Potrebbe essere  il titolo di un film di John Carpenter. O un vecchio best seller di Asimov. E invece è l’epilogo di un movimentato e avvincente Surma Trek in Etiopia meridionale. I Surma non sono mai stati un’etnia famosa per la loro ospitalità, tutt’altro. Sono infatti molto aggressivi, presuntuosi, orgogliosi, spesso sleali e scorretti. Se, poi, 18 di loro, donne e bambini compresi, sono sterminati a sangue freddo al mercato di Maji da un commando di Dizi, i loro eterni nemici, potete immaginarne le conseguenze. I Surma e i Dizi sono rivali da sempre, prevalentemente allevatori i primi e coltivatori i secondi, si contendono con violenza le terre più fertili e il bestiame. Di quando in quando, i furti e le scaramucce si trasformano in vendette e agguati sanguinari e allora nella valle del fiume Kibish il tam-tam della morte si diffonde molto velocemente da un villaggio all’altro, da una capanna all’altra. Forse le labbra delle donne, deformate dal piattello labiale, amplificano le urla di dolore.

Ma partiamo dall’inizio.

Lasciamo Addis Abeba dopo aver fatto le scorte di acqua e di viveri e dopo tre giorni di jeep raggiungiamo Tum, luogo di inizio del nostro trekking. In un pomeriggio organizziamo il tutto, assoldiamo una guida, un portatore, tre mulattieri (tutti di etnia Dizi, come da copione) e sei muli per il carico. Il trekking prevede sette giorni di cammino, di cui quattro in  territorio Surma, un percorso circolare con ritorno a Tum. Durante questi quattro giorni saremo scortati da guardie armate Surma  per difendere noi ma soprattutto i muli da eventuali razzie di colleghi Surma (evidentemente il conflitto di interessi non esiste solo in Italia). Neanche i Dizi sono il massimo della simpatia,  ma da queste parti non c’è spazio per le frivolezze, bisogna fare di necessità virtù, o accetti certe condizioni o puoi tranquillamente tornartene a casa.

Finalmente partiamo.

I primi giorni sono fantastici, la natura è imponente e i paesaggi meravigliosi. Al mercato del martedì di Maji incontriamo i primi Surma che vengono a comprare l’alcool e la birra di sorgo, poi scendiamo dall’altopiano di  2.400 metri ed entriamo nel clou del viaggio. A Kormu, uno dei villaggi Surma più isolati, assistiamo alla scarificazione di una giovane donna e ammiriamo i giovani guerrieri dai fisici marmorei che si dipingono il corpo sulle rive di un ruscello, già da sole queste emozioni valgono il viaggio. Ma arrivano anche i primi momenti inquietanti, come quando incontriamo un gruppo di Dizi armati di kalashnikov e maceti in cerca dei Surma che gli hanno rubato vari capi di bestiame. O come quando siamo taglieggiati da gruppi di giovani guerrieri Surma che ci impongono con arroganza una tassa sul transito, allora le contrattazioni diventano infinite ed estenuanti. Ma rientra tutto nel gioco delle parti. Fino al momento in cui qualcosa  cambia, il tam-tam è arrivato, leggo il terrore negli occhi di Manaio e dei mulattieri. Si rifiutano di proseguire a piedi, non esistono assolutamente le condizioni di sicurezza.

Mancano due giorni di cammino alla destinazione finale. Siamo gli unici europei e gli unici Dizi in un territorio traboccante di Surma desiderosi di vendicare il massacro di Maji. La lunga notte è sconvolta dai laceranti lamenti delle donne che piangono i loro morti. Le guardie Surma chiedono il doppio del prezzo per proteggere noi e i Dizi. Questi ultimi, comunque, non si fidano delle guardie (il solito conflitto di interessi). Ci rassicurano che per noi non ci saranno problemi. È una faccenda privata tra Surma e Dizi. Ma i Dizi fanno parte della nostra carovana. Siamo a Kibish, la “capitale” dei Surma, chiediamo una scorta militare ma non ci viene concessa, i pochi uomini servono per pattugliare il territorio e prevenire la vendetta. I cellulari non funzionano e allora tramite la radio della polizia contatto Tum e indirettamente gli autisti per farci venire a prendere. Otteniamo una risposta alla Schettino: “abbiamo paura”. È chiaro che ce la dobbiamo sbrigare da soli.

C’è un camioncino Isuzu che ci potrebbe portare a Tulgit,  14 chilometri di continua salita. Il prezzo è piuttosto alto, come in ogni condizione di monopolio e di urgenza/pericolo. Si contratta comunque e si trova un accordo. A parte i muli e un mulattiere, tutti saliamo sul mezzo e lasciamo Kibish. A Tulgit ci rifugiamo nel posto di polizia locale. È un villaggio Surma e i Dizi non sono ancora a loro agio. Ancora non si fidano dei Surma, ancora quegli sguardi terrorizzati. Forse a ragione. Per quanto ci riguarda siamo sequestrati per tutto il pomeriggio, non possiamo uscire dal camp se non pagando una cifra assurda e con la scorta armata. Non se ne parla. Nel frattempo arrivano mezzi militari che pattugliano la zona. Bisogna scoraggiare la certa e prevedibile vendetta dei Surma. Gli occhi di questi militari armati fino ai denti incutono un terrore ancestrale. La situazione sembra in stallo quando compare un altro Isuzu, forse disposto ad accompagnarci fino a Tum. Inizia la trattativa. Il capo della polizia locale non è d’accordo, anche lui vuole la sua fetta della torta. Un incubo. Ancora trattative.

Poi arriva l’OK.

In fretta e furia smontiamo le tende e ci catapultiamo sul mezzo, ai nostri compagni di sventura Dizi sembra tornare un accenno di sorriso. Quaranta chilometri di polverosa pista mentre il sole sta tramontando, dalla parte opposta della valle il fumo di alcuni villaggi Dizi dati alle fiamme. Incrociamo gli autisti che a nostra insaputa avevano deciso di venire a prenderci, ovviamente accompagnati da una scorta armata. Ancora pochi chilometri e col buio piantiamo le tende nella agognata Tum. Ma Tum è una città Dizi, per noi non era forse meglio rimanere in territorio Surma? Tante domande e poche risposte. Mi tornano alla mente i vari libri letti sul genocidio in Ruanda, e su tutte le guerre dimenticate di questo meraviglioso continente. Di tutto ciò, e di molto altro ancora, non si avrà mai notizia nei giornali occidentali. Nel dubbio, appena tornato ad Addis Abeba, mi collego a internet: che ci sia qualche notizia dall’Omo River? Tranquillo Riccardo, la notizia del giorno è la farfalla di Belen ….

THE SHOW MUST GO OFF

Riccardo Prati, professione viaggiatore e cittadino del mondo. Un Master in Diritti umani e azione umanitaria. Si occupa di tematiche legate alla pace e alla nonviolenza, ha viaggiato in oltre 100 paesi ed ama i grandi overland che ha percorso in moto, auto e mezzi locali. Per info potete scrivere a  riccardoprati@libero.it