San Sebastian è l’oceano e truppe di surfisti che arrivano fin qua anche dall’Italia, per confrontarsi con quelle che dicono essere alcune delle onde più belle d’Europa. Dall’ostello in cui siete alloggiati si direbbe sia vero. È in un palazzo non certo moderno nel centro città, si affaccia su una piazza quadrata, dai giardini ben curati, e gran parte dei ragazzi e delle ragazze che dormono lì lo fanno per esercitarsi sulla tavola. Ci sono americani, studentesse madrilene, qualche orientale e due ricercatrici italiane. Voi, invece, non siete lì per quello.

Lasciate le vostre zavorre nella camerata da sei che vi ospita e mentre vi dirigete verso l’oceano vi imbattete in una libreria. Curiosi tra i libri per bambini scritti in basco e inizi a fare due chiacchiere con la libraia. Le chiedi come mai abbia tanti libri italiani (c’è Moccia, oddio, ma anche Saviano e Camilleri) e poco dopo finite per parlare di Rodari e Calvino, di cui ti mostra orgogliosa un paio di copertine.

Da lì arrivate al lungomare, che percorrete senza fretta, superati da qualche podista incline all’allenamento mattutino, prima di rientrare verso il porto. Un amico vi ha detto che in una via del centro c’è un locale, La Mejollonera, in cui non potete non andare. Fidandovi del consiglio, vi infilate in questa specie di tunnel di piastrelle bianche, dove si possono mangiare calamari fritti, ma soprattutto cozze in diversi modi: al vapore, con salsa vinagreta o cucinate alla marinera. Ordinate tre piatti diversi, e in piedi osservate stupiti gli altri clienti che, mangiate le loro cozze, buttano i gusci a terra, vicino al bancone, in quella che all’inizio vi sembra vera e propria maleducazione, ma che ben presto capite essere usanza del posto. Mentre vi riempite la bocca di sapore di mare e birra arrivano altre ordinazioni, che passano con urla, in una sorta di telefono senza fili, da un cameriere all’altro, fino ad arrivare in cucina. È una delle caratteristiche del posto, in cui regna una confusione pressoché assoluta ma che, assurdamente, ne fa uno dei più bei  locali in cui ti sia mai capitato di mangiare. Se un giorno tornerai a San Sebastian, di sicuro sarà una delle tue tappe fisse.

Il pomeriggio salite sul monte che domina la città. Una volta era la roccaforte che doveva difenderla dagli attacchi marittimi, così si possono ancora trovare batterie di vecchi cannoni e feritoie per spiare l’oceano. In cima la bandiera che svolazza al vento non è quella spagnola, ma quella basca, verde e rossa. Qui, più che a Bilbao, sembra finalmente di riuscire a cogliere nell’aria un popolo diverso, di marinai e artigiani dalle mani lise, capace di cavarsela da solo in ogni circostanza. In fin dei conti, era quello che cercavi, uno dei motivi che ti ha spinto a partire in un viaggio che è stato tutto, fuorché rilassante.

Girate ancora per la città, fino alle prime ombre di buio, quando vi imbattete in una manifestazione silenziosa. Una cinquantina di persone camminano come automi durante una processione funebre, senza fiatare e seguendo una fila quasi perfetta. Ognuna tiene in mano un cartello in cui c’è stampato il volto di un ragazzo o una ragazza diversa, che immaginate essere attivisti politici detenuti in carcere. Basta quello per farvi pensare a come, in questa regione, il confine tra partiti politici riconosciuti e falangi bandite dalla legge deve essere labile come poteva esserlo, in Italia, durante gli anni di Piombo. Per capire meglio, ci vorrebbero però studi più approfonditi o racconti di chi sta vivendo questa situazione dall’interno.

Continuate a camminate a casaccio lungo le stesse vie che avete percorso solo qualche ora prima e vi fa strano vedere come anche i parchi giochi si animino soprattutto dopo le otto di sera: se a quell’ora nel nostro paese quasi tutte le famiglie con bambini sono già a casa, qui è il momento in cui escono per portare la prole a tirare due calci al pallone o a svolazzare su un’altalena.

Gironzolando con lo stomaco vuoto, trovate quello che sembra essere un centro sociale, o un circolo Arci, pieno di ragazzi del luogo e senza nessun turista in giro. Ai muri sono appese dichiarazioni e manifesti pro-indipendenza e sopra il bancone ritrovate le stesse foto impresse nei cartelli della manifestazione in cui vi siete imbattuti poco prima. Ogni volto è coperto da una scritta, “interdit”, “forbitten” “prohibido”, e quando provate a scambiare due parole per saperne di più con la ragazza che mangia di fianco a voi, un piercing sul naso e i capelli rasta raccolti, ci vuole un attimo per capire come di certi argomenti preferiscano non parlare, almeno con forestieri come voi.

Quando rientrate all’ostello, siete certi di aver capito qualcosa in più dei Paesi Baschi.