Il viaggio che finisce – e inizia – a Cape Reinga, ha come prima destinazione Wellington, all’altro capo dell’Isola del Nord. Giriamo letteralmente la nostra Nissan Demio e la puntiamo a sud, per dieci giorni che, a esclusione dei laghi di Taupo e Rotorua, seguono pedissequamente le coste dell’Isola del Nord.

La verità è che, dopo la prima spiaggia a cui approdiamo, Pakiri Beach, ci sentiamo forzati a mantenere un legame quantomeno visivo con le coste, i mari e le spiagge dell’Isola del Nord. Il perché è facile capirlo: il lato orientale di questa parte di paese è un susseguirsi di golfi, insenature e calette in cui l’acqua dell’oceano si calma e si rende avvicinabile anche a marzo, quando l’estate sta per concludersi.

Se le onde della Ninety Mile Beach sono troppo forti per nuotarci, non lo sono quelle delle spiagge di Bay of Islands. Considerata la più popolare delle destinazioni estive, non ha niente a che vedere con la nostra Emilia Romagna e persino le spiagge del suo centro (Paihia) valgono una nuotata. La più preziosa che troviamo, la scopriamo – come tutte le cose belle – per caso, sotto (s)consiglio di due turisti che, arrivati altrettanto per caso a Opito Bay, nella Kerikeri Peninsula, ci suggeriscono di evitare la spiaggia e percorrere, invece, il sentiero panoramico. Noi, senza dargli ascolto, dopo una camminata di 15 minuti arriviamo alla spiaggia di Opito Bay: minuscola, ci accoglie con un mare calmo e una vista nitida sulle isole di fronte. Però i nostri consiglieri avevano ragione; così, quando dalla spiaggia risaliamo gocciolanti al sentiero panoramico ci troviamo di fronte a questo:

E mi ricordo perché, 5 anni dopo, sono ancora qui in Nuova Zelanda; lo sguardo ancora rapito da colline che diventano prati, che diventano spiagge, che diventano mari.

Lasciamo Paihia solo dopo aver nuotato con i suoi delfini e facciamo tappa, prima di ritornare per qualche ora ad Auckland, a Ocean Beach e Mangawhai Heads, accolti da spiagge filiformi, isolate e in perfetto equilibrio tra cielo e mare.

Arrivamo ad Auckland di venerdì mattina e di venerdì pomeriggio lasciamo la città assieme a tutti i kiwi che, nel weekend, migrano verso la penisola di Coromandel come se fosse la loro Liguria. Della Liguria, però, Coromandel ha ben poco: giusto le coste e le strade tortuose, ma non l’orgia di case e cemento che ha imbruttito una delle regioni più belle d’Italia. Qui le case – come in tutta la Nuova Zelanda – sono in legno. In legno i cinema, i negozi e i birrifici (come la Coromandel Brewing Company, che produce un’ottima birra). Attraversata Thames prima che faccia buio, arriviamo a Coromandel Town dove dormiamo e facciamo colazione alla Chai Tea House, regno di dolci biologici e Janis Joplin. Prima di buttarci sull’altra sponda della Coromandel, finiamo alla Coromandel Mussel Kitchen, e la scopriamo gestita da Giovanni, trentenne italiano trapiantato in Nuova Zelanda da quasi 5 anni che ci offre un espresso e un paté di cozze che divoriamo per cena. “Non c’era rimasto più niente per me, in Italia”, ci dice senza altre spiegazioni.

La spiaggia di cui ci innamoriamo perdutamente nella Coromandel Peninsula non è la famosa Hot Water Beach, che non ci godiamo per il maltempo, ma Otama Beach, un infinito susseguirsi di onde e nuvole a cui si arriva deviando sulla strada per Whitianga. È difficile immaginare queste spiagge, così deserte e serenamente abbandonate a se stesse, piene di turisti in alta stagione, e mi concedo di pensare che nemmeno il totale della popolazione neozelandese (solo 4milioni di abitanti) basterebbe a trasformare le spiagge del paese in Rimini o Riccione a ferragosto.

Lasciamo la Coromandel Peninsula con gli occhi pieni di nuvole e i piedi rigorosamente scalzi: guidiamo la nostra macchina come fanno i kiwi, senza scarpe né ciabatte, e qualche volta ci concediamo di camminare per strada a piedi scalzi come fanno loro, con una naturalezza difficile da imitare o anche solo da capire.

Prima di arrivare al miglior surrogato-di-mare che esista al mondo (il lago di Taupo) ci fermiamo a Rotorua per una giornata ri-conferma dell’inutilità di una sosta in questa città termale, che con il suo intenso odore di zolfo continua a ricordarmi le estati passate alle terme di Cervia.

A Taupo, invece, rimaniamo tre giorni ospiti della versione neozelandese dell’Overlook Hotel (il Wairakei Bayview Resort), camminando fin sopra le Huka Falls e mangiando, tra le altre cose, un’ottima cena a base di agnello al miele e filetto con kumara da Pimentos. Accoccolata di fianco al lago più grande della Nuova Zelanda, Taupo si fa bastare questo (e la cucina di Pimentos) come primato. Per rimanerne incantati basta prendere la bici o la macchina e circumnavigare anche solo un pezzo delle sue coste. Noi lo facciamo con la Nissan, fino ad arrivare a Turangi, porta d’accesso al Tongariro National Park, dove ci fermiamo per una camminata di 2 ore fino alle Taranaki Falls.

Da lì, il passo fino al paese di Ohakune è breve. E dovuto, visto che la guida lo segnala come la capitale delle carote. Qui si producono gran parte delle carote consumate in Nuova Zelanda e una carota gigante accoglie i turisti alle porte della città.

Da Ohakune percorriamo la statale che porta a Whangarei in una giornata autunnale perfetta: quando cito Whangarei, Ryan, il marito neozelandese della mia ex compagna d’università Marina, mi chiede perplesso perché voglio fare tappa nella città meno turistica della Nuova Zelanda. La verità è che la tappa ci serve per spezzare il viaggio fino a Wellington, ma lungo la strada per la-città-meno-turistica-della-Nuova-Zelanda riformulo la risposta che avevo in mente e, quando me lo chiederanno, risponderò che Whangarei vale il viaggio tra colline, pinete e vallate che fanno invidia alla Toscana. La città, di per sé, non si fa notare se non per un lungofiume che mi spinge a uscire a correre e un centro deserto in cui è impossibile reperire un caffè prima delle dieci di mattina.

A Wellington ci arriviamo in una mattina di pioggia prevista e non pervenuta. Costeggiamo la Kapiti Coast e torniamo, con un respiro di sollievo, a vedere il mare.

E il mare, insieme al museo Te Papa, è l’unica cosa che Wellington nel weekend di Pasqua ci concede di vedere, dopo averci offerto un’ottima birra Mac’s al birrificio sul porto. Ad essere sinceri, Wellington racchiude in cima al suo Mount Victoria uno dei motivi per cui sono tornata in Nuova Zelanda: la vista sul golfo è una delle più incredibili a cui i miei occhi abbiano assistito. Tra calette, promontori, sfumature di verde e nuvole come sempre bassissime sul mare, si lascia osservare per ore senza mai stancare gli occhi. È la stessa vista che, dal ponte numero 5 del traghetto Interislander, ci godiamo seduti su sedie di legno massiccio, spettatori di uno spettacolo quasi gratuito e ineguagliabile.

Salutiamo a tempo indefinito l’Isola del Nord nel migliore dei modi e nella più tersa delle nostre giornate in questa terra. Gli altri passeggeri sono in silenzio religioso come noi; i promontori, i fari, le calette e i delfini a cui passiamo di fianco non notano la nostra presenza. E perché dovrebbero?

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(Nel prossimo post: in camper nell’Isola del Sud)

Coordinate: l’itinerario esatto del nostro viaggio nell’Isola del Nord è stato Auckland – Bay of Islands – Cape Reinga – Auckland – Coromandel Peninsula – Rotorua – Taupo – Tongariro National Park – Whangarei – Wellington.

Abbiamo viaggiato su una Nissan Demio noleggiata con Omega Rentals (a circa 29 dollari al giorno + benzina) e dormito in ostelli, b&b e hotel, di cui consigliamo il Wairakei Bayview Resort, il Whaitangi YHA Hostel e il Comfort Inn di Rotorua (che all’arrivo ci ha accolti con una mini-caraffa di latte fresco).

Abbiamo mangiato bene a: Pimentos (Taupo), Only Seafood (Paihia), The Flying Burrito Brothers (Wellington), al birrificio Mac’s Brewbar di Wellington e cucinando dell’ottima carne neozelandese comprata in da Countdown.