La prima cosa che noti quando arrivi all’aeroporto di Tōkyō Narita è che sei diverso. Non ti puoi nascondere. Non puoi far finta di essere uno del posto. La seconda cosa che noti è che sono tutti di una gentilezza sconcertante. Mentre cerchi di districarti davanti ad una macchinetta automatica per fare un biglietto della metro, ci saranno almeno 4 persone che ti chiederanno se hai bisogno di aiuto. E una volta sulla metro, mentre leggi e rileggi la mail che ti hanno inviato con le istruzioni per scendere, cambiare treno e arrivare a destinazione, troverai qualcuno che ti chiederà se per caso non hai bisogno di una mano. Questa persona ti indicherà la stazione giusta per effettuare il cambio e una volta scesa, aspetterà che il treno riparta per salutarti dalla banchina, con la mano. Ciao Ciao. Il Giappone ti sconvolge da subito, da quando chiedi: ma come faccio a entrare in casa se arrivo e tu non ci sei? E ti viene risposto: non c’è problema, lascio la porta di casa aperta. La porta di casa in un condominio, al 10° piano, in un quartiere di una città con 13 milioni di abitanti. Sono stato in Giappone per sole due settimane, quasi tutto il tempo a Tōkyō. Era gennaio e il tempo è stato piuttosto mite, faceva freddo solo quando il cielo era coperto. Al mattino davanti alla finestra sorseggiando tè verde al sole si stava bene. La città è immensa e la caratteristica principale è che i nomi delle vie non sono segnati. Tranne che per grandi arterie, nella maggior parte dei casi non c’è alcuna indicazione viaria. Il sistema di indirizzi prevede una cifra a indicare il quartiere poi la zona, poi l’isolato poi l’edificio. Detto così sembra complicato, sul campo lo è ancora di più. Per strada si vedono i giapponesi guardare cartine e indicazioni scritte. Tōkyō è una città che vive di contraddizioni, di edifici altissimi di fianco a vecchie botteghe a un piano, di grattacieli intervallati da templi buddisti, è una città di viali enormi e stradine strettissime, di marciapiedi amplissimi e di marciapiedi inesistenti; è una città ordinatissima, dove è segnato il punto esatto sulla banchina dove fare la fila per salire sulla metropolitana e dove non c’è un piano urbanistico delle strade, dove le biciclette vengono rimosse per divieto di sosta e dove l’elettricità scorre in grovigli inestricabili sopra la vostra testa. A scanso di equivoci vi dico subito che Tōkyō è un posto bellissimo. Una sera andate in uno dei tanti bar che si trovano ai piani alti di qualche grattacielo. Potete togliervi lo sfizio di andare in quello del Park Hyatt, quello dove Bill Murray sorseggiava il suo whiskey dopo aver fatto Roger Moore, per esempio. Fatelo di sera perchè vedrete la città letteralmente pulsare. L’intermittenza delle luci di segnalazione, i puntini rossi che si accendono e si spengono vi proietteranno all’interno di un vero e proprio organismo vivente. Se per caso avete avuto la fortuna di leggere Neuromante di W.Gibson, vi sembrerà tutto più chiaro. Il tempo non esiste a Tōkyō, almeno non come lo intendiamo noi. Tutto viene amplificato o dilatato, le giornate sono infinitamente lunghe o brevi. Non c’è nulla che non si possa comprare a qualsiasi ora del giorno. Non esiste l’idea di aver dimenticato qualcosa, perchè ci sarà sempre un posto aperto 24/7 dover poter trovare quello che ti serve. Se avete bisogno di un paio di jeans, o delle scarpe, alle 4 del mattino, il vostro negozio di fiducia sarà aperto. Se passeggiando di ritorno da una serata al bar, dopo aver bevuto 4 o 5 drink doveste aver voglia di un taglio nuovo di capelli, non dovete preoccuparvi, il parrucchiere è aperto. Non solo: è pure pieno di gente. Se per caso vi state chiedendo se sto inventando situazioni estreme, vi dico subito: no, non me lo sto inventando, ero presente in ognuna di queste occasioni. Ma la cosa che più mi è rimasta impressa del mio viaggio a Tōkyō è il suo suono. Ovunque entriate, sentirete un suono, che siano i commessi che vi danno il benvenuto, che sia la colonna sonora tipica di ogni stazione della metropolitana, la musica della pubblicità sui megaschermi, il tintinnare delle palline di metallo dei patchinko, gli annunci, le suonerie, il terremoto la notte, tutto sarà suono. Di cose da vedere ce ne sono tantissime dalla famosissima strada di Omotesando, al quartiere di Ginza; potete salire al belvedere delle torri del municipio, andare a Daiba ed entrare nel centro commerciale che simula il passaggio del sole, benchè sia tutto rigorosamente chiuso. Potete perdervi tra i negozio di elettronica di Akihabara o andare a visitare il tempio ad Asakusa. Prendete la Yamanote Line e andate a Ueno, e a Shibuya e poi a Shinjuku, una stazione di interscambio da dove passano ogni giorno più di 2 milioni di persone. Capiterà che vi perdiate a Tōkyō, capiterà che sia difficile ordinare da mangiare perchè non tutti parlano inglese, capiterà di sbagliare treno o fermata perchè la vostra compresione dei Kanji non è perfetta. Capiterà che nel momento in cui state decollando verso casa, avrete già voglia di tornarci.

Le foto le ho fatte io. Altre le potete trovare qui.

  • Laura Grosselle

    Grazie, e` stato bellissimo leggerti. Ma come hai fatto a metterci dentro tutti questi aspetti in poche righe? Sei compatto come i giapponesi!

  • christian_nbm

     Hai perfettamente ragione. Il racconto che hai letto è il frutto di un breve soggiorno. Tokyo e in generale il Giappone è molto di più. Spero di avere modo di tornarci, presto. Grazie per il commento.

  • Tutto vero, tutto bello ed emozionante rileggerlo, dopo aver vissuto queste emozioni e sensazioni nel primo viaggio. Ma Tokyo è anche molto altro e per questo vale davvero la pena tornarci, più e più volte. Senza dimenticare che il Giappone è anche altro. Kyoto, Kanazawa, l’Hokkaido, il sud.