Siamo in viaggio già da 12 giorni quando il viaggio – almeno il mio – inizia davvero. O finisce?

Da Auckland, dove siamo atterrati il 20 marzo e dove siamo rimasti una settimana per farci raccontare la musica neozelandese da Bannerman, Fly My Pretties, The Checks e Cut Off Your Hands, arriviamo a Bay of Islands passando per le spiagge di Manghawai e Whangarei Heads. A Paihia ci fermiamo giusto il tempo per nuotare con i delfini e, a mezzogiorno del 29 marzo, partiamo in auto per il punto più a nord della Nuova Zelanda.

Cape Reinga, in maori Te Rerenga Wairua, si trova alla fine di una quasi infinita lingua di terra che stira l’isola del Nord fino a trasformarla in un dito indice puntato a non si sa bene che cosa. Abbracciato a sinistra dalla 90 Mile Beach e a destra dalla Spirits e dalla Tapotupotu Bay, il Capo è un luogo sacro per i maori, che lo considerano il punto in cui le anime dei morti lasciano la terra per entrare nell’aldilà.

A Cape Reinga io arrivo 5 anni dopo aver lasciato la Nuova Zelanda, con gli occhi di una persona che è tornata per capire che effetto le avrebbe fatto, ritornare in una terra che per sei mesi, nel 2007, l’aveva accolta senza chiederle niente in cambio.

La strada che conduce al capo è una sola, da Awanui in avanti; spazzata da un vento incessante si snoda tra colline, dune giganti, foreste e alberi franati al suolo, stanchi di un vento che muove senza tregua nuvole, terra e cielo. Guidando verso il Far North incontriamo poche auto e troppe case in vendita. Ci aspettiamo di trovarci di fronte a un luogo dalla bellezza sfacciata e altezzosa, quello che si presenta ai nostri occhi è invece un paesaggio estremamente umile, avvolto dallo stesso fascino sottomesso che abbiamo trovato nei musicisti (sempre modesti), nella gente del posto (sempre disponibile e pronta ad aiutarti) e in ogni angolo, panorama e paesaggio che, qui, non sembra voler riconoscere la propria bellezza.

Lasciamo l’auto a un parcheggio che fino a un paio di anni fa non esisteva, così come la strada che conduce al Capo, e – ognuno con i suoi tempi e i suoi modi – ci avviciniamo al promontorio e alle sue lingue che si gettano su quella fetta di acqua che è l’incontro tra il mar di Tasmania e l’Oceano Pacifico.

In Nuova Zelanda la spiritualità di un luogo è legata a doppio filo al paesaggio, non solo inteso come ambiente naturale, ma come il risultato dell’influsso degli esseri umani su quell’ambiente. Trasformati l’uno dall’altro, sembrano essersi influenzati – come in nessun altro paese in cui sono stata – mantenendo un fragile e precario equilibrio: la Natura non ha avuto la meglio sull’uomo e l’uomo ha preferito la convivenza alla dominazione.

Delle ragioni per cui ho spesso considerato la Nuova Zelanda la mia ‘casa’ adottiva, questa è forse la più importante: dall’equilibrio precario che esiste tra uomo e natura deriva la consapevolezza del nostro essere così piccoli e da questo, a sua volta, deriva un senso di appartenenza alla terra che non è “individuocentrico” ma, anzi, radicato nel territorio e nelle relazioni con gli altri.

Della Nuova Zelanda mi faceva sentire a casa questo: i paesaggi così infinitamente grandi rispetto a me e la necessità di relazionarmi a loro e alle persone che mi circondavano per poterci convivere.

Così, 5 anni dopo aver lasciato la terra della lunga nuvola bianca, sono ritornata per capire se quella casa è ancora casa. E a Cape Reinga scopro che più dei paesaggi sono le relazioni, come le radici dell’albero centenario pohutukawa aggrappato a uno scoglio sotto il faro del capo, a trasformare un luogo, più o meno deserto, in casa.

Milano, la casa che non avevo mai sentito tale, in questi 5 anni si è aggrappata con le sue radici alla mia persona, legandomi tanto quanto mi sentivo legata, 5 anni fa, alla Nuova Zelanda. Ma quelle milanesi, di radici, non sono frutto di un patto di non belligeranza tra me e il mondo, sono il risultato, più nodoso e pieno di calli, di una convivenza non sempre voluta, spesso difficile ma mai data per scontata.

Quell’abbandonare il proprio corpo per entrare nell’aldilà, quel trasformarsi in onde all’orizzonte, così piccole da sembrare davvero tanti esseri umani sparsi sulla superficie del mare, quel lasciarsi andare al viaggio dei viaggi, all’ultimo possibile, è il miglior modo per concludere il mio viaggio verso casa.

E ricominciarne uno nuovo, con una casa a cui ritornare.

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(Settimana prossima : da Auckland a Wellington a piedi scalzi)

Coordinate: Cape Reinga si trova nella parte più remota dell’Aupouri Peninsula, a 100km dalla città di Kaitaia e a 454km da Auckland. Ci si arriva percorrendo la State Highway 1, recentemente restaurata e poco trafficata. E’ possibile raggiungerlo con mezzi autonomi o con tour organizzati che partono da Russell, Paihia, Ahipara e Kerikeri. Le compagnie più popolari che organizzano questi tour (durata un giorno e tappa anche alla 90 Mile Beach) sono la GreatSights, la ExploreNZ e la Sand Safaris. Il costo va dai 50 ai 150 dollari neozelandesi a seconda della durata del tour.

Arrivare in Nuova Zelanda è stato più complicato e costoso. Abbiamo viaggiato da Milano ad Auckland via Londra e Hong Kong con la Air New Zealand che, tra i pregi, vanta un video sulla sicurezza in aereo degno di un Oscar. Ad Auckland abbiamo cenato thai (da Thai Me Up), francese (da Bouchon) e giapponese dai tanti stand che si trovano in centro. Il flat white è diventato parte integrante della nostra colazione e l’abbiamo bevuto la prima volta da Alleluya su K’Road. Lungo la strada per Cape Reinga segnaliamo degni di nota il pesce di Only Seafood a Paihia, la Opito Bay (sulla penisola di Kerikeri) e la spiaggia di Pakiri Beach vicino a Whangarei.

Le foto in home page e nel post sono di Rachele Maggiolini e Roberto Vincitore.