ragazzino si mette in marcia e noi, lasciate le bici cariche, lo seguiamo. Da un’altura notiamo altri edifici in lontananza e, sempre a gesti, comprendiamo che dobbiamo arrivare proprio là e che non sarà facile data la distanza e l’orografia. Con un deciso dietrofront andiamo a riprendere le bici, questa volta è il ragazzino che ci segue.

Trasciniamo le bici tra i sassi enormi che bloccano il cammino cercando di capire se esista una qualche pista su cui poter se non pedalare, almeno procedere senza distruggere le ruote. Dal boma esce un Masai canuto e con un occhio solo che diventa la nostra nuova guida. Non parla inglese ma è più espressivo del ragazzino. Di pedalare non se ne parla, ci fa capire che ci saranno un bel po’ di massi che inizia a spostare quando Gaia deve passare! In queste occasioni abbiamo imparato che, in genere, è meglio lasciarsi trasportare dalla corrente degli eventi. Nella calura di mezzogiorno spingiamo noi e le bici fra pietraie e rovi di acacia, con l’anziana guida che continua a sollevare massi per cavalleria o aiuta Gaia a far passare la bici nei punti apparentemente invalicabili per una mezzo stracarico non vivente. Prima di giungere a destinazione non può mancare il guado di un rio che dobbiamo ripetere più volte per trasportare capra e cavoli.

Pedalando lungo il versante nord del Monte Meru ci spostiamo a est verso il Kilimanjaro, con unica mappa una cartina redatta a mano dal nostro amico e verificata da un Masai di Mkuru.

La strada torna ad essere estrema, passiamo zone dove incontriamo solo sporadici pastori Masai poco più che bambini, ma godiamo appieno della natura in tutta la sua potenza che affascina e intimorisce.

La solitudine e la sensazione di fragilità sono interrotte dagli incontri con bambini e adulti che, approssimandoci ai villaggi, alla nostra vista si richiamano al grido di: “Muzungo, muzungo!” (noi “stranieri occidentali” bianchi) per accorrere da campi e case per vederci, scrutarci, salutarci, a volte toccarci o correre per superarci. Non è sempre piacevole, soprattutto quando la fatica è tanta, ma i loro volti, i loro tentativi di comunicare esprimono un’umanità rara alle nostre latitudini.

Al termine della nostra “circumpedalata” nel nulla vulvanico delle falde del Kilimanjaro, a Marangu, piantiamo la tenda nel giradino dell’hotel Kibo, un bellissimo edificio coloniale che negli anni ’70 ha ospitato J.Carter e la moglie. Ora è quasi vuoto, i turisti gli preferiscono hotel più moderni e dotati di generatore che non li costringono a cenare e muoversi al buio. Il personale è di un’altra epoca, quando l’accoglienza e l’attenzione al cliente era lo scopo e l’orgoglio della professione: conoscono e amano ogni pezzo dell’hotel non si stancano di mostrarne i segreti e raccontarne gli anedotti, molti dei quali relativi al pernottamento del presidente USA.

Lasciamo Marangu e il Kibo per scendere di 1.000 metri a Moshi, una piacevole cittadina votata al turismo, e proseguire per l’incantevole riserva di Amani, nel centro della foresta pluviale, sui monti Usambara per terminare il nostro viaggio sulle spiagge di Tanga e Pangani prima del ritorno a Dar Es Salaam.

Il tesoro di ogni viaggio sono per noi alcune immagini indimenticabili: della Tanzania sarà il ruggito di un leopardo che scende da un albero ammirato nel Serengeti, la fila trigonometrica di migliaia di gnu nel Ngorongoro, i camaleonti notturni di Amani, i Masai nei loro vestiti tradizionali che pascolano le greggi, parlano al cellulare e indossano occhiali da sole, la piste nella vastità della savana, il primo avvistamento della cima del Meru e del Kilimajaro, il sapore intenso dei pomodori maturi.

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Gaia e Alessandro

Siamo una coppia di oltre quarantanni che ama viaggiare, meglio se con le nostre biciclette, per il mondo (provate a chiedere magari ci siamo stati!). Entrambi lavoriamo nel sociale e questo determina anche il nostro modo di osservare i paesi e di incontrare le persone che li abitano. Gaia è vegetariana mentre Alessandro se ha fame diventa ultra irascibile e mangia qualunque cosa. Nel 2009 abbiamo ciclo-viaggiato per 11 mesi, l’esperienza per chi fosse interessato è tutta raccontata qui: http://gaiale.blogspot.com. (Le foto all’interno dell’articolo sono digitalizzazioni delle loro diapositive)

Le foto di questo articolo sono scattate da Gaia e Alessandro durante il loro viaggio.