Cinque giorni, quattro città e parecchie centinaia di chilometri macinate in autobus. Per scoprire angoli, contraddizioni e persone del fazzoletto di Spagna che si srotola tra le comunità autonome della Cantabria, dei Paesi Baschi e della Navarra.

Quando atterrate, per qualche secondo sembra che l’aereo stia per prepararsi a un ammaraggio. La pista dell’aeroporto di Santader è praticamente parallela a una lingua di mare e guardando fuori dal finestrino il grigio dell’asfalto appare sotto gli occhi solo all’ultimo secondo. Da lì al centro della città bastano dieci minuti di autobus e, non appena le porte automatiche si aprono, annusando l’aria è facile intuire che l’oceano dista solo poche decine di metri.

Avete trovato due letti in una stanza di una signora che affitta una camera di casa sua per far fronte alla crisi, così, armati di mappa, capite che direzione dovete seguire e vi inerpicate fin su un piccolo parco che costeggia la stazione dei pullman. Arrivati alla sommità di quella mini collina, vi trovate di fronte a un murales che riempie per intero la parete di un palazzo: ci sono rappresentate diverse file di finestre e un veliero ne copre il centro. É bello perdersi nei particolari, disegnati in uno stile che ricorda i tratti di Hergé, l’inventore di Tin Tin: vedere i gabbiani di vernice che inseguono il profumo dei pesci o gli scherzi che si tirano due vicini di balcone.

Dopo aver lasciato gli zaini, mentre scendete verso il porto, notate, prima sull’angolo di una casa e poi a terra, uno strano sole giallo. Soffermandovi un attimo capite che sono i segnavia del Cammino di Santiago che, partendo da Roncisvalle, attraversa anche questa cittadina (così come Bilbao, San Sebastian e Pamplona, le prossime tappe del vostro viaggio) prima di raggiungere la punta occidentale della Spagna.

Superato il sole stilizzato, procedete verso il mare fino a quando davanti a voi si apre una spiaggia color argilla che vi ricorda quella di una scena di Eternal sunshine of the spotless mind, quando i due protagonisti si ritrovano sdraiati in un letto circondato da sabbia, a pochi metri dalle onde. Continuate a camminare affiancando il bagnasciuga per raggiungere il castello e vedere la piccola isola su cui si staglia il faro che fa da apripista verso l’oceano. In questa minuscolo fazzoletto di terreno c’è anche uno zoo a cielo aperto, con pinguini, foche e leoni marini che mangiano pesce sotto gli occhi stupiti dei passanti. Al di là delle loro gabbie, le onde si fanno sempre più forti, una vera e propria mareggiata grigia-azzurra che sbatte a intervalli quasi regolari contro gli scogli.

Quando fate dietrofront, il cielo sembra aver preso fuoco, vi rifugiate nelle strette vie del centro, cercando un posto poco turistico per la vostra cena. Tutti i bar tengono la porta aperta, anche se dentro gli avventori (di cui molti più anziani di quanto sia solito vederne in Italia, come se ci fosse una sorta di previdenza sociale che si prefigge di non lasciarli soli in casa) mangiano e bevono vino “non tinto”, indossando i propri giubbotti. Ordinate una zuppa di carne e uova e del baccalà, mentre sullo schermo il Napoli sconfigge due a zero i sottomarini gialli del Villareal, conquistando una storica qualificazione per gli ottavi di finale di Champions League.

Quando uscite sono le ventitré passate e trovate la città, che fino a quel momento sembrava deserta, animata di una vita nuova, ricca di ragazzi e ragazze che, complice una temperatura quasi primaverile, affollano i tavoli esterni dei locali che affiancano, come piccoli stabilimenti balneari, quasi tutte le vie del centro.

Domani vi addentrerete un po’ più nell’entroterra per raggiungere Bilbao.

Paolo Bottiroli