Alcuni mesi fa Francesco ci aveva raccontato del suo viaggio in sudamerica, per le strade di Lima, in Perù. Oggi torna a raccontarci del suo viaggio da Monaco di Baviera a Trieste. In bicicletta. Questo è il suo racconto.

“Sapete che si può fare anche in altri periodi, vero?”. La coppia di ragazzi austriaci che ci aveva permesso di piantare la tenda nel loro giardino ci ricorda, di fronte ad una calda tazza di tè, che per attraversare le alpi in bici esistono anche periodi migliori rispetto a metà aprile e in effetti i sei giorni trascorsi in bici per andare da Monaco a Trieste non verranno certo ricordati per il sole.

Preparate le borse, caricati i percorsi sul GPS, fatto scorta di cioccolato, siamo pronti ad iniziare a pedalare, direzione Trieste. Fallito il tentativo di fare la foto di rito pre-partenza (l’unica persona incontrata, un anziano bavarese, è sfuggita spaventata non appena ci siamo avvicinati), usciamo da Monaco sotto una leggera, ma continua pioggia. L’idea è quella di passare la notte dentro la tenda che ci stiamo portando dietro, ma la sera siamo troppo stanchi e bagnati (con un tempo come quello che abbiamo trovato conta tantissimo avere un paio di buoni pantaloni da pioggia. Fidatevi!) per pensare di piantare la tenda e ci ritroviamo in una pensione vicino ad Achenkirch, in Austria.

La stanchezza non è dovuta esclusivamente ai 100 km che abbiamo percorso, ma anche al fatto che, appena entrati in Austria, abbiamo imboccato una pista ciclabile costruita con il chiaro scopo di allontanare cicloturisti tedeschi dall’Austria: oltre ad esserci pezzi su strade sterrate con pendenze improponibili, ogni tanto appaiono dei cumuli di neve mezza sciolta lungo i quali, complice il peso dei bagagli, è impossibile pedalare e siamo quindi costretti a scendere e spingere le bici. Ogni tanto bisogna scansare alcuni alberi caduti e che nessuno ha mai pensato di spostare. La pista ciclabile che percorriamo il giorno successivo lungo l’AchenSee è per fortuna in condizioni migliori, anche se, poco prima di arrivare a Zell am Ziller, finiamo in un’altra pista ciclabile che in realtà ricorda di più un campo incolto. Zell am Ziller segna l’inizio di una strada lunga 30 km di strada che porta al Gerlospass, 1000 metri più in alto rispetto a dove ci troviamo. Quattro ore e molte barrette di cioccolato dopo siamo in cima, c’è neve ai lati della strada e, dato il freddo, decidiamo di scendere subito. In realtà avremmo dovuto coprirci un po’ di più per la discesa, infatti, dopo pochi chilometri abbiamo mani e piedi congelati. Ci viene in soccorso un bagno, spuntato dal nulla, nel quale passiamo una buona mezz’ora semplicemente a riscaldarci attaccati al termosifone. Dichiariamo la giornata conclusa e piantiamo la tenda nel giardino di una fattoria dove riceviamo anche una calda tazza di tè e riusciamo ad asciugare i nostri vestiti sul caminetto. I due giorni che seguono pedaliamo in direzione Sud Est, attraversando passi alpini più o meno grossi quando puntiamo le nostre ruote verso Sud e pedalando lungo piste ciclabili asfaltate che si estendono lungo valli circondate da montagne e che attraversano diversi villaggi austriaci, sempre distinguibili da lontano grazie all’immancabile campanile, quando pedaliamo verso Est. Durante un pranzo in uno di questi villaggi, seduti proprio sulle panchine della minuscola piazza, vediamo gente dirigersi ad un funerale che si sta per svolgere nel cimitero di fianco a dove ci troviamo, ma riusciamo comunque ad attirare l’attenzione di un signore che si ferma incuriosito a farci domande sul nostro viaggio, prima di continuare a camminare verso il cimitero. Il punto più alto in cui arriviamo in questi due giorni, il Felbertauern tunnel a quasi 1700 m di altitudine, si trova al termine di una salita completamente inaspettata, in una giornata che nei nostri piani comprendeva solo pianura. Percorriamo il tunnel all’interno di un camioncino, poiché è vietato l’ingresso alle bici e all’uscita troviamo addirittura il sole, che dura abbastanza da permetterci di dormire in tenda, nonostante gli avvisi spaventati della gente riguardanti le basse temperature notturne della zona.

Entriamo in Italia verso sera e, chiedendo informazioni su dove piantare la tenda ad una signora friulana, notiamo subito un cambiamento nel carattere della gente, che sembra essere più aperta; una domanda alla quale ci venivarisposto con poche parole, genera ora una risposta molto più lunga. Piantiamo infine la tenda nel giardino di un ristorante, ‘Al Vecchio Skilift’, che si trova poco dopo Tarvisio, proprio all’inizio delle piste, e il proprietario non fa che confermare la nostra prima impressione sul carattere delle persone in quest’area offrendoci un paio di grappe e parlandoci entusiasticamente del Friuli (oltre ad avvisarci della possibile presenza di un orso non lontano da dove abbiamo piantato la tenda). La sera successiva, durante la nostra ricerca di un casolare o di un fienile dove poter passare l’ultima notte al riparo dalla pioggia, diventiamo argomento di conversazione in una serie di bar, proviamo a chiedere ospitalità al parroco di Premariacco, sino a quando, ad Ipplis, non scoviamo un club degli alpini che ha organizzato una degustazione di vini proprio per quella sera. La nostra richiesta di un posto dove passare la notte genera un’accesa discussione in friulano, le cui uniche, ma rassicuranti, parole che riusciamo a intuire sono i rimproveri di una signora che si chiede che club degli alpini siano mai se non riescono a procurarci un luogo chiuso dove poter dormire. Il rimprovero sortisce l’effetto sperato, ed infatti, insieme a vino, cracker ed affettati, ci viene offerto un chiosco di fronte ad un campo da calcio, entrambi oramai in disuso. Oramai manca davvero poco a Trieste, giusto il tempo di goderci una strada alberata che costeggia il confine sloveno e che finisce praticamente sul mare, vicino a Duino, per poi seguire la costiera ed entrare in una inaspettatamente soleggiata Trieste, dove possiamo finalmente festeggiare con una birra al molo Audace.

Dopo qualche giorno passato a Trieste ci separiamo: Urs resta a Trieste dove passerà il prossimo anno (e, grazie a questo viaggio, avrà con se la sua bici), mentre io prendo il treno per tornare, in poche ore, a Monaco.

Qui tutti i dettagli tecnici: parte 1parte 2

Francesco Alaimo, 23 anni, originario di Bologna, vivo e studio a Monaco. Appassionato di bici e letteratura americana contemporanea, studio fisica nel tempo libero. Ho vissuto sei mesi in Australia  ed un anno nel grigio Leicestershire inglese. Durante il mio ultimo viaggio in Perù e Bolivia ho iniziato a pensare al progetto di andare da Bologna a Sydney in bicicletta, passando attraverso l’Asia.