Ogni volta che penso ai viaggi che ho fatto nella mia vita adulta, mi viene in mente l’ultima illustrazione de Nel paese delle creature selvagge, il libro illustrato più famoso tra quelli pubblicati da Maurice Sendak.

Nell’ultima pagina Max, il bambino protagonista ribelle che dopo l’ennesima sgridata della mamma scappa da casa e finisce tra le creature selvagge, nell’ultima pagina, dicevamo, Max è tornato di nuovo in camera sua, dove si trovava quasi imprigionato prima di partire per il suo viaggio nel paese delle creature selvagge. Eppure, se l’ambientazione è la stessa delle prime pagine, le due illustrazioni non lo sono: quando Max si rifugia, dopo il litigio, in camera sua, i bordi che circondano la camera sono spessi, lo intrappolano, e Max non ha un’espressione felice. Ma, mano a mano che la storia procede e che lui si avvicina al mondo delle creature selvagge, i margini delle pagine si assottigliano. Fino a sparire completamente nelle pagine centrali, di danza selvaggia al chiaro di luna. E quando Max, nostalgico, rientra in camera sua, la camera è sempre la stessa. Ma senza margini bianchi a delimitarla.

Nel 2007, prima di partire per la Nuova Zelanda, un mio amico mi scrisse che da un viaggio non si torna mai, perchè torniamo cambiati, e quindi diversi dalle persone che eravamo. Max, nell’ultima illustrazione, sembra lo stesso e, mentre scrivo queste parole in un bar di Sydney in attesa del treno per Melbourne, anche io mi sembro uguale alla me di due mesi fa. Eppure i bordi bianchi che imprigionavano Max nella sua cameretta sono spariti, così come la mia insofferenza nei confronti di Milano e dell’idea di chiamare quella città casa.

Da un viaggio si torna cambiati, è vero. Ma mi sembra ugualmente importante pensare che tutti i viaggi – veri o immaginati – non siano altro che un tentativo di ridurre, fino a farli scomparire, i margini bianchi che incorniciano e qualche volta imprigionano le nostre vite.

Tutti i viaggi sono, anche, ritorni. E la maggior parte delle volte si viaggia per tornare.

Pochi altri autori hanno saputo esprimere con eguale chiarezza e sobrietà questo concetto. Max, di nuovo in camera sua, è il simbolo di ogni viaggiatore, di ogni essere umano che desidera, cerca e teme la distanza dal familiare, in un costante misurarsi con i propri limiti, con paure e prospettive.

Ecco perchè si sentirà, la mancanza di Maurice Sendak. Ecco perchè Nel paese delle creature selvagge è un libro che chiunque dovrebbe sfogliare almeno una volta nella vita.

Perché viaggiare non implica necessariamente mettere migliaia di chilometri tra noi e casa, quanto, piuttosto, mettere alla prova la solidità di quella casa, la sua resistenza ai soffi del lupo (come nei Tre Porcellini) o all’acqua che la bagna perché non c’è il tetto (Come nella canzone per bambini La Casa). La volontà, di quella casa e di chi la abita, di offrirci una cena calda al nostro ritorno.

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L’immagine in alto e in homepage è tratta dal film Nel paese delle creature selvagge, di Spike Jonze.
Lo scrittore americano Dave Eggers ha pubblicato una versione romanzata della fiaba,  Le creature selvagge, edito da Mondadori.