L’ultima volta che sono passato per Kathmandu, sono andato a vedere la Kumari.

La dea bambina si è affacciata dal balcone che dà sul cortile interno del Kumari Ghar, la “casa dell’incarnazione” in cui vive prigioniera. Se ne è rimasta una ventina di secondi a guardare dall’alto in basso i suoi fedeli adoranti come se fossero trasparenti e poi è tornata dentro. Dietro il rimmel che le alterava lo sguardo e l’Occhio di Fuoco, il sacro chakchuu, che le orna sempre la fronte, la piccola aveva l’aria un po’ scazzata. Certo non deve essere facile fare la dea bambina… Io, che ho una spiccata tendenza naturale a fare la cosa sbagliata nel momento sbagliato, le ho fatto “ciao ciao” con la mano ma la piccola dea non mi ha risposto. Mi hanno spiegato che potevo ritenermi assai fortunato. Se la Kumari avesse anche solo posato gli occhi su di me come minimo mi toccava una grave perdita finanziaria. Se avesse tremato (eventualità da non scartare, considerato che in Nepal fa un freddo da battere brocche), sarei finito presto in galera (altra eventualità da non scartare per tutta una serie di vicende che non vi sto a raccontare). E se, sempre nel guardarmi, le fossero lacrimati gli occhi, oltre a rovinarsi il trucco, avrebbe significato che per me era già stampato un bel biglietto di sola andata per andare a spalare carbone nelle miniere di messer Satanasso. Come direbbe il mio amico Tex Willer.

Insomma, c’è tutta una cabala interpretativa dei gesti della piccola dea che i fedeli che dalla sera alla mattina affollano il cortile del suo palazzo, prendono per oro colato. Una cabala tutta in negativo. Anche se la Kumari ride o scherza, per te sono comunque cavoli amari. L’auspicio migliore, mi hanno raccontato, si ha quando la dea si comporta come se non si accorgesse di te. E se ci riflettete un momento, in questo concetto ci potete trovare una profonda saggezza sul rapporto sbilanciato che ha l’uomo con il suo dio, comunque se lo immagini. Solo nelle religioni occidentalizzate, e più ricche, il credente si rivolge a dio per ottenere un guadagno. Tra gli altri popoli va già bene quando la divinità ti risparmia le consuete disgrazie.

Bisogna anche anche considerare che, alla fin fine, la Kumari è l’incarnazione sì di una dea, ma di una dea terribile: Kalì, l’inaccessibile.

La leggenda che sta alla base del culto della dea bambina di Kathmandu racconta che in una fresca notte d’estate – e vi assicuro che da quelle parti anche in estate le notti sono sempre fresche – il re Jayaprakash Malla giocava a dadi con la dea Durga, cosa che gli capitava di fare di sovente, considerato che la dea era la patrona del suo lignaggio reale. Adesso dovete sapere che la dea Durga, una delle tante versioni di Kalì, era quella che popolarmente viene definita una gran figa e, per non indurre in tentazione i poveri mortali, mascherava la sua avvenenza dietro un manto di divinità. Tutto procedeva come al solito, quella sera: il re stava bene attento a non vincere e la dea si godeva la sua partita a dadi pensando di essere una grande giocatrice, quando nella stanza entrò un grosso serpente rosso. Credo che non ci sia bisogno di scomodare Freud per spiegarvi che cosa significa l’arrivo del grosso serpente, giusto? Fatto sta che nelle testa del povero re cominciarono ad affastellarsi una serie di pensieri assai poco decenti su cosa avrebbe voluto farci con quel gran pezzo di divinità invece di stare a perder tempo con quello stupido gioco. Ma Durga – Kalì si accorse subito del mutato atteggiamento del re che invece di guardare i dadi le guardava altre cose. Si infuriò come solo una dea terribile sa infuriarsi. Uscì dal palazzo reale sbattendo la porta e avvertendo il re che non sarebbe più tornata se non incarnata in una bambina pura – Kumari significa per l’appunto “vergine” – che lui avrebbe dovuto onorare col rispetto che si deve a una dea. Cominciò così la ricerca della bambina posseduta dallo spirito di Durga – Kalì e nacque il culto della Kumari, la piccola dea protettrice della dinastia reale e di tutto il popolo nepalese.

Questa perlomeno è una delle tante leggende, così come mi è stata raccontata. Di mio ci ho messo solo il termine “gran figa” per rendervi bene l’idea. Ma vi avverto che esistono perlomeno un altro centinaio di versioni sull’origine della Kumari. E tutte diverse. La verità, tanto nella storia quanto nel mito, è un concetto tutto nostro. In Nepal non gliene frega niente a nessuno e ciascuno la racconta come la vuole.

[continua]

Riccardo Bottazzo è un giornalista, scrittore e fotografo veneziano. Ha cominciato a fare il giornalista per i quotidiani dell’Espresso per finire a scrivere per tutti quei media di movimento che pagano poco (quando pagano) ma, in compenso, ti regalano l’impagabile piacere di poter dire la verità! Ha lavorato o collaborato con Carta, Terra, Emergency, Global Project, Altraeconomia, Peace Reporter, Annuario della Pace e tanto altro ancora. Gli ultimi libri pubblicati sono “Il porto dei destini sospesi”, “Liberalaparola”, “Caccia sporca” e “Il parco che verrà”.  Quando non è in giro da qualche parte del mondo, cosa che gli capita piuttosto spesso, lo potete trovate nella sua amata laguna dove si ostina a risiedere. Il suo sito è www.caminantes.it.

 foto di Marla Showfer  e Angela Rutherford su licenza CC

  • Navyo Eller

    Veramente l’articolo è abbastanza povero e poco ricercato, poiche la dea Kumari è un incarnazione della Taleju Bhavani e non della dea Kali. Poi la Kumari non è prigioniera della Kumari Ghar.

    Navyo Eller
    Kathmandu

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